Il cuore della didattica

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di Italo Fiorin, Tuttoscuola, 4.11.2017

Una buona didattica guarda oltre il recinto dell’aula scolastica, allestisce dispositivi che puntano alla formazione integrale della persona, che la aiutano a costruire, in modo non velleitario ma attrezzato, il proprio progetto di vita. Il compito dell’insegnare ad apprendere, che oggi giustamente appare centrale nell’azione dell’insegnante, non si riduce al campo delle discipline di studio, ma sollecita l’adozione di un orizzonte più ampio, quello dell’educazione all’autonomia, allo sviluppo di un pensiero critico e creativo in grado di fronteggiare l’incertezza, la precarietà, la complessità dei nostri giorni, senza farsi schiacciare dalle difficoltà, capace di costruire le nuove risposte necessarie.

La didattica è un sapere che ha a che fare con la vita, non è una questione che riguarda il mondo della scuola e che si muove con una logica esclusivamente interna alle pareti dell’aula.

C’è una relazione molto stretta tra didattica ed educazione. Che cosa significa educare? Che cosa significa oggi, nell’attuale scenario culturale e sociale? Sono domande impegnative, che obbligano ad andare alla radice del proprio impegno di insegnanti.

Jacques Maritain diceva che educare significa aiutare la persona umana a diventare più umana. La didattica rappresenta uno strumento importante di questo aiuto necessario, una forma particolare del prendersi cura.

L’azione didattica non riguarda soltanto il favorire l’apprendimento di specifici contenuti o tecniche, ma interessa la dimensione emozionale e quella dei significati valoriali.

È la relazione il cuore della didattica. La relazione interna alla persona che apprende, che deve fare sintesi tra mano, mente e cuore, per usare una metafora cara a Papa Francesco; la relazione esterna, sociale, tra insegnante e alunno, tra alunni nel gruppo classe, tra persone, in quella particolare comunità professionale ed educativa che è la scuola.

Il verbo educare viene quindi associato al significato del prendersi cura. Cura di che cosa? Di ciò che è la cosa più importante per una persona: realizzarsi pienamente come persona umana.

Nella relazione educativa, il prendersi cura non si declina in una azione di modellamento dell’altro, di etero-direzione illuminata, che vede l’adulto proporsi come modello di riferimento, da imitare, a cui conformarsi, in un rapporto fortemente assimetrica, dove l’insegnante rimanda a se stesso.

Al contrario, la relazione educativa si svolge conferendo all’alunno una progressiva autorizzazione a crescere, a uscire dalla dipendenza, a imparare a fare da sé. La relazione autorevole dell’adulto si fa empowerment. Questo non significa, per l’insegnante, negarsi come autorità, ma interpretare questa responsabilità adulta come servizio. Si tratta di un compito che esige grande rispetto, grande attenzione, grande saggezza.

Qui sta la differenza fra chi si serve dell’autorità per dirigere il comportamento degli altri e chi se ne serve per aiutarli a diventare, per quanto possibile, autonomi; la differenza tra chi è autoritario e chi è autorevole.

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Il cuore della didattica ultima modifica: 2017-11-04T15:25:49+00:00 da Gilda Venezia

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