Il mito delle griglie di valutazione

Gilda Venezia

È giusto che gli studenti conoscano le ragioni particolari che hanno portato il docente a dare un certo voto; ma ciò non può legittimare gli eccessi di una mentalità pseudo-scientifica.

Gilda Venezia

In ambito scolastico, uno dei frutti avvelenati del positivismo ottuso dei nostri tempi è il mito delle griglie di valutazione, un tempo inesistenti e oggi considerate imprescindibili per garantire l’”oggettività” dei voti e perfino per fondarne la validità legale (in assenza della griglia la valutazione non è giuridicamente fondata, o almeno così mi disse la DS di un liceo in cui lavorai qualche anno fa). Ma in cosa consistono concretamente questi strumenti così fondamentali per garantire l’esattezza e incontestabilità del voto?

In buona sostanza, si tratta di una disarticolazione del giudizio complessivo sulla prova in una serie (spesso molto lunga) di microvalutazioni inerenti ad aspetti specifici della prova stessa, dalla cui somma deriva il voto finale. Ad esempio, per quanto riguarda il classico tema di italiano, se fino a 15-20 anni fa il professore si limitava a leggere il compito, segnare le correzioni e infine assegnare un voto sulla base di un giudizio d’insieme circa gli aspetti formali e contenutistici dell’elaborato, oggi è tenuto ad assegnare un voto a ciascuno degli aspetti formali e contenutistici decisi a maggioranza in sede di dipartimento e conseguentemente inseriti nella griglia ufficiale della scuola: un voto all’ortografia, uno al lessico, uno alla morfosintassi, uno all’aderenza del tema rispetto alla traccia, uno all’originalità del contenuto, uno alla qualità dell’argomentazione, uno ai riferimenti culturali messi in campo e così via (la lista in genere è molto lunga, e una griglia tipicamente può consistere in due-tre pagine di indicatori specifici a ciascuno dei quali corrisponde una lunga serie di livelli numerici con relative perifrasi descrittive, sovente scritte in modo fumoso e/o sgrammaticato).

Ma come vengono assegnate queste microvalutazioni puntuali? Ovviamente in modo arbitrario (come è normale e inevitabile che sia, specie per quanto riguarda le materie umanistiche), ma la religione del nostro tempo vuole che, per qualche insondabile ragione, la discrezionalità del feedback complessivo possa essere scongiurata attraverso la proliferazione di microfeedback parimenti discrezionali.

Due i risultati concreti di questa follia:

  1. tra studenti e genitori (ma anche tra la maggioranza degli stessi insegnanti) passa l’idea che la valutazione di una prova, anche in una materia squisitamente umanistica come italiano o filosofia o scienze umane, sia qualcosa di “oggettivo” e non derivi da un giudizio complessivo ponderato sulla prova stessa, ma dal conto della serva dei voti assegnati a un lungo elenco di microindicatori arbitrari e spesso idioti;
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  2. per ogni verifica, i docenti perdono letteralmente più tempo per la compilazione di cartacce che per la correzione della verifica stessa.

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Il mito delle griglie di valutazione ultima modifica: 2025-08-31T07:16:16+02:00 da

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