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“In casa non ci sto”: noi, orfani di un’appartenenza tradita

di Lorenzo Ettorre, il Sussidiario, 11.3.2020

– I giovani se ne fregano delle ordinanze contro il coronavirus, ma di chi è la colpa se non hanno più alcun senso del dovere?

Si è fatto un gran parlare dei giovani in questi giorni. Le immagini di quei ragazzi che in tanti luoghi d’Italia hanno affollato i locali notturni incuranti dei rischi di aumento del contagio ci hanno fatto male. Molto. A tanti è venuta in mente la vicenda dei ragazzi del ’99, che oltre cento anni fa – costretti a lasciare mamme, case e amori per sostenere lo sforzo bellico nazionale – dettero un contributo essenziale alla vittoria finale nella Grande Guerra. Possibile, in molti si sono chiesti, che i ragazzi del ’99 di oggi, loro coetanei, sembrino invece solo una pallida e scolorita imitazione dei loro eroici bisnonni, sordi come sono ad ogni forma di responsabilità sociale e civile?

Verrebbe da dire che siamo messi male, se non fosse che i paragoni, in storia, sono spesso fuorvianti perché costringono a mettere accanto realtà molto diverse, finendo poi per non vedere più né ciò che è stato né ciò che è.

Nessun paragone, allora. E neppure nessuna generalizzazione, dal momento che molti altri ragazzi, invece, stanno dimostrando un atteggiamento ben più rispettoso della eccezionale realtà che sta accadendo, e qualcuno anzi – magari solo poco più grande – sta già massacrandosi di lavoro negli ospedali più coinvolti, dandoci una ragione più che convincente per essere orgogliosi di ciò che siamo.

Tuttavia, nonostante la complessità della realtà, qualche domanda occorre farsela, inevitabile: perché questo menefreghismo dai tratti così diffusi e violenti? Perché abbiamo sentito in giro tanti ragazzi sostenere che “a vent’anni, mi dispiace, chiuso in casa non ci sto”? Eludere questi quesiti ci esporrebbe a un grave rischio: l’assuefazione, la rassegnazione, l’anomia licenziosa del “tutto è permesso”. E questo è un lusso che non possiamo permetterci.

Cosa è successo, allora?

È successo che la società che gli abbiamo cucito addosso non ammette più la presenza di doveri, schiacciata com’è sul presente bulimico dei diritti ad ogni costo. È successo che la libertà, oggi, non ha più alcun legame col sacrificio, coincidente com’è col godurioso moltiplicarsi all’infinito di se stessa. L’affermazione illimitata dell’individuo e dei suoi capricciosi bisogni come unico e incondizionato valore dell’essere, e il conseguente allentamento di quei legami comunitari che, quando ancora esistenti, vengono spesso percepiti come lacci da cui sfuggire per realizzare il proprio ego, sono due degli ingredienti principali con cui – coscienti o no – abbiamo cresciuto i nostri giovani. L’edonismo sfrenato di cui sono oggetto e lo scarso (o nullo) senso di appartenenza di cui sono orfani, rappresentano parte di quel disegno del potere che ci vuole vuoti di valori, ideali, grandi visioni del mondo e ultimamente soli, in balia dei nostri istinti e delle nostre richieste, coincidenti soltanto con noi stessi e i nostri limiti. D’altronde, più si è vuoti, più si compra; più si compra, più ci adeguiamo al modello consumistico che è magna parte di quel sistema di cui le prime vittime sono proprio i giovani: tutti da fare, cioè da disfare.

Chi sono quei ragazzi? Sono i nostri figli, sono i nostri alunni, e sono il frutto più maturo – sebbene ancora così teneramente acerbo – della società che abbiamo costruito e consegnato loro, quel mondo senza freni “dove ognuno suona come vuole e tutti suonano come vuole la libertà” (Gaber), nella ricerca ossessiva di un senso che è sempre di là da venire. Come in un gioco al massacro dove a vincere sono sempre gli altri.

Questi giovani, allora, siamo tutti noi.

C’è un antidoto a questo potere? Se è chiaro il punto, questa è la seconda domanda da porci. Siamo spacciati di fronte a questa barbarie che continuerà imperterrita anche dopo l’emergenza Covid 19, oppure no? Ad opporsi al potere non può essere un’idea, come comprese magistralmente il genio di Gaber, né può essere un altro potere, che ruoterebbe ancora nello stesso cono d’ombra di quello che vuole combattere, e finirebbe poi per usarne gli stessi metodi e le stesse strategie, come la storia molte volte si è presa carico di mostrare. Ad opporsi al potere può essere solo una Presenza – viva, all’opera, riconoscibile, amabile qui e ora – che sia in grado di intercettare quel grido di significato che nonostante tutto – scomposto quanto si vuole – si può intravedere chiarissimo in quel vuoto disinteressato dei Navigli affollati di gente. È un grido che i nostri giovani ci fanno affinché possano trovare adulti che dicano loro che la vita è di più di quello che il mondo a reti unificate gli vomita addosso. Più del successo, dei soldi, della fama, del soddisfacimento temporaneo dei brividini del cuore e delle mutande. Perché i ragazzi lo sentono che sono fatti per qualcosa di più grande, ma se non trovano uno spazio umano dentro cui vivere questo anelito il loro grido si trasforma in abbaio. Inevitabilmente. E proprio come i cani, finiscono poi rabbiosamente per azzannarsi litigandosi gli ossi avanzati al banchetto del potere.

Ecco la terza domanda, allora: ci sono adulti in giro capaci di raccogliere questo grido? Ci sono tra noi adulti che, vivendo, si scoprono capaci di opporre al potere una Presenza? Possiamo continuare a scandalizzarci quanto vogliamo, ma se non ci scopriamo anche noi parte attiva del gioco finiremo per diventare già a trent’anni dei vecchi bacchettoni coi baffi arricciati e la pipa in bocca. Perché il problema non è dire che i giovani di ieri erano migliori di quelli di oggi, ma sapere se al mattino vale davvero la pena aprire gli occhi al mondo. E questo è un problema di tutti e di ciascuno, da sempre, ad ogni età.

Solo riscoprendo la vita tutta intera nella sua promessa di bene saremo in grado di accettare privazioni e responsabilità, come fu per i nostri vecchi, perché solo allora saremo certi che la vita è altro e di più della sola fatica, che questa è solo una parte della questione, che è invece più profonda e più totale. Solo dentro un disegno più grande si può accettare la fatica, e farla anche fiorire, altrimenti è pura pazzia. Se questa ipotesi buona per sé e per gli altri non si affaccerà di nuovo all’orizzonte dei nostri occhi stanchi, se per noi la vita continuerà a coincidere con la sola nostra individualistica misura, le privazioni diventeranno insopportabili, e l’unico fine che saremo in grado di porci sarà la fuga. C’è un’alternativa? Sì o no?

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“In casa non ci sto”: noi, orfani di un’appartenenza tradita ultima modifica: 2020-03-11T08:40:34+01:00 da Gilda Venezia
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