Insegnanti o maggiordomi?

roars_logo

di Rossella Latempa, Roars, 2.4.2019 

La scuola della “secessione dei ricchi” e il miraggio “degli schei” –

Il mondo della scuola continua la sua mobilitazione contro il processo di differenziazione regionale del sistema di istruzione messo in moto da Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna. A gettare acqua sul fuoco non è bastata l’intesa col governo siglata a sorpresa dai maggiori sindacati (CGIL, CILS, UIL, SNALS, Gilda), che hanno sospeso uno sciopero proclamato da tempo. I sindacati di base prendono le distanze e confermano lo sciopero, mentre un nutrito gruppo di associazioni esprime il proprio dissenso nei confronti della concertazione sindacato-Governo, ritenuta troppo vaga per arginare un processo di differenziazione regionale che si allarga a macchia d’olio. Aumenta infatti il numero delle regioni che avanzano richieste di potestà legislative rafforzate. Alle prime tre se ne sono aggiunte altre quattro: Piemonte, Liguria, Umbria e MarcheLa propaganda che filtra attraverso la rete, i social e le testate locali punta l’accento su vantaggi economici per i territori più efficienti, dimenticando non solo di dire chi pagherà il conto (ci sono già analisi che pronosticano un “Robin Hood al contrario”), ma anche di spiegare cosa accadrà in concreto alla scuola e ai suoi lavoratori. Lo spieghiamo noi, basandoci sulleprime bozze di intesa – pubblicate proprio da questo blog –  e su alcune “buone pratiche” regionali già avviate, soprattutto nella scuola trentina, vero e proprio laboratorio della futura “scuola regionale”. Una “Buona Scuola” modello Renzi-boys, tutta efficienza, valutazione e “sinergie col territorio”, in cui gli insegnanti, privati del loro orizzonte di libertà culturale, si avviano a divenire solerti maggiordomi al servizio dell’indirizzo politico locale.

La cosiddetta regionalizzazione dell’istruzione è parte di quel progetto di “smontaggio” dello Stato ben più ampio (dalla sanità alle infrastrutture, dai beni culturali all’ambiente, etc.) che in “un’ atmosfera da golpe bianco”[1] stava per essere ratificato già a Febbraio.  La scuola intanto procedeva, coi suoi ritmi e le sue attività̀, senza ben comprendere il destino incombente.

L’autonomia differenziata sembra una questione tecnica e fiscale, da giuristi o economisti, oppure un problema delle regioni più̀ povere.  In fondo, non cambierà̀ nulla, si pensa. Anzi: forse alcuni guadagneranno qualcosa in più̀, perché́ sono più̀ efficienti. Eppure, non è così. Il progetto merita la massima attenzione di tutti i cittadini, e non solo dei lavoratori della scuola, perché presenta (almeno) due aspetti profondamente pericolosi.

Il primo riguarda il coinvolgimento –  in maniera trasversale – degli interessi di tutte le forze politiche in gioco, sia di governo che di opposizione: dal PD, responsabile della pre-intesa che ha dato avvio al procedimento,  al Movimento 5 Stelle, che – per dolo o colpa – ha sottoscritto un  contratto di governo (articolo 20) in cui si definisce questione prioritaria quella dell’autonomia regionale.

Un capitolo a parte in questa vicenda merita la Lega, che incredibilmente tiene il piede in due scarpe, quella dell’elettorato del Nord e quella dell’elettorato del Sud:  due siti web, due simboli diversi, due statuti, due codici fiscali, due indirizzi.

Da Roma in su, Lega Nord, in cui continua ad autodefinirsi (Statuto, 2015) una “Confederazione di 13 Nazioni”, cha ha come finalità “l’Indipendenza della Padania;

Da Roma in giù, Lega per Salvini Premier,  in cui invece si definisce (Statuto, 2017) “una  confederazione  composta  da [22, quante le Regioni italiane] articolazioni territoriali regionali” che ha come finalità “la pacifica  trasformazione  dello  Stato  italiano  in  un moderno Stato federale”.

Così è, se vi pare: l’importante è evitare problemi giudiziari (cfr, i famosi 49 milioni di euro…).

Il secondo aspetto riguarda l’iter procedurale previsto dalle intese Governo-Regioni (pretesa inemendabilità parlamentare – col Parlamento relegato solo al “prendere o lasciare” – sostanziale irreversibilità del progetto – che parte dalle richieste delle regioni interessate e può essere rimesso in discussione solo dalle stesse) e i loro contenuti. Entrambe le questioni sono assai preoccupanti. Non solo sotto il profilo delle risorse, che istituirebbe, a regime, un meccanismo di privilegio fiscale per i territori più ricchi (G. Viesti, “Verso la secessione dei ricchi?”, Laterza, 2019) ma anche sotto il profilo culturale e politico. Il trasferimento di potestà legislative su materie fondamentali (Fig. 1) introdurrebbe per via tecnica un nuovo equilibrio istituzionale tra Governo e Parlamento, stravolgendo l’attuale assetto delle istituzioni[2] e riducendo le capacità dello Stato di dettare principi generali, dunque di fare politica nazionale. Insomma: l’ istituzione di un’ Italia divisa e diseguale non solo nei fatti, ma per legge.

Il Veneto “scalda i motori”

Avevamo già segnalato su questo sito una serie di iniziative che il governatore leghista Zaia sta conducendo in Veneto, nei limiti delle potestà legislative già possedute dalla Regione (vedi La Bona Scola de la Lega): dalla formazione regionale dei docenti sulla storia e sulla cultura ed emigrazione veneta, all’insegnamento e ai corsi di dialetto veneto (pardon, lengua veneta) nelle scuole vicentine, tenuti da l’Academia de la Bona Creansa. Proprio di recente, l’Academia ha organizzato il Secondo Convegno Internazionale della Lingua Veneta, patrocinato dalla Regione Veneto in cui, tra le altre cose, si è parlato di temi di interesse scolastico, in particolare di «Clil veneto di storia»: insegnamento «bilingue» della storia, in italiano e veneto.

In una recente intervista rilasciata a Limes, il governatore Zaia ha dichiarato che “in Veneto 7 persone su 10 parlano e pensano in veneto,  a prescindere dalle classi sociali”. Inoltrenon si capisce per quali ragioni la storia di una Repubblica millenaria [quella di Venezia] debba essere liquidata in tre righe[..]. Le intenzioni di cambiare questa situazione ci sono. L’Ufficio Scolastico Regionale ha già iniziato i corsi per formare i docenti che insegneranno storia veneta. Queste lezioni non sostituiranno la storia d’Italia, andranno in parallelo”.

Storia e lingua, non a caso, sono due nodi centrali del progetto culturale autonomistico: “ognuno fa quello che deve fare a casa propria”. Questa, in sintesi, l’idea di società e cultura delle regioni più “virtuose”.

Ma veniamo al progetto di regionalizzazione della scuola.

Cosa chiedono le regioni del Nord sull’istruzione? Veneto e Lombardia vogliono tutto: una bulimia di competenze che aiuta a comprendere meglio il percorso su cui anche le regioni più timide si posizioneranno nel tempo.

È l’articolo 10 (delle bozze rese pubbliche l’11 Febbraio) quello dedicato all’Istruzione: dalla lettera a alla lettera p, si fa a “fette” (14 fette) la potestà legislativa statale in materia di istruzione, da trasferire interamente nelle mani dei governi locali. Vale la pena guardare questo articolo per esteso.

Sinteticamente, ciò comporterebbe:

dal punto di vista contrattuale, organizzativo e gestionale:

  • Regionalizzazione immediata dello status di dirigente scolastico, organici regionali (a regime) degli insegnanti e del personale amministrativo, tecnico e ausiliario;
  • Contratti integrativi regionali, differenti sia dal punto di vista giuridico che economico;
  • Formazione degli insegnanti stabilita a livello locale;
  • Concorsi regionali, mobilità e trasferimenti da ridefinirsi, con eventuali limitazioni su base territoriale;
  • Nuova disciplina regionale degli organi collegiali territoriali.
  • Valutazione regionale dei lavoratori della scuola.
  • Disciplina e Finanziamenti alle scuole private decisi a livello locale.

E, come se non bastasse, dal punto di vista dei “contenuti” e delle finalità dell’istruzione:

  • Programmazione scolastica di impronta regionale: “offerta formativa”, finalità e obiettivi territoriali;
  • Valutazione regionale del conseguimento degli obiettivi mediante ulteriori indicatori INVALSI (presumibilmente, altri Test);
  • Alternanza Scuola Lavoro (ribattezzata in modo softpercorsi per l’orientamento e competenze trasversali”) decisa su base regionale, sia in termini di tempo che di risorse;
  • Progetti sempre più legati a doppio filo alla realtà produttiva locale;
  • Insegnamento per gli adulti, Istruzione tecnica superiore regionale;
  • Rimodulazione dell’offerta formativa professionale (statale/regionale).

In poche parole:

  • fine dei Contratti Collettivi Nazionali, con il loro corredo di tutele e di diritti e del valore del titolo di studio, non più uniformi su tutto il territorio nazionale.
  • fine di una professionalità libera e pluralisticaquella dell’insegnante – rinchiusa nei cortili regionali, ben recintati dalla politica locale, che ne stabilirebbe i percorsi di aggiornamento, gli obiettivi e le finalità, valutandone qualità e adeguatezza, in base a standard definiti dalle specificità territoriali.

Il “modello trentino”

Non si è mai fatto mistero sul modello di riferimento in tema di scuola: si tratta del “modello trentino”, ossia del sistema scolastico delle province autonome di Trento e Bolzano, messo in piedi nel tempo da governi di centro sinistra.

Un modello, quello trentino, basato sulla “logica della holding”:

una logica aziendalistica, verticistica e parametrata a meri risultati numerici [..] per definizione verticistica, autoritaria quanto necessario, che rimette le decisioni a poche persone, se non ad una sola: l’uomo solo al comando.

Il 3 Aprile scorso, il Presidente della Provincia Autonoma di Trento, all’incontro con il Ministro leghista degli Affari regionali, Erika Stefani, e i governatori delle regioni richiedenti autonomia rafforzata ha dichiarato che l’”esperienza dell’autonomia trentina è a disposizione”, un’esperienza “di specialità”, un “sistema di autogoverno” riconosciuto unanimemente come modello di eccellenza.

L’eccellenza a cui si fa riferimento da più parti, inutile dirlo, è principalmente quella “oggettiva”, misurata con i test standardizzati: sia a livello nazionale (INVALSI) che internazionale (OCSE-PISA).

Le motivazioni, stando ad esempio a quanto affermano commentatori esperti del sistema locale, risiedono proprio in quel “nuovo panorama normativo[che] apre enormi possibilità e mette le ali al sistema trentino”, attraverso una serie di strumenti di cui la Provincia è riuscita a dotarsi, a partire dalla Legge provinciale n 5 del 2006 (e successive modifiche) che delinea un vero e proprio sistema educativo a sé stante.

A questo sia aggiunga, afferma la Presidente INVALSI A.M. Ajello, che il Trentino ha saputo costruire attorno a ciascun istituto una “comunità” fatta di “ Enti Locali, Associazioni, Cooperative, mondo produttivo, famiglie”, che  “riconoscono il bisogno di collaborare in modo da aiutare la scuola [..]”

Quella trentina, sembrerebbe una Buona Scuola renziana all’ennesima potenza, i cui ingredienti base sono: più “autonomia, più qualità e più partecipazione”, come sintetizzano perfettamente le seguenti immagini, elaborate dall ’ufficio stampa della Provincia.

Più Autonomia: ovvero, più flessibilità di incarico (triennale su chiamata dei dirigenti) e di lavoro quotidiano (articolazione oraria in base alle scelte di istituto), tematiche legate al territorio “per formare giovani più consapevoli”.

Più qualità: ovvero legame sempre più stretto scuola – impresa, scuola – produttività e consolidamento alternanza scuola-lavoro.

Più valutazione, con “modelli innovativi”; “crediti formativi” che certifichino le competenze degli insegnanti; nuove figure professionali, dai docenti a tempo determinato “individuati” (da chi?)  su specifiche metodologie didattiche (quelle ritenute più efficaci.. da chi?) ai docenti dell’orientamento e di accompagnamento (scuola-lavoro, scuola università, etc.).

E infine, più partecipazione, sempre all’insegna di trasparenza e innovazione.

Soffermiamoci su alcuni dispositivi specifici del sistema educativo trentino.

A proposito di partecipazione, la legge provinciale della scuola trentina prevede, ad esempio, in ciascuna istituzione, la presenza di due organi che rappresentano un’assoluta novità rispetto al resto del territorio nazionale, non solo la “Consulta degli Studenti” (art. 28),  formata dai rappresentanti dei vari consigli di classe (oltre ai rappresentanti di Consiglio di Istituto e Consulta provinciale), che “può presentare proposte formali riguardo alle attività didattiche attraverso documenti scritti indirizzati al collegio docenti, che entro e non oltre 60 gg fornisce risposta scritta”, ma anche un analoga “Consulta dei genitori”, che ha le stesse funzioni.

Oltre a questi, esiste un articolato sistema di organi di rappresentanza a livello provinciale (art. 39, 40, 40 Bis Legge Provinciale della Scuola).

Veniamo poi su alcuni aspetti che riguardano Offerta formativa (il cosa studiare) e Valutazione.

Nelle scuole trentine entrambi i punti fanno capo alla Provincia (art. 34, Legge della Scuola), che:

  • adotta il piano provinciale per il sistema educativo (art. 35), ossia gli indirizzi e gli obiettivi generali delle politiche educative [..] e le azioni di formazione del personale;
  • controlla e valuta attività e risultati.

Le scelte politiche provinciali, quindi, delineano un sistema educativo strutturato con gli stessi cicli nazionali, ma dotato di propriPiani di Studio Provinciali (art. 55), che “definiscono gli obiettivi del processo formativo, gli standard formativi, etc.”, intervenendo sulla “quantificazione oraria annuale di discipline obbligatorie, opzionali” etc., “le competenze di base e i percorsi di educazione permanente”.  In particolare, è assicurato l’insegnamento trilingue (art. 56 bis, italiano, inglese e tedesco), con insegnanti che possono essere scelti liberamente dal dirigente scolastico da appositi elenchi provinciali (art. 93 bis). Allo stesso modo, il dirigente scolastico (art 93 ter) può attingere ad elenchi aggiuntivi in cui scegliere docenti per insegnamenti con metodologie innovative.

Scuola e territorio

I rapporti con il territorio sono strettissimi, sia in termini culturali che didattico-organizzativi.

I Piani di Studio Provinciali per il primo ciclo  dedicano un capitolo agli “aspetti di specificità trentina” (p. 25), come “riconoscimento del necessario raccordo tra scuola e territorio, e dell’importanza della contestualizzazione di ogni intervento formativo”, a sottolineare la necessità di lavorare in un preciso orizzonte culturale, che è quello geografico locale, al cui contesto l’insegnamento deve fare riferimento.

È necessario, inoltre, evidenziare “alcune tematiche e finalità [..] che devono trovare spazio nella progettazione educativa delle scuole trentine”.

Ad esempio:

  • storia locale e delle istituzioni autonomistiche, con la conoscenza di biografie e persone del luogo che vi hanno lasciato le loro tracce ( come quella di Andreas Hofer, eroico comandante tirolese studiato nelle scuole trentine[3]);

  • cultura della montagna e dei suoi valori, con il coinvolgimento di esperti locali e pratica di sport;
  • storia e cultura delle comunità di minoranza linguistica (Val dei Mòcheni, Altopiano cimbro e Ladinia);

Anche nelle  Linee Guida per i Piani di Studio Provinciali del secondo ciclo (2018) dedicano un capitolo agli “aspetti di specificità trentina” (pagg. 35-40), attraverso lo studio di Storia locale e Storia delle istituzioni autonomistiche.

Sono previste formazioni ad hoc per gli insegnanti, come quelli sul “Cammino dell’autonomia: Trentino, Alto-Adige, Sudtirol-Europa” o “Storia della difesa del territorio in Trentino” (vedi qui).

In tema di raccordo scuola- territorio, un capitolo a parte merita l’Alternanza Scuola -Lavoro, promossa e gestita dalla Giunta provinciale (art. 65 Legge scuola trentina), che stabilisce “criteri e le modalità per l’organizzazione didattica, il sistema tutoriale, la valutazione e la certificazione”. La funzione è quella di “agevolare il passaggio dallo studio al lavoro [..] con la promozione di un apprendimento basato sul lavoro” (tirocini, apprendistato, apprendimento duale) attraverso “partenariati tra istituzioni pubbliche e private”  con precise indicazioni sullo svolgimento, ad esempio  (Linee guida per il secondo ciclo 2018, p.32):

Si prevede che le istituzioni scolastiche attivino percorsi di alternanza scuola lavoro garantendo un monte ore minimo del 50% di attività all’esterno dell’istituto, evitando che le attività di alternanza trovino unica modalità di espressione all’interno delle realtà scolastiche e rafforzando quindi il principio di proficuo rapporto con il territorio, vissuto come esperienza diretta e continuativa da parte degli studenti.”

Formazione docenti e valutazione professionale

La Legge provinciale della scuola trentina affida alla Provincia “la formazione e l’aggiornamento del personale dirigente, docente, amministrativo, tecnico e ausiliario, degli assistenti educatori” (art. 41).

Il docente stabilisce con il proprio dirigente percorsi formativi mirati [..]”, da tenersi presso enti accreditati dalla Provincia. I corsi di aggiornamento e formazione sono dunque organizzati e promossi a livello locale, su tematiche ben precise. Solo quelli garantiscono crediti formativi, “secondo le specifiche disposizioni adottate dalla Giunta provinciale.” Un ruolo attivo e di collaborazione  è svolto dall’ Istituto Provinciale per la Ricerca e la Sperimentazione Educativa (IPRASE), sul cui sito è possibile scorrere alcune attività di formazione dedicate agli insegnanti.

Anche per quanto riguarda la valutazione è la Provincia a verificare il grado di efficacia ed efficienza del servizio, come stabilito dalle modifiche alla Legge Provinciale della Scuola introdotte nel 2016 (Legge provinciale  10/2016, successiva alla Buona Scuola):

Tra gli organismi coinvolti, da segnalare:

  • il Comitato provinciale di valutazione del sistema educativo (quello attualmente in carica è composto dai proff. Damiano Previtali, Sheila Bombardi, Tommaso Agasisti e Daniele Cecchi) ( art.43 Legge Scuola) fornisce “gli strumenti di valutazione, propone criteri e metodi di valutazione di dirigenti e docenti; verifica gli standard di qualità di servizio”, e molto altro, tra cui la “valutazione del grado di soddisfazione degli utenti” (vedi Fig. 2).
  • l’IPRASE effettua “rilevazioni, a livello locale, nazionale e internazionale, in merito alla qualità degli apprendimenti degli studenti [e svolge] attività di monitoraggio sulle azioni d’innovazione didattica” (art. 42 Legge Scuola).

Di particolare interesse per i futuri “docenti delle scuole regionali”, può essere la lettura delle ultime Linee Guida per la valutazione professionale dei docenti ( delibere 981/2018 e 1064/2018 della Giunta provinciale di Trento), a cura del Comitato provinciale di valutazione, giugno 2018.

Queste, pur definendo una cornice provinciale comune, che si colloca a sua volta nell’alveo della nuova valorizzazione introdotta dalla Buona Scuola, sottolineano l’importanza di “promuovere la responsabilità dei dirigenti di adottare, in autonomia, modalità e strumenti che meglio si integrano con il singolo contesto territoriale e professionale, lasciando aperti spazi di discrezionalità” su aspetti non rilevabili in maniera standard.

Nell’attesa del “curriculum professionale (CP) del docente”, in cui tenere traccia e documentare ogni attività, ogni anno l’insegnante dovrà “attivare il procedimento di valutazione” mediante un’autocertificazione provinciale, che il dirigente potrà “integrare o rivedere” determinando, “nella sua autonomia [..] il peso degli indicatori”, che costituiscono una griglia di competenze di tipo didattico-metodologico e organizzative.

Sembra evidente la (pressoché illimitata) libertà al dirigente scolastico di premiare i docenti, con bonus retributivo, sulla base della propria discrezionalità, o quanto meno sulla base della rigida osservanza di un protocollo provinciale, che non ha nemmeno quella “parvenza di collegialità” che la Legge 107 (Buona Scuola) aveva lasciato introducendo un organo in cui 3 componenti su 6 sono insegnanti eletti (Comitato di Valutazione).

Inutile sottolineare – ancora una volta – gli effetti distorsivi, opportunistici, omologanti (oltre che potenzialmente dannosi proprio per quell’efficacia educativa che tanto viene sbandierata) che un simile disegno può innescare. Basti leggere in merito un commento attento del Prof. G. Pascuzzi, dell’Università di Trento, esperto conoscitore di analoghi meccanismi in ambito accademico nonché autore di un significativo testo – diario di quella che lui definisce “svolta autoritaria”, ossia la provincializzazione dell’Università di Trento. “Svolta”, anche questa, da non sottovalutare, in tempi di regionalismi.

Ma veniamo all’ultimo punto: il profilo contrattuale degli insegnanti trentini.

Una delle motivazioni con cui, specie nelle regioni del Nord, si propaganda l’autonomia differenziata è quella – inutile dirlo – puramente economica. Più autonomia alle Regioni significherebbe stipendi più alti per i nuovi docenti, dipendenti regionali. Aumenti stipendiali magari non per tutti, ma distribuiti in proporzione “al (famigerato) merito” e “all’efficienza” padana, opportunamente riconosciuta dai dirigenti scolastici (come dai vicini colleghi trentini?). Ma poco importa. In tempi di magra, non si sta a sottilizzare: si tratta pur sempre di più schei, direbbero i veneti.

Sarà proprio così? Sarà vero che gli insegnanti regionalizzati guadagneranno di più?

Se il modello di riferimento è quello trentino, basta fare due chiacchiere con i colleghi che lavorano nella provincia di Trento o leggere il Contratto Collettivo Provinciale, per farsi un’idea più precisa.

Si capisce, allora, che forse le cose non stanno esattamente come ci vengono raccontate.

Nello specifico: in Trentino vige l’obbligo di insegnare in 50 minuti, e il tempo risparmiato va recuperato in attività pomeridiane di varia natura, con massima disponibilità alle modifiche del proprio orario di lavoro, talvolta anche giornaliere.

Oltre al monte ore settimanale di lezione, sono previste, annualmente:

  • 80 ore di attività cosiddette funzionali all’insegnamento
  • 40 ore di cosiddetto potenziamento formativo
  • dalle 70 alle 99 ore di recupero, per i docenti delle scuole secondarie di secondo ciclo [4].

I docenti trentini non guadagnano di più a parità di lavoro svolto: guadagnano di più perché lavorano di più e in maniera più flessibile. I soldi aggiuntivi sono prestazioni aggiuntive (circa 190 euro lorde al mese, più “bonus” flessibilità di circa 100 euro lorde per 10 mesi[4],[5].

Più schei, dunque, è vero. Ma pagati a caro prezzo: quello di svuotare completamente il proprio stato giuridico, rimpicciolendolo da statale a regionale, svolgendo attività̀ integrative che poco hanno a che fare con lo studio e l’approfondimento specifici del proprio percorso intellettuale e professionale.

Abdicando completamente all’esercizio della propria libertà di insegnamento e diventando maggiordomi al servizio dell’indirizzo politico degli assessori locali.

Anche per questo i lavoratori della scuola, spogliati della loro funzione civile e privati di un orizzonte di libertà culturale, devono rifiutare con ogni mezzo il progetto di regionalizzazione.


Parte dell’articolo è stato pubblicato sul Manifesto del 14/04/2019.

https://ilmanifesto.it/edizione-pdf/il-manifesto/

[1] E. Mazzarella, intervento alla Camera dei Deputati, 1 Marzo 2019, Roma https://www.youtube.com/watch?v=Q_9w2t756Qw.

[2] R. Calvano, in “No all’autonomia che divide”. 26 Marzo 2019 https://www.youtube.com/watch?v=SRSsH4-qhog

[3] Esperienza riportata da un insegnante trentino, P. Di Fiore, durante la Conferenza tenuta a Verona il 6 Aprile 2019 per “il ritiro di qualsiasi progetto di regionalizzazione dell’istruzione”: http://manifestodei500.altervista.org/conferenza-di-verona-un-successo-dal-quale-partire/

[4] Vedi approfondimento a cura di M. Grilli, “il sindacato è un’altra cosa”, Torino,  https://sindacatounaltracosa.org/2019/04/30/i-pericoli-della-regionalizzazione-un-approfondimento-sulla-scuola-slide-in-pdf-e-video/?fbclid=IwAR3wi8D_ya7vBWRZAMZn_P3y-lgVEiQH5izFxyOnjYJRVPeMLHf62Il5EVc

[5] Fonte: interventi dei colleghi trentini alla Conferenza di Verona del 6 Aprile 2019, prossimamente raccolti, insieme agli altri (Prof.ssa Floriana Cerniglia, Università Cattolica di Milano; Marco Esposito, giornalista del Mattino di Napoli, oltre a varie sigle sindacali, tra gli altri), in una pubblicazione autoprodotta.

.

.

.

.

.

.

.

.

.

.

.

.

.

.

.

Insegnanti o maggiordomi? ultima modifica: 2019-05-03T05:43:28+01:00 da Gilda Venezia
WP2Social Auto Publish Powered By : XYZScripts.com

GILDA VENEZIA - Associazione Professionale GILDA degli INSEGNANTI - Federazione Gilda Unams

webmaster: Fabio Barina



Sito realizzato da Venetian Navigator 2 srl