Ius culturae per abbattere il muro della cittadinanza

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di Maurizio Ambrosini La Voce.info, 24.4.2019

Le vicende di due ragazzi molto diversi hanno riacceso il dibattito sulla cittadinanza ai figli degli immigrati. Lo ius soli automatico comporta alcuni rischi. Meglio allora riconoscere la cittadinanza a chi completa un ciclo scolastico nel nostro paese.

Due ragazzi della nuova Italia

Il caso Ramy, il giovanissimo protagonista del salvataggio degli studenti-ostaggi del pullman dirottato, ha rilanciato il dibattito su una nuova legge per l’accesso alla cittadinanza dei figli degli immigrati in Italia. Quello che impropriamente viene definito ius soli.

Per la verità, pochi giorni dopo, si è aggiunto un altro episodio lieto. Moises Kean è diventato il secondo più giovane goleador della nazionale di calcio italiana, contribuendo in modo decisivo a una vittoria che da tempo mancava. Il giovane attaccante è nato a Vercelli da genitori ivoriani e per fortuna è riuscito a diventare italiano in tempo utile per vestire la maglia della nazionale.

Ramy e Moises sono due volti della nuova Italia multietnica che cresce fra noi, ma che fatica a trovare un pieno riconoscimento della sua appartenenza al nostro paese. Sono 1,3 milioni circa i figli di immigrati in Italia, 826 mila gli iscritti a scuola, oltre 30 mila gli studenti universitari. Sconcertanti le reazioni della maggioranza politica al dibattito: i Cinque stelle si sono accodati alla Lega sostenendo semplicemente che il tema “non fa parte del contratto di governo”. È una spiegazione che suona tautologica: non ne parliamo perché abbiamo deciso di non parlarne. Nessun argomento di merito, forse perché sarebbe difficile trovarne.

Quanto alla Lega, afferma spesso di essere ostile a quelli che chiama clandestini, ma rispettosa verso gli immigrati che vogliono integrarsi. Perché allora li tiene ai margini della piena inclusione nella comunità politica? Al coro si aggiungono pensosi commentatori che sconsigliano al centro-sinistra di rilanciare il tema, perché non porterebbe voti né consensi. Deludente poi il silenzio dei cattolici del centro-destra.

Ci si dovrebbe domandare: che vantaggio trae la società italiana dal tenere fuori della porta così a lungo i figli degli immigrati che pure studiano nelle scuole della repubblica, ne abitano le città, ne parlano correntemente la lingua? Che messaggio si dà, insegnando loro storia, letteratura e persino educazione civica, ma specificando che di questo patrimonio condiviso non fanno parte? Non è paradossale far loro imparare la Costituzione di un paese che li respinge come cittadini?

Non si comprende neppure come la questione della lealtà politica possa essere risolta prolungando la loro estraneità alla nazione in cui di fatto vivono. L’unica spiegazione è un grossolano calcolo politico: giacché a molti italiani non piacciono gli sbarchi e i rifugiati, il biasimo si estende agli immigrati in generale; e per dare agli elettori italiani un bel segnale a costo apparentemente nullo, si tengono fuori il più possibile gli immigrati dalla cittadinanza, figli e nipoti compresi.

La centralità della scuola

In casi come questi, per discutere seriamente, occorrerebbe guardare a ciò che accade all’estero. Nell’Europa occidentale, tra tensioni e oscillazioni, si osserva una tendenziale convergenza: lo ius soli rigido è stato via via abbandonato, ma il trattamento dei figli degli immigrati è stato generalmente ammorbidito. Un caso paradigmatico è quello della riforma della legge tedesca nel 2000, con il superamento di uno ius sanguinis molto conservatore. La legge italiana è oggi la più rigida dell’Europa occidentale, insieme a quella del Lussemburgo.

Nei fatti poi gli studi sull’argomento rivelano che un numero crescente di naturalizzati, grazie al loro nuovo passaporto, lasciano paesi dall’economia stagnante come l’Italia per andare in cerca di migliori opportunità all’estero. Non meno di tanti nostri figli. Chi paventa la sostituzione etnica dovrebbe agevolare le acquisizioni di cittadinanza, non ostacolarle.

Lo ius soli automatico ha tuttavia un difetto: rischia di privilegiare i figli minori nati nel paese d’immigrazione, rispetto ai figli maggiori nati altrove. Anche la legge attuale, peraltro, ha lo stesso problema: a 18 anni può diventare cittadino con una procedura agevolata solo chi è nato qui e non si è mai allontanato per più di tre mesi. Si potrebbe rimediare insistendo sullo ius culturae, che pure compariva nella sfortunata proposta della scorsa legislatura: riconoscere la cittadinanza a chi completa un ciclo scolastico nel nostro paese. In questo modo, si valorizza il ruolo della scuola come il luogo per eccellenza in cui si forgia il senso civico e la cittadinanza attiva. Per gli studenti di origine italiana e per quelli di origine straniera, insieme. Studiando la Costituzione, il funzionamento del sistema democratico, facendo esperienze di volontariato e visite d’istruzione: imparando ad amare questo paese, ma insieme e non separati dal muro della cittadinanza.

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Ius culturae per abbattere il muro della cittadinanza ultima modifica: 2019-04-25T12:16:35+02:00 da Gilda Venezia

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