La buona scuola per me c’è già ( e non so se continuerà ad esserci)

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Non volevo fare la prof.  

di Mariangela Galatea Vaglio,  l’Espresso  3.7.2015.

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Si vede che io sono stata miracolata. Non trovo altre spiegazioni, a questo punto. Perché nella scuola ci lavoro da 15 anni. Da 15 anni nella scuola che non è renzianamente “buona” e per giunta alle medie, che sono state definite, sempre renzianamente, il “buco nero del sistema”. In quella scuola dove il merito non esiste, i sindacati spadroneggiano, i poveri Dirigenti non possono cacciare i professori nullafacenti, le scuole non possono lavorare assieme con le imprese e restano chiuse al pomeriggio strafregandosene dei desideri degli alunni e dei genitori, dove le famiglie sono poco coinvolte e i risultati alle prove invalsi sono disastrose.

Ecco, io lavoro in questa scuola qua. Sono entrata con il concorsone del 1999, che evidentemente non premiava il merito né favoriva l’entrata dei migliori in ruolo. Già, deve essere per questo che sono entrata in ruolo subito, solo in virtù del punteggio di concorso, senza aver mai fatto un solo giorno di precariato. E mica solo io, eravamo in diversi, alcuni dei quali li conoscevo da anni. Tutti entrati, subito, senza raccomandazioni e per aver passato un esame. Ma si sa, il merito e quella roba lì non viene premiato mai.

Poi sono arrivata a scuola. Si noti bene, scuole di paesi di campagna del Veneto, non sciccosissimi istituti di centro città. La prima dove ho prestato servizio era un CTP, ovvero centro per l’educazione permanente, che vorrebbe dire qualcosa di simile alle vecchie serali per consentire agli adulti e agli stranieri di prendere la terza media. Facevamo i corsi alla sera per i lavoratori, e poi durante il giorno alfabetizzazione per gli stranieri, gratis, e a diversi livelli. Eravamo già abituati anche ad organizzare lezioni per i lavoratori delle aziende, concordando gli orari, e già allora si poteva inviare il docente nel Comune o nella azienda che avesse bisogno di un corso mirato. Poi, visto che si voleva diffondere l’alfabetizzazione informatica alla popolazione ed era l’anno in cui si entrava nell’Euro, organizzammo pacchetti di ore nella sala computer e classi di adulti che venivano ad imparare come usare word excell e autocad, e due colleghe di matematica giravano la sera per i paesini a spiegare soprattutto agli anziani come si convertivano i prezzi nella nuova moneta. Tutto gratuito, ovviamente, come il corso che faceva la collega alle mamme straniere, nelle ore in cui il nido teneva loro i piccoli. Mi occupavo anche di due ragazzini in particolare, un alunno cinese che era arrivato senza neppure saper scrivere i caratteri latini, perché capiva solo gli ideogrammi, e un altro che aveva seri disagi a casa, una famiglia allo sbando, precedenti per droghe leggere e una sospetta dislessia. Gli salvammo l’anno, prese la terza media e da quello che so ora fa felicemente il meccanico, perché smontare motorini era la sua passione.

Questo per dire che quando si accusa la scuola di non essere flessibile ed aperta al territorio, e non combatte la dispersione scolastica a me viene da dire: mah.

Poi sono passata alle medie, quelle normali, con i ragazzini. Il primo anno il Dirigente, visto che non avevo molta esperienza, fece una cosa mirata: mi diede solo una terza media, ed il resto delle ore di servizio mi destinò a occuparmi della alfabetizzazione degli alunni stranieri (ne avevamo tanti allora che arrivavano senza sapere nemmeno una parola di italiano), e poi a fare al pomeriggio dei corsi di potenziamento di grammatica e di latino per gli alunni di terza di tutta la scuola che volevano poi andare al liceo. Avevo due classi di trenta e tenevamo la scuola aperta quasi tutti i giorni fino alle cinque di pomeriggio, perché oltre al mio corso c’era quello di recupero e di potenziamento di italiano e matematica, i laboratori di ceramica e musica, e le attività sportive supplementari, tipo il rugby o il nuoto in piscina, grazie a convenzioni con associazioni del territorio.

Tutto questo dieci anni fa. Senza riforme della scuola, senza merito e premialità, senza presidi con i superpoteri. Con le normative vigenti ed i sindacati cattivissimi che impediscono il cambiamento. Certo, c’erano più soldi. Avevamo un fondo d’istituto che consentiva di pagare le ore di straordinario, e soprattutto più organico, perché delle 18 ore di lezione solo 16 le passavi in classe, e le altre due che avanzavano le dedicava a fare (quindi a costo zero per la scuola) questo tipo di attività qua.

Poi hanno messo per legge tutti i professori a fare 18 ore di lezione frontale, e il fondo d’istituto è stato progressivamente ridotto, per cui soldi per pagare ore straordinarie e commissioni per far funzionare tutte le attività non ce ne sono più. Piano piano le scuole hanno ridotto quello che facevano. Non per le opposizioni dei sindacati cattivi o perché i professori sono fannulloni senza voglia di lavorare, ma perché, banalmente, non ci sono soldi. Gli sponsor privati alle medie stentano ad arrivare, perché i nostri ragazzi non sono poi appetibili per stage in quanto ancora troppo piccini, e anche le aziende, nel Nordest operoso, hanno avuto tracolli, per cui i contributi sono scemati e poi sono spariti quasi del tutto.

Con tutto questo noi a scuola abbiamo continuato a lavorare. I nostri risultati degli invalsi sono ottimi (per quello che possono valere i risultati dei test): nelle scuole dove ho prestato servizio io ci attestiamo sempre, da anni, dai 7 ai 9 punti sopra alla media nazionale, il che vuol dire in linea, e alle volte pure sopra, con quello che ottengono gli studenti coetanei in Francia e in Germania, che però per l’istruzione spendono una barca di soldi più di noi.

Voi mi direte: vabbe’ ma tu lavori in una zona ricca. Sì, certo. Ma oggi sto in una scuola di un paesello che è in pratica un grosso quartiere operaio al margini della ex metropoli, negli anni passati avevo metà ragazzini con padre e madre e spesso tutti e due in cassa integrazione, numerosi stranieri e anche qualche serio caso di bullismo, tipo ragazzini che bruciavano registri, avevano una gang che rubava biciclette e la sera si formavano bande che si menavano ai giardinetti, per sconfiggere la noia delle nottate in campagna. Ho avuto alunne anoressiche, altri che avevano alle spalle storie di molestie e violenze in famiglia, l’alunno con disagi mentali che lanciava banchi quando era arrabbiato e persino un ragazzino ermafrodito, per cui la nostra bella dose di problemi seri da affrontare li abbiamo avuti anche noi: non è che nell’apparentemente placido Nordest tutto va ben, madama la marchesa.

A tutt’oggi a scuola ci arrabattiamo. Siamo alle medie, cerchiamo di tutelare ragazzini che devono ancora capire chi sono e come va il mondo, sono fragili e insicuri. Evitiamo il più possibile di bocciare, perché poi, alla fin fine, serve a poco, e molto di più serve recuperare, durante l’anno, ritagliando ore per aiutarli quando non ce la fanno. Abbiamo accordi con una associazione gestita da uno psicologo per far seguire gli alunni più problematici al pomeriggio e a scuola organizziamo ore di sostegno anche per chi non è certificato. La collega che si occupa di orientamento passa tutto il primo quadrimestre a organizzare incontri con i genitori e gli alunni per spiegare come sono fatte le superiori, poi invita i docenti degli istituti superiori a scuola da noi a parlare, poi manda i nostri ragazzini a fare dei piccoli stage di un giorno degli istituti che hanno scelto, perché così si possono fare un’idea di come sono, poi abbiamo una convenzione con una psicologa dell’età evolutiva specializzata nell’orientamento, che fa uno sportello individuale per parlare con i singoli alunni incerti sulla scelta.

Ci sbattiamo tutto l’anno per fare programmi individualizzati per gli alunni BES, cioè i cosiddetti “alunni con bisogni educativi speciali”, cioè quei ragazzini che o per una congiuntura improvvisa (mamma o papà in crisi con il matrimonio, o che hanno perso il lavoro, o vattelappesca) arrancano e non ce la fanno più. Li seguiamo, cerchiamo di trovare delle strategie per farli comunque avere successo a scuola. Informiamo i genitori con incontri, circolari, facciamo corsi alla sera su come utilizzare i social network, con gli stessi esperti che poi al mattino vengono a fare lezione ai nostri ragazzini. Ci siamo fatti regalare dalle associazioni dei genitori alcune LIM, altre le abbiamo comprate reperendo fondi, abbiamo una classe 2.0 con i tablet dati in comodato d’uso alle famiglie. C’è persino un bel progetto per cui gli alunni di terza durante la ricreazione aiutano noi professori nella sorveglianza, così loro si responsabilizzano e si combatte il bullismo.

Facciamo anche educazione all’affettività, fin dalla scuola materna, da anni, con psicologi, medici del consultorio ed esperti: sì, da anni, e seguendo le linee guida europee, quelle che i bigotti credono dicano che bisogna insegnare ai ragazzini a masturbarsi . Da noi mai un problema o una protesta, perché i progetti sono obbligatori e vengono però illustrati bene e precisamente ai genitori.

Io di colleghi che non lavorano ne ho incontrato pochi. Giusto uno o due, e anche loro non è che “non lavorassero”, ma più che altro avevano una loro idea diversa di didattica in classe. Poi magari non ero d’accordo con loro, ma ho notato che comunque agli alunni fa bene avere a che fare con persone molto diverse, quelle rigide come sono alle volte io e quelle meno rigide come sono altri. Ho avuto dirigenti ottimi e altri meno buoni, esattamente come ho avuto colleghi con cui siamo diventati inseparabili e altri che sì e no buongiorno in sala professori.

Anche di Dirigenti ne ho avuti parecchi. E ho scoperto che quelli che ottengono risultati migliori non sono quelli che minacciano i licenziamenti o fanno la voce grossa, ma quelli che danno il buon esempio, ogni mattina. Entrano in orario, chiedono giustamente i registri da controllare a Natale o a fine anno, rispettano le normative e sono educati, non dando per scontato di trovarsi di fronte ad una massa di fannulloni; quando serve si rimboccano le maniche, fanno supplenze, si prendono in presidenza i ragazzini. Non ci crederete, ma se un Dirigente è bravo non ha bisogno di minacciare, perché persino il più svogliato si ritrova immesso in un ambiente in cui devi rendere per forza, e lavorare. Una buona squadra motiva più che lo spettro del licenziamento.

Pur con tutti i limiti e gli smadonnamenti e la stanchezza e la frustrazione, in questi  anni ho lavorato e lavoro in una scuola che funziona e ha funzionato, anche senza avere Dirigenti che fanno i capò e Ministeri che impongono concorrenza sfrenata fra gli insegnanti per un tozzo di pane.

Se tutte queste cose si sono sempre fatte nelle scuole in cui ho lavorato, quando sento che la riforma è necessaria per farle a me viene un po’ da ridere. Fosse per me avrei assunto, dato che bisognava assumerli per sentenza europea, quei precari che sono stati sfruttati per anni e che già lavorano da sempre dentro alla scuola, e poi semmai diffondere le buone pratiche che già ci sono e funzionano nelle scuole dove non ci sono. Non questo papocchio che non dà nuovi finanziamenti, non indica idee per la didattica, non rende nulla più facile e immette a scuola solo una iniezione di ansia e di presunto efficientismo fine a se stesso.

Non vivo fuori dal mondo, sono dentro il mondo, e quello della scuola in particolare, da un bel po’. Vedo i problemi e mi ci scorno ogni giorno. Ma secondo me, visto che ci vivo dentro, le soluzioni che ci sono state proposte non sono soluzioni, sono solo una mano di intonaco fresco per camuffare qualcosa che non si sa nemmeno bene come è fatta e come funziona.

Quindi, per piacere, quando mi sentite smadonnare contro la buona scuola non è perché sono una retriva conservatrice ammanicata con i sindacati che proteggono i fannulloni. E’ che io in una buona scuola ci lavoro già, e invece di creare tutto ‘sto caos avrei preferito che la mia “buona” scuola fosse diffusa ovunque, senza tante chiacchiere e senza tanti deliri aziendalistici e meritocrazia basata su quali strani criteri non si sa.

E con questo ho chiuso, approvate quello che volete approvare. Tanto poi a settembre mi ritrovate sempre là, in classe, come al solito, a cercare di far fronte alle magagne vecchie e a sanare quelle che nel frattempo saranno state create nuove.

La buona scuola per me c’è già ( e non so se continuerà ad esserci) ultima modifica: 2015-07-05T07:32:02+02:00 da
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