La scorciatoia brutta e possibile: mentor e quadro intermedio

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di Cosimo De Nitto  Fuoriregistro  13.2.2016

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– Due figure per far carriera
Sono ossessionati dalle differenze che vedono anche dove non ci sono e dove non possono esserci. Sono ossessionati a tal punto che vogliono smontare e ridurre in frantumi non componibili la professionalità docente. Una sorta di taylorismo d’antan che ha la folle pretesa di parcellizzare la professione docente, smembrando la funzione, dividendo le competenze didattiche da quelle organizzative, una sorta di ircocervo a metà tra chimera e assurdità, una sorta di Giano bifronte con le due facce destinate a non incontrarsi e meno che mai a integrarsi e collaborare.
Lo specialista della didattica, quale didattica poi, quella teorica, quella decontestualizzata, quella buona per tutti i casi e per nessuno? Farà l’oracolo, lo sportello della didattica, il suggeritore di scena, il consultorio didattico, il confessore professionale o cosa?
Lo specialista di organizzazione cosa farà? L’eminenza grigia del direttore amministrativo, del dirigente, il loro suggeritore, supplente, vassallo. portaborse maneggione e tuttofare, o cosa?
Non basta l’esercito dei “collaboratori” che già ora il dirigente si sceglie a proprio piacimento e discrezione? Come si possono nella scuola creare figure che verticalizzano funzioni che sono inscindibili tra di loro? Come può reggersi la funzione didattica senza competenze organizzative a livello di classe/i, scuola?
C’è, al contrario, il bisogno di esaltare e qualificare sempre più la funzione docente attraverso una più alta qualità dell’integrazione dei fronti sempre più ampi e numerosi sui quali il docente di oggi e di domani è chiamato a confrontarsi.
E’ deleterio segmentare le numerose parti che rendono la professione docente unica e non assimilabile ad altre professioni le cui mansioni sono scomposte all’infinito e rese specialistiche o addirittura sono sostituite dalle macchine.
E’ deleteria per la scuola la creazione di figure verticali rispetto a funzioni e competenze che ciascun docente deve possedere ed essere capace di integrare nella quotidianità del suo lavoro.
Se si segue questa logica delle figure intermedie e della frammentazione specialistica dovremmo allora, accanto al mentor della didattica e allo specialista gestionale dell’organizzazione, istituire quello di ciascuna disciplina, quello metodologico, quello sperimentale, quello valutativo, quello psicologico, quello dell’orientamento, quello dell’accoglienza, quello delle relazioni, quello dell’integrazione. E accanto a questi riconoscere come figure intermedie tutti coloro che a vario titolo coordinano, sono referenti delle mille commissioni e iniziative che nelle scuole si fanno ordinariamente.
Il risultato sarebbe che quasi tutti i docenti diverrebbero figure intermedie rispetto a funzioni e compiti che poi tutti devono svolgere e saper svolgere.
Con le figure intermedie si divide dove invece occorrerebbe unire, ricomporre. Si frammenta in nome di una artificiale specializzazione dove invece occorrerebbe ricostruire una figura professionale a tutto tondo, ricca e complessa come ricco, complesso, articolato è il lavoro docente che non può essere parcellizzato e alienato.
Posto che il lavoro docente non è alienabile e divisibile, come non lo sono le persone cui questo lavoro è diretto, cosa resterebbe della creazione artificiosa delle figure intermedie? La fede, l’ossessione si potrebbe dire, che la gerarchizzazione della catena di comando nella scuola con una manciata di euro in più dati a qualcuno risolva la crisi che attraversa i sistemi formativi di tutto il mondo occidentale.
Creare sottocapi dove aver creato capi assoluti è l’illusione della scorciatoia.
Si dà una risposta organizzativa, economica, premiale, concorrenziale dove invece occorrerebbe una risposta culturale, di innalzamento del livello professionale, di competenze da affinare, arricchire, espandere, integrare.
Se quote crescenti di docenti, per colpe che vanno rintracciate in larga parte nel malgoverno della scuola, non riescono ad esprimere una qualità dell’insegnamento all’altezza dei bisogni e delle necessità non serve creare dei caporali ancorché buoni e mentori, anzi mentor.
Serve creare le condizioni affinché quella massa di docenti cresca, si professionalizzi, si motivi, capisca sempre più che la bellezza dell’insegnamento consiste nella sua unicità, insostituibilità, ricchezza, nella sua irriducibilità a routine e formulette organizzative, a slogan didattici prescritti da una pedagogia di Stato.
Serve la consapevolezza della responsabilità che comporta l’insegnare.
Serve capire che l’insegnante è chiamato a fare didattica ma non è uno specialista della didattica, deve conoscere la psicologia dell’età evolutiva senza essere uno psicologo, deve conoscere bene la “materia” che insegna senza essere uno specialista disciplinare (un linguista, un matematico, uno storico ecc.), deve saper creare clima e ambienti favorevoli all’apprendimento senza essere uno specialista in training e psicoterapia di gruppo, deve avere conoscenze culturali e critiche dell’evoluzione-rivoluzione della tecnologia digitale senza essere un informatico.
L’insegnante deve avere sensibilità e attitudini sperimentali e di ricerca verso il proprio lavoro senza essere per questo un ricercatore e uno specialista della Pedagogia Sperimentale.
L’insegnante deve avere conoscenza e consapevolezza dei processi di apprendimento degli allievi senza per questo essere uno psicologo cognitivo.
La specializzazione dell’insegnante non consiste nel segmentare conoscenze, competenze, territori che quotidianamente egli pratica ed attraversa per ufficio, ma nel “come” egli riesce a tenere tutte insieme e nel modo più approfondito possibile tutte queste “cose” e soprattutto nel come egli riesce a trasformarle in “cultura” didattica che spende creativamente nel vivo pulsare dell’insegnamento-apprendimento.
La nostra scuola ha bisogno della ridefinizione della funzione docente, di una buona formazione preparatoria in ingresso e in servizio, di buone politiche e pratiche formative, di elevare il livello professionale di TUTTI i docenti.
Rispondere a questo bisogno molto impegnativo (sarebbe la vera “riforma”) con la creazione di “figure intermedie” improbabili, di difficile inquadramento e definizione aumenterebbe soltanto le gerarchie dove non servono, aumenterebbe una burocrazia già esondante, farebbe solo crescere l’illusione che i problemi della scuola si risolvono creando più articolate catene di comando e di controllo basate sulla sfiducia preventiva, creando nicchie di privilegio.
E invece c’è bisogno che il controllo e il comando ai docenti vengano dal proprio interno, dalla propria responsabilità, competenza, deontologia, dalla propria cultura professionale, dalla buona formazione ricevuta e praticata.
La scorciatoia brutta e possibile: mentor e quadro intermedio ultima modifica: 2016-02-14T05:58:17+01:00 da Gilda Venezia
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