La scuola è morta quando ha smesso di credere nella scuola

di Ornella Gonzales y Reyero, MenteDidattica, 10.1.2021

Chi si esprime oggi sulla scuola corre il rischio di apparire subito come un acritico e noioso laudator temporis acti. Non è così: chi si esprime oggi sulla scuola ha riflettuto a lungo e sa che la sua non è una laudatio temporis acti, ma una laudatio temporis.

Sì, perché la scuola, più che ogni altra cosa, ha perduto il tempo. È come se negli anni si fosse aperta una crepa attraverso la quale scorre via il tempo, il tempo giusto, quello lento, il tempo della riflessione, il tempo dell’apprendimento.

La scuola vive un inquietante incantesimo: tutto è accelerato, niente riesce a lasciar traccia, calpestato da ciò che segue, condannato alla stessa sorte. Eppure il tempo dell’apprendimento è il tempo della lentezza e, se “insegnare” significa “imprimere un segno” nella mente del discente, bisogna riconoscere che riuscire a lasciar traccia è impresa sempre più ardua, nel labirinto delle parole altisonanti e vuote, nella vetrina ridicola e imbarazzante del “sapere” e del “saper fare”, nell’illusione disonesta delle competenze senza le conoscenze, delle «scintille» senza «la legna», direbbe Gustavo Zagrebelsky.

Il tempo della scuola è un tempo distratto, confuso, opaco, che costruisce un sapere disorganico, evanescente, un sapere destinato a svanire con la stessa velocità con la quale è stato costruito. Con la lentezza è andata via la profondità, allontanata come in un rivisitato supplizio di Tantalo, dove il frutto intravisto appena e subito negato è la possibilità di andare al fondo delle cose.

Possibilità irrealizzabile, perché “non c’è tempo”. Rimane la superficie, sfiorata e presentata magari sulla carta come profondità, alla voce “approfondimenti”. Perché per le carte il tempo c’è. Deve esserci. Un brutto mattino kafkiano il docente si è svegliato burocrate e ha dovuto imparare l’aridità e il nonsenso, il trionfo della forma, il tempo speso male: l’orologio della scuola è un orologio impazzito, che segna un tempo nemico dell’apprendimento, un tempo in cui il numero delle ore sottratte non è compensato dalla qualità di quelle (ancora) concesse.

La scuola è morta quando ha smesso di credere nell’importanza dei “dati”, quelli che si possono trarre anche dalla rete; è morta quando ha, con disprezzo, definito “nozionismo” il sapere; quando ha cominciato a temere la valutazione, impedendo la crescita; quando ha cominciato a raccontare e a raccontarsi bugie; quando ha dipinto la sua facciata con troppi sospetti colori, trascurando irrimediabilmente gli interni.

È morta quando ha smesso di credere nella scuola. L’hanno lasciata morire quelli che Primo Levi chiamava «gli uomini comuni», più pericolosi dei mostri, «i funzionari pronti a credere e ad obbedire senza discutere». Quelli che quel brutto mattino avrebbero dovuto lottare per arrestare quell’orribile metamorfosi. E invece hanno accettato di essere spazzati via.

La scuola è morta quando ha smesso di credere nella scuola ultima modifica: 2021-11-07T06:05:00+01:00 da Gilda Venezia
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