La scuola è un’attività essenziale. Oppure no?

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di Stefano Vicari, Vita, 3.5.2020

– «In questo lunghissimo tempo di quarantena ci siamo preoccupati, giustamente, di molti (runner, cani, postini di Amazon…) ma abbiamo trascurato i più deboli, primi fra tutti i bambini e, ancora di più, i bambini con disabilità. La rinuncia alla scuola discrimina e rimarca le differenze sociali perché rende più forti i privilegiati e infinitamente più deboli gli ultimi».

La scuole non riapriranno, non prima di settembre. Credo che questa decisione richieda una riflessione più ponderata da parte di tutti.

Rimanere chiusi in casa non è facile per noi adulti, quasi impossibile per un bambino specie se con qualche difficoltà. Ho l’impressione che in questo lunghissimo tempo di quarantena ci siamo preoccupati, giustamente, di molti (runner, cani, postini di Amazon e non solo, …) ma abbiamo trascurato i più deboli, primi fra tutti i bambini e, ancora di più, i bambini con disabilità.
Niente scuola, niente compagni, nonni, corse in cortile o passeggiate al sole e, nei casi meno fortunati, niente terapie. Ora, con la prossima Fase 2 e grazie all’impegno dei colleghi coinvolti nelle diverse task force qualcosa certamente migliorerà: sarà possibile per i bambini, ad esempio, rincontrare i nonni, seppure a distanza, e fare qualche piccola passeggiata. Il rientro a scuola però no, questo non è ancora consentito.

La scuola per un bambino non è tanto apprendimento di materie curricolari quanto, piuttosto, occasione unica per sperimentare relazioni, riconoscere negli altri le proprie emozioni, scoprire se stessi.Resta, inoltre, la necessità di assolvere al dettato costituzionale che garantisce a tutti il diritto allo studio (articoli 33 e 34). Se è vero che sarebbero un milione e cinquecentomila gli studenti privi di rete o strumenti tecnologici, quindi impossibilitati nel seguire le lezioni a distanza, come abbiamo garantito questo inalienabile diritto? Come è stato affrontato questo problema? Ignorandolo, sembrerebbe, almeno fino a pochi giorni fa quando le scuole sono state dotate di fondi per l’acquisto degli strumenti necessari a garantire la didattica a distanza. Sta succedendo, però, che le scuole con alunni più ricchi si dimostrano in grado di dotarsi delle apparecchiature necessarie ai pochi studenti sprovvisti, mentre le scuole di quartieri più periferici o borgate (penso, ad esempio, il Quarticciolo a Roma) hanno talmente tante richieste da riuscire a soddisfarne solo una minima parte.

La task force riunita dal Ministro dell’Istruzione certamente ci aiuterà, indicando possibili soluzioni anche per queste difficoltà. A proposito, trovo una disattenzione grave, ma certamente recuperabile, l’assenza in tale gruppo dei rappresentanti del mondo della disabilità, delle famiglie di bambini costretti ogni giorno ad improvvisare assistenza e sostegno.
In questo periodo, dicevamo, non è mancata solo la vita in classe ma anche la possibilità, per chi ne ha bisogno, di svolgere terapia riabilitativa che, per bambini con autismo, disturbo di linguaggio, iperattività, disabilità intellettiva non è un passatempo capriccioso, ma rappresenta l’unica opportunità per implementare le proprie competenze e ridurre, così, lo svantaggio sociale che appare sempre più un destino inevitabile.

Tutto questo non c’è stato. Non c’è. Certo si dirà che la realtà di oggi è dettata da ragioni superiori quale quella di garantire la salute pubblica e di evitare di esporre i più piccoli a grave rischi. Giusto, giustissimo, condivido il principio anche se i dati fin qui disponibili, certamente non definitivi, indicano come i bambini siano meno contagiosi degli adulti (4% invece del 17,1%) e che in loro la malattia mostri un decorso sostanzialmente benigno. Invece, l’isolamento prodotto anche dalla chiusura protratta delle scuole li espone, questo sì, a rischi gravi e possibili danni psicologici duraturi.
C’è da chiedersi, allora, se davvero, non ci fosse un altro modo, un’altra possibile soluzione? Facile citare l’esperienza di altri Paesi (Danimarca, Francia, Germania, …) che sembrano suggerire che sì, forme alternative di socialità possibile ci sono anche in questa situazione di emergenza. Se è poi vero che in Lombardia il 50% delle fabbriche non si è mai fermato, c’è da chiedersi come si possa ragionevolmente sostenere che il contagio viaggi con gli alunni piuttosto che con i genitori costretti alla produzione… Che senso ha, e lo chiedo a chi ha maggiori competenze di me, non riaprire le scuole in Basilicata o in Umbria o in tutte le Regioni compresa la mia, che mostrano contagi ormai prossimi allo zero? Spero che la decisione di non riaprire agli studenti e agli insegnanti il loro spazio vitale non nasca da una inespressa visione che riduce la scuola, nella società moderna post-industriale votata al consumo e al facile profitto, a un elemento non indispensabile, una sorta di costoso e superfluo accessorio.

La rinuncia alla scuola discrimina e rimarca le differenze sociali perché rende più forti i privilegiati e infinitamente più deboli gli ultimi, ci rende tutti meno uguali e, in un’ultima analisi, meno liberi. Perché, come ci ha insegnato Don Milani, è proprio l’istruzione che rende liberi.


*Stefano Vicari è Professore Ordinario di Neuropsichiatria Infantile all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma e Responsabile Neuropsichiatria dell’Infanzia e della Adolescenza, Ospedale Pediatrico Bambino Gesù. Questo post è stato pubblicato dal professore sulla pagina Facebook Stefano Vicari e L’insalata sotto il cuscino, in data 30 aprile.

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La scuola è un’attività essenziale. Oppure no? ultima modifica: 2020-05-04T06:08:23+02:00 da Gilda Venezia
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