– I ragazzi e l’insegnamento.
Questo è il nostro mestiere: trasmettere il sapere e cercare di farlo nel migliore dei modi, conquistando l’interesse, la fiducia, l’attenzione di ragazzi ai quali, spesso, non interessa nulla della poetica di Pascoli o delle cause della prima guerra mondiale perché sono immersi in una realtà della quale la scuola, la scuola come è oggi, non fa più parte. Insegno da molti anni e sono convinta che la scuola sia perdente nei confronti della funzione educativa che deve svolgere. I tempi dell’apprendimento sono lunghi e richiedono lentezza e riflessione, mentre là fuori si corre e la sintesi è la modalità di comunicazione imperante, ma non la sintesi intesa come punto d’arrivo di un processo di rielaborazione critica, ma la sintesi e basta, intesa come linguaggio che ha espulso una serie di passaggi nei quali il pensiero si modella e prende forma.
Non adeguata, quindi, la modalità di trasmissione del sapere e, spesso, non interessante e utile il contenuto del sapere e, pertanto, privi di considerazione e di rispetto i trasmettitori del sapere, cioè noi, i docenti. Certamente questa situazione, che è paradigmatica, si aggrava in contesti sociali violenti, risente di dinamiche educative familiari, si acutizza con utenze difficili, ma denuncia comunque un dato di fatto: la distanza tra la scuola e la società e quanto più la prima tenta di adeguarsi alla seconda perde di vista la funzione che le è propria.
Forse la scuola dovrebbe recuperare la consapevolezza della propria funzione educativa, rifiutando la logica mercantile dell’alternanza scuola-lavoro, l’intromissione ossessiva di tematiche e obblighi che nulla hanno a che fare col mondo di adolescenti che essa ospita; dovrebbe porsi come una comunità educante, consapevole che nelle aule si declinano valori, contenuti e linguaggi che sono altro dal mondo che è fuori, ma proprio per questo sono necessari alla sua identità.
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