Categorie: Riforma

Le competenze producono una scuola senza cultura e conoscenza?

di Roberto Bosio,  Associazione Docenti Articolo 33, 7.1.2020

– Nel tempo sono apparse (e poi scomparse) tante mode didattiche e culturali che hanno influenzato le prassi d’insegnamento. Un esempio di questo tipo di pratica è, ad esempio, la diffusione quasi forzata delle metodologie strutturaliste di lettura ed esegesi testuale – che per fortuna è stata accantonata o rivista negli ultimi anni.

In questo campo, non si può fare a meno di rilevare che, per tutte le discipline, negli ultimi due decenni è emersa una pericolosa visione dell’apprendimento, in cui vengono svalutate le “conoscenze” da trasmettere ai discenti, per sostituirle con il concetto più allettante delle “competenze” – non per nulla negli ultimi anni si è fatto un vero e proprio abuso dell’espressione “didattica per competenze”.

Ad un primo approccio, questa impostazione può sembrare giustificata ed avere un interesse pedagogico, visto che nell’era del web, siamo entrati in un’era in cui quasi tutto lo scibile umano è presente in rete ed è immediatamente fruibile a chiunque abbia la possibilità di connettersi.

Questo accesso ad uno schedario quasi infinito di informazioni può nascondere delle insidie. Se non ci sappiamo orientare in questa babele di dati – e questo è possibile solo se abbiamo un certo bagaglio di conoscenze – resteremo sempre dei semianalfabeti che esplorano il web ignoto come un esploratore senza mappa (e senza i mezzi per costruirsene una).

Da anni si ripete acriticamente il mantra delle abilità da conseguire a scuola – ovvero delle capacità di applicare le conoscenze acquisite (normalmente in altri contesti) – che in genere sono di carattere operativo, e delle competenze da sviluppare – quasi sempre intese come capacità che si possono spendere in ambiti extrascolastici (ovvero sul lavoro). Sull’altare delle competenze viene sacrificato tutto.

Questo approccio è logico per chi vede la scuola come un’azienda che deve occuparsi esclusivamente di essere al servizio delle esigenze produttive. Per fortuna questo punto di vista, negli ultimi tempi, inizia ad essere messo in discussione da chi pensa che la seconda agenzia educativa (la prima è la famiglia) non possa fungere solo da “addestramento” al lavoro.

Una critica della “didattica delle competenze” si può tradurre solo in una rivalutazione della trasmissione – che ovviamente deve essere critica e attiva e non passivamente recettiva – delle conoscenze, che deve ritornare ad essere una delle finalità essenziali della scuola (e non può essere considerato come un conato di ritorno al vecchio e deprecato “nozionismo”, etichetta infamante di cui fanno abuso i cultori della didattica per competenze).

L’abbandono delle tanto vituperate “conoscenze” ha prodotto finora – insieme ad altri corollari disseminati dai fedeli della scuola-azienda – ha prodotto una diffusa ignoranza di nozioni e dati elementari che dovrebbero invece costituire il fondamento su cui un individuo può edificare una vera cultura e lo sviluppo di qualunque abilità conseguente.

Chi non conosce non può padroneggiare il linguaggio, e come diceva don Milani, “senza la parola non c’è dignità e quindi neanche libertà e giustizia”. Solo la parola può “aprire la strada alla piena cittadinanza nella società”. Le rilevazioni Invalsi, e la diretta esperienza quotidiana di ogni docente, mostrano che la maggior parte dei giovani ormai possiede un vocabolario povero che finisce per condannarli all’afonia intellettuale ed al soffocamento psicologico.

Chi non sa non può collegare i dati acquisiti, né effettuare confronti e interpretazioni, e tantomeno intuire per salti logici che abbiano fondamento in nozioni basilari. Soprattutto la conoscenza dovrebbe essere centrale perché funzionale allo sviluppo umano, perché come affermava Dante, parafrasando alla lettera Aristotele “Tutti li uomini naturalmente desiderano di sapere”.

Il celebre motto kantiano “sapere aude” (“abbi il coraggio di usare il tuo intelletto”) non può che essere una caratteristica dell’educazione dell’uomo come cittadino consapevole ed individuo inserito attivamente nella società produttiva, perché altrimenti si rischia di creare solo degli automi addestrati a schiacciare bottoni, precarizzati e deidologizzati al servizio di un potere aziendale onnipotente.

Liberamente tratto da http://www.gildaprofessionedocente.it/public/news/documenti/802_DzwpC.pdf

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Le competenze producono una scuola senza cultura e conoscenza? ultima modifica: 2020-01-07T21:12:07+01:00 da Gilda Venezia
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