di Gianluca Gabrielli ed Enrico Roversi, Quando suona la campanella, 4.5.2026
Prove Invalsi alla primaria: due maestri spiegano alle famiglie a cosa servono davvero
Cari genitori, parliamo di test Invalsi
Insegniamo da parecchi anni nella scuola primaria italiana ed oltre vent’anni seguiamo e proviamo a contrastare il sempre più pervasivo ruolo assunto dai test Invalsi. Ne abbiamo scritto varie volte, nel tentativo di contribuire ad un’opposizione ragionata e articolata che però non ha trovato molti alleati e che non ha potuto frenare di molto l’avanzata di questi test e del loro condizionamento sulla scuola italiana. Negli ultimi anni avevamo smesso di scrivere, ci eravamo detti che poteva bastare così, che ormai le nostre riflessioni le avevamo fatte e che solo in presenza di grandi cambiamenti sarebbe stato necessario riprendere la penna. Quest’ anno però un grande cambiamento è arrivato; infatti risultati dei test, da sempre raccontati come anonimi nonostante le nostre denunce di schedatura delle giovani e dei giovani italiani, entreranno a far parte del fascicolo personale di ogni studente e studentessa, precludendo ad altri passaggi già ventilati in molte proposte di legge come l’utilizzo dei risultati per integrare i testi ammissione all’università, o per la profilazione dei candidati all’assunzione a questo a quel lavoro. Ma un’altra ragione ci spinge a scrivere di nuovo, il fatto che ci troviamo ad insegnare in classi seconde di scuola primaria che sono destinate a svolgere i test. Ovviamente i genitori di queste bambine di questi bambini non sanno niente di questi vent’anni di storia, dei conflitti, delle ragioni per opporsi a questi test, gran parte di loro apprendono di questa cosa solo attraverso le nostre parole, oppure attraverso un questionario distribuito burocraticamente senza alcuna presentazione da parte dell’Invalsi stesso. Così ci siamo detti che è giusto riprendere la parola, spiegare alcuni aspetti che in questi vent’anni hanno indotto alcuni insegnanti a dedicare parte del tempo libero ad argomentare contro questa svolta della scuola italiana.
Cosa sono i test Invalsi
Sono delle prove di matematica e di comprensione del testo in gran parte a risposta multipla. Sono fatti in modo censuario, quindi tutte e tutti i bambini italiani dovrebbero fare i test. Le prove non sono presentate, bensì “somministrate” con modalità concorsuali: tempi rigidi, impossibilità di uscire dalla stanza, separazione dei banchi, penna non cancellabile, impossibilità di interloquire degli insegnanti che “somministrano” con le bambine e i bambini e proibizione ai bambini di parlare tra loro.
Le prove sono strutturate per raccogliere nei gruppi classe risultati differenziati, con quesiti molto difficili e altri molto più facili, in modo da creare graduatorie ben distinte tra livelli alti e livelli bassi di risultato, non come le verifiche che proponiamo nel corso dell’anno che sono preparate sulla base del lavoro svolto in classe e quindi potenzialmente risolvibili da tutta la classe.
A cosa servono i test Invalsi al Ministero
Chi raccoglie i dati non li mette a disposizione individualmente alle studentesse e agli studenti che li hanno prodotti. I dati sono elaborati in modo statistico a livello nazionale, regionale, per tipologie di scuola, di quartiere, ritornano alle scuole come statistiche della singola classe rapportata alle altre classi della scuola, del quartiere, dell’area geografica, nazionali. I risultati ai test delle scuole sono utilizzati per distribuire fondi, sono indicatori per organizzare i piani di miglioramento delle scuole, nel passato sono stati sperimentati come elementi per premiare economicamente le insegnanti, da quest’anno i risultati individuali entrano nel portfolio individuale delle studentesse e degli studenti. Ma la finalità più importante dei test è la retroazione che esercitano sui docenti. L’idea di venire valutati dal ministero sulla base dei risultati dei test nella propria classe ha spinto nel tempo molti insegnanti ad impegnarsi nel teaching to test, nell’allenamento ai test, lasciando perdere altre pratiche didattiche che sono ignorate dall’Invalsi. Così gli insegnanti hanno iniziato a far comprare opuscoli per fare esercitare i bambini e le bambine ai test, poi le case editrici hanno incluso le prove a risposta multipla stile invalsi tra i materiali adottati con i libri di testo. Oggi così siamo invasi di opuscoli di “allenamento” ai quiz e non c’è insegnante che non sia stato condizionato nella didattica da questa marea di test. Invece di usare le Indicazioni nazionali il Ministero ha usato i test per cambiare in maniera più efficace il modo di insegnare nelle nostre scuole, purtroppo non in una direzione auspicabile. Non è una deriva casuale. È l’effetto previsto.
Sempre gli stessi?
In realtà nel tempo l’uso dei dati è cambiato: vent’anni di evoluzione e di cambiamenti hanno modificato parecchi aspetti non certo trascurabili; facciamo solo due esempi:
1) Fino a prima del covid l’Invalsi ha sempre sostenuto che i test fossero anonimi, che non servissero a valutare, che non fosse possibile rintracciare la corrispondenza tra test e studente. Molte diffide, molte azioni sono state fatte per denunciare questo aspetto ma l’Invalsi e il ministero hanno sempre negato. Ora probabilmente la platea di genitori ed insegnanti è stata sufficientemente lavorata ai fianchi e i tempi sono maturi per svelare la vera natura dei test, così – per legge – i risultati individuali entrano in pompa magna nel fascicolo personale dello studente.
2) Dal 2006 per i bambini di seconda classe di scuola primaria veniva effettuata una prova di lettura con cronometro, interrompendo il bambino o la bambina quando scadeva il tempo di lettura. Abbiamo sempre denunciato questa pratica come fortemente diseducativa, opposta al senso di tranquillità con il quale si propone l’apprendimento della lettura (pensiamo al decalogo dei diritti dei giovani lettori di Pennac). Invalsi non ha mai risposto a queste critiche, sottoponendo tutte e tutti i bambini italiani di 7 anni a questa prova con il cronometro ben in vista nelle mani della maestra “somministratrice” per 12 anni di vita della scuola italiana. Nel 2019 improvvisamente questa prova è sparita, evidentemente all’Invalsi si sono accorti degli aspetti anti-pedagogici estremamente gravi che veicolava. Ovviamente non è mai stata fornita alcun motivo di questo cambiamento dopo ben 12 anni di applicazione.
Critiche pedagogiche
Le modalità con cui le prove vengono “somministrate” non sono neutre: producono intenzionalmente tensione, controllo, isolamento. Bambine e bambini si trovano a svolgere un’attività scolastica in un contesto che sospende ogni relazione educativa: non si può parlare, non si può chiedere chiarimenti, non si può contare sull’insegnante, non si può nemmeno chiedere di andare in bagno! Non è una situazione di apprendimento, ma una simulazione di selezione. Si tratta di un dispositivo che introduce precocemente una logica estranea alla scuola primaria: quella della prestazione individuale misurata in condizioni artificiali. Il messaggio implicito è chiaro: non conta il percorso, non conta il ragionamento condiviso, conta unicamente la risposta corretta nel tempo stabilito. Inoltre, i test sono completamente scollegati dal lavoro didattico della classe. Non verificano ciò che è stato insegnato, ma ciò che è stato deciso altrove. Questo rompe il patto educativo tra insegnante e alunni: ciò che si fa ogni giorno in classe perde valore rispetto a una prova esterna che impone criteri propri. La riduzione della valutazione a poche competenze misurabili produce un effetto sistemico: tutto ciò che non è testato viene spinto progressivamente verso la marginalizzazione. Scienze, storia, geografia, arte, musica, educazione motoria diventano, nei fatti, discipline secondarie. Non per scelta pedagogica, ma per pressione esterna. Anche la lingua viene ridotta a una sua componente minima: la comprensione di un testo scritto. Restano fuori il parlato, l’ascolto, la costruzione del pensiero attraverso il dialogo, la scrittura come processo. Ciò che non è facilmente quantificabile smette di contare. Infine, la diffusione della risposta multipla non è un dettaglio tecnico, ma un cambiamento culturale: abitua a riconoscere risposte invece che a costruirle, a scegliere tra alternative invece che a elaborare pensiero. È una forma di semplificazione che impoverisce il lavoro cognitivo e didattico.
Cosa fare?
Non esiste un’adeguata informazione sulle caratteristiche delle prove, né si è mai registrata disponibilità dell’istituto Invalsi ad un confronto con chi contesta i diversi aspetti dei test. Ciò – con evidente accordo della maggior parte dei sindacati e della gran parte dell’università che non ha mai mosso serie obiezioni – ha favorito l’affermazione dei test come pratica stagionale delle scuole italiane, riducendo moltissimo il confronto nel merito. Eppure, nonostante ciò, è ancora possibile non rinunciare ad esprimere il proprio punto di vista critico, non adeguarsi ad un conformismo qualunquista. Per gli insegnanti che contestano i test alcuni sindacati indicono scioperi (quest’anno il 6 e 7 maggio, più il 6 maggio uno sciopero di mansione). Per i genitori esistono modelli per dichiararsi contrari alle prove e per chiedere di non somministrarle ai propri figli, anche se l’istituzione non prevede alternative, né l’obiezione alle prove. Inoltre esistono ancora spazi di discussione in cui difendere un’idea di scuola diversa da quella che si è affermata parallelamente all’espansione dei test. Ognuna di queste piccole pratiche di conflitto tiene viva la democrazia e l’idea di una scuola che ascolta le bambine e i bambini prima di misurarne le prestazioni. Si tratta di decidere che idea di scuola vogliamo: una scuola che addestra e classifica o una scuola che educa, ascolta, costruisce pensiero. Accettare passivamente questo modello significa scegliere la prima. Metterlo in discussione, anche con fatica, significa tenere aperta la possibilità della seconda.
LETTERA APERTA SUI TEST INVALSI ultima modifica: 2026-05-04T07:04:23+02:00 da

