Categorie: Stampa

L’inglese? Per la ricerca sì, nella didattica no

Il Corriere Scuola di vita 13.4.2016

– Pubblichiamo l’intervento sull’uso della lingua inglese nella didattica e nella ricerca di Cosimo Laneve, docente di Didattica generale  all’Università Aldo Moro di Bari.

Dico subito che sono per l’uso dell’inglese nella comunicazione internazionale e globalizzata. E’la lingua che ci permette di superare le barriere della comunicazione verbale e che consente a tutti oggi di parlare e di ascoltare la voce di tutte le persone (quale nuovo esperanto!). Così  come non posso non riconoscere che è  proprio attraverso la pubblicazione in inglese che oggi i nuovi risultati della ricerca scientifica e applicata vengono  diffusi verificati, discussi e messi a frutto nel mondo intero. Dagli anni Settanta del secolo scorso  in poi  quasi tutte le riviste scientifiche  pubblicano in inglese. Il ricercatore non anglofono è, dunque, tenuto a imparare l’inglese della scienza, a prepararsi la conferenza esercitandosi nella pronuncia corretta .

Non sono invece per un suo impiego nella relazione insegnamento-apprendimento.

Non perché la lingua inglese non sia una lingua degna di essere utilizzata. Nient’affatto. Il patrimonio della lingua inglese è sterminato, e oltre s’intende che complesso come  quello di tutte le lingue. Una grande parte dei verbi,e praticamente la totalità di quelli più semplici,non solo dispone di una quantità di accezioni diverse,ma anche  ha una pluralità di forme frasali,da ognuna delle quali si schiude un ventaglio di accezioni e di sfumature( si pensi a: to get in,to get out,to get off,to get up). La ragione per la quale  sono contrario al suo uso nella didattica è piuttosto  che la lingua che si userebbe in università  non sarebbe questa,bensì l’inglese basico ( o English for dummies). Un basic English che parla  un cinese o un giapponese all’aeroporto,e l’italiano al bar:1200/1500 parole per dire “tutto quel che serve”.

Un inglese modesto, fatto di “parole-termine”,scarno,sbrigativo in grado di farsi capire, ma poco efficace per insegnare. Questo inglese ci risuonerebbe come lingua altra,senza  le articolazioni, le ricchezze, le “parole-figura”( i colores)  e lo spessore di una vera lingua.

La parola non è soltanto  un segno che serve  per comunicare, ma è anche fantasia, è un cumulo di ambiguità,per le evocazioni celate nel nucleo. La parola( in particolare il nome) non è mai un’etichetta,ma non è neppure una definizione : è una sorta  di simulacro  spesso approssimato  col quale comunichiamo.

Parliamo riferendoci a segni spesso per noi ambigui,ma ambiguità e vaghezza ci permettono in ogni caso di intenderci. Il termine è solo l’ombra della parola: se identifichiamo la parola con il termine la inchiodiamo ad un significato specifico e relativo a..;le spezziamo le ali,impedendole di volare libera nel cielo  della significazione.

A scuola e nell’università i saperi si trasmettano meglio ai giovani nella lingua che parlano ogni giorno.

Certo, l’insegnamento è anche  comunicazione ed è riconducibile alla  trasmissione   di conoscenze. Ma è significato generico: fa -o tende a fare- dello studente  un mero recettore,e non già un elaboratore attivo e costruttivo. L’insegnamento, correttamente inteso, invece tende a  favorire il passaggio da uno stato di pura ricezione e di passività  ad uno stato in cui è lo studente  stesso a prendere l’iniziativa, ad interrogarsi,a mettersi mentalmente in movimento per arrivare personalmente a  rendersi conto,  a capire,  a rispondere.  Senza questa attivazione delle potenzialità della persona  non si può parlare di una vera e propria trasmissione  di istruzione, proprio perché non si innesca un processo in grado di favorire nello studente un vero apprendimento.

L’insegnamento non è la divulgazione,che consiste nel diluire il contenuto concettuale al fine di renderne comprensibili alcuni aspetti sui quali si vuole richiamare l’attenzione. Attraverso la divulgazione si diffonde  un’informazione  su alcuni problemi senza argomentazione, si limita l’acquisizione ad elementi conoscitivi(i record)e, quindi, si riduce fortemente la quantità (che in questo caso è anche la qualità) del lessico( solo parole-termine!) utilizzato, ricorrendo ad una sintassi prevalentemente centrata su forme periodali paratattiche, anziché ipotattiche, su slogan,anziché frasi esplicative e costrutti discorsivi.

L’insegnamento consiste piuttosto nella costruzione, da parte dell’insegnante, di una serie di  mediazioni (esplicitazioni, puntualizzazioni, collegamenti,riferimenti,esemplificazioni;ed ancora: ricorso alla ridondanza,rinvio a significati e a costrutti simbolici, richiamo riassuntivo, e così via) per rendere perspicui gli elementi costitutivi di un sapere che non sono colti con chiarezza dagli studenti. Inoltre si installa in un clima di relazionalità,di interazione effettiva, di sostegno affettivo,di accoglienza,di accompagnamento,di cura a crescere nell’esercizio e nella ricerca.Richiede la capacità del ricorso alle risorse plurali attive di una lingua,alle variazioni di registro,alle differenziazioni  di tono,alle risorse  metaforiche alimentate dalla pratica di una lingua usata nelle molteplici circostanze della vita.

Gli anelli associativi che si legano nella catena del parlare o dello  scrivere nella propria lingua non si riescono a congiungere  usando  una lingua straniera di grado basico. La lingua per insegnare non si limita soltanto a formulare e argomentare logicamente un discorso, senza preoccuparsi di tendere anche ad esercitare un’ influenza sull’atteggiamento di chi ascolta, aspirare a mutarlo, coinvogerlo, emozionarlo. L’insegnamento diviene azione, o meglio, fenomenologicamente parlando, inter-azione. Non si tratta solo di docere (spiegare), ma anche di movere (spronare,sollecitare,richiamare); e ancora: di delectare (far provare piacere, epperciò porre le premesse per continuare ad apprendere).

L’insegnante per insegnare deve possedere  una lingua che sa usare nella vasta gamma dei modi e delle forme e in tutto il suo spessore culturale. Parlare, spiegare, commentare, annotare, raccontare ascoltare qualcuno significa ricordare di appartenere ad un gruppo,ad una comunità, sentirsi inseriti dentro una tradizione. Alla radice di questo vissuto è un desiderio di riconoscimento che consente di vivere il racconto come una opportunità per acquisire  consapevolezza di sé, dei propri problemi, del mondo di appartenenza.

L’illusione contenutistica: quella secondo cui sia sufficiente definire obiettivi,contenuti e procedimenti di verifica per indurre automaticamente effetti desiderati. L’esito estremo di un didattismo  che rifiuta di collocarsi entro una strutturazione metodologica più comprensiva degli aspetti spaziali,temporali,simboli e corporali che sono in gioco in ogni situazione didattica è proprio il contenutismo,ovvero la negazione della didattica come atteggiamento e come cultura.

Una lingua priva di colores  e dell’utilizzo di tutte le componenti della oralità  ( il timbro della voce,le curve melodiche, le intonazioni,gli accenti, il gioco degli ammiccamenti, le pause)fa capire meno e apprendere di meno.

L’insegnare ha bisogno di una lingua in grado di schiudersi ad allusioni, colte ma anche “popolari”, come lingua florida  di varianti, di registri,di evocazioni multiple, di interiezioni molteplici, orpelli retorici e financo di banalità. Per cercare l’attenzione, sollecitare la curiosità, affascinare :la parola della lezione deve sedurre,nel senso  letterale del termine, “portare  con sé”,lungo il cammino della conoscenza. Un cammino non facile epperciò ha bisogno di un’opera di fascinazione, di un“incanto” che rapisca l’interesse di chi ascolta.

Il vero maestro ha una passione vitale, protesa verso l’altro, nel desiderio di condividere, di far conoscere,di trasmettere e, quindi, donare senza pretendere. Tanto che il tributo affettivo,  nei confronti  dei propri insegnanti che hanno lasciato un segno indelebile( nel senso forte che la parola in-signare denota ), si perpetua per tutta la vita. Una lingua, in definitiva in grado di mantenere l’ equilibrio tra la dimensione “numerica” ( quantitativa)e quella “analogica”( qualitativa) dell’esperienza della comunicazione ,in modo che i dati ,i fatti,le informazioni da una parte e così come le emozioni,le reazioni,le vibrazioni affettive dall’altra,non restino isolati e appartenenti a due mondi reciprocamente distinti e separati.

Cosimo Laneve
professore ordinario di Didattica Generale – Università degli studi Aldo Moro di Bari

L’inglese? Per la ricerca sì, nella didattica no ultima modifica: 2016-04-13T22:10:09+02:00 da Gilda Venezia
Gilda Venezia

Leave a Comment
Share
Pubblicato da
Gilda Venezia

Recent Posts

Decreto scuola, verso l’approvazione con alcune novità

di Andrea Carlino, La Tecnica della scuola, 4.4.2020 - La didattica a distanza diventa obbligatoria -…

2 ore fa

Le economie del FIS possono essere destinate anche a finalità diverse da quelle originarie

dall'ARAN, 31/03/2020 - E’ possibile, nell’anno scolastico in corso, destinare le economie del fondo d’istituto…

6 ore fa

DAD: firmando il registro elettronico si rischia il reato di falso ideologico?

di Aldo Domenico Ficara, Regolarità e Trasparenza nella Scuola, 5.4.2020 - La Corte di Cassazione,…

7 ore fa

“Tutti Promossi”?

inviata da Claudio Mordenti, 5.4.2020 - Lettera aperta alla Ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina e agli organi di…

9 ore fa

Coronavirus, a settembre servirà un altro modello di scuola

dal blog di Gianfranco Scialpi, 4.4.2020 - Coronavirus, probabilmente l’anno scolastico 2019-20 si è concluso…

12 ore fa

Coronavirus, scuola: tutti promossi? “No, mortifica chi s’è impegnato” “Sì, è ragionevole”

Bergamo News, 5.4.2020 - “No, mortifica chi s’è impegnato” - “Sì, è ragionevole” - Tutti…

14 ore fa

Questo sito contiene cookie tecnici, analitici e terze parti per la migliore fruizione dei contenuti del sito anche mediante tracciamento delle attività nel sito. Per visualizzare la cookie policy e disabilitare i cookie diversi da quelli tecnici, clicca sul link sotto. Chiudendo questo banner e navigando sulla pagina, acconsenti all'uso dei cookie.

Clicca qui per visualizzare la cookie policy