L’Italia dimentica scuola e formazione

di di Niccolò Durazzi, Simone Tonelli, Donato Di Carlo , la Repubblica, 14.5.2026.

Tante parole, pochi soldi, zero idee. L’analisi del dibattito parlamentare dal Dopoguerra ad oggi svela come il Paese tiene in considerazione il tema del capitale umano. E non è incoraggiante.
Gilda Venezia

Cosa ci dice di un paese il modo in cui il suo Parlamento parla di scuola e formazione? Molto più di quanto si pensi. Non solo quanto si spende, ma se queste voci siano considerate un costo da contenere o una leva per crescere. In Italia, la risposta è cambiata tre volte in settant’anni, e l’ultima fase non sembra quella più promettente.

La quota di interventi parlamentari sull’istruzione (% del totale degli interventi)

Esiste un modo per misurarlo con precisione. Utilizzando ItaParlCorpus — un database che raccoglie gli interventi parlamentari alla Camera dei Deputati dal 1948 al 2022 — abbiamo ricostruito quanto e come si è parlato di istruzione e formazione nel Parlamento italiano. Due indicatori combinati: la quota di interventi che menzionano questi temi sul totale dei lavori parlamentari (si veda la figura), e il registro con cui se ne parla. Insieme, ci dicono come la politica italiana ha concepito il rapporto tra formazione e sviluppo. Emergono con chiarezza tre fasi distinte.

L’attenzione crescente

Nella prima, dal dopoguerra alla fine degli anni Settanta, il Parlamento discute di scuola e formazione con intensità crescente: la quota di interventi passa dal 10% degli anni Cinquanta a circa il 20% alla vigilia degli anni Ottanta. I temi dominanti hanno un chiaro orientamento allo sviluppo: infrastrutture scolastiche, espansione universitaria, costruzione di capacità produttiva. Dietro c’è una visione coerente — la crescita richiede competenze diffuse, lo Stato deve guidare la trasformazione economica, l’istruzione è una condizione per modernizzare il paese. Politica industriale a tutti gli effetti.

Il crollo degli anni Ottanta

Gli anni Ottanta segnano l’inizio di una seconda fase: la quota di interventi si dimezza rapidamente. È la rottura più netta, che riflette il tramonto del keynesismo del dopoguerra e l’affermarsi dell’ideologia del libero mercato. In Italia, questa svolta si intreccia con l’integrazione europea e i suoi vincoli alla finanza pubblica. Istruzione e formazione arretrano nel dibattito e cambiano registro: il legame con lo sviluppo economico si attenua, e l’istruzione viene trattata più come voce di bilancio da gestire e contenere che come leva di trasformazione.

Tante parole, poche idee

Con l’affermarsi dell’economia della conoscenza negli anni duemila, l’attenzione torna a crescere e negli ultimi anni sfiora i livelli del secondo dopoguerra. Ma qui emerge un paradosso: i numeri tornano alti, il registro no. Il dibattito si riempie di digitalizzazione, didattica a distanza, divario digitale — temi reali, ma largamente reattivi, spinti in alto dalla pandemia. Manca quasi del tutto il lessico della politica industriale: formazione tecnico-scientifica avanzata, apprendimento continuo lungo tutto l’arco della vita lavorativa, integrazione tra università, ricerca, imprese e pubblica amministrazione. Parlare molto di istruzione non equivale a parlarne in modo strategico.

Eppure quella strategia è oggi più urgente che mai. Lo impone l’economia della conoscenza, in cui vantaggio competitivo e innovazione dipendono da competenze elevate. Lo impone il cambiamento tecnologico, che rimodella rapidamente il mercato del lavoro. Lo impone la geopolitica: semiconduttori, intelligenza artificiale e sicurezza dei dati sono questioni di sovranità prima ancora che di efficienza. Senza capitale umano qualificato, un paese non progetta né governa le tecnologie da cui dipendono crescita e competitività. Lo ha detto con chiarezza il governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta di recente: serve «un’economia più innovativa, che ponga conoscenza e capitale umano al centro della propria strategia di crescita».

Il problema dell’Italia non è parlare di più — né semplicemente spendere di più. È tornare a farlo con una visione strategica chiara: quella di un paese in cui scuola, università e formazione non inseguano lo sviluppo, ma lo anticipino e lo accompagnino.


Niccolò Durazzi, Simone Tonelli e Donato Di Carlo insegnano nell’Università di Modena e Reggio Emilia, Università di Bologna, LSE e Luiss Hub for New Industrial Policy

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