Maltrattamenti a scuola, se per il giudice lo scappellotto diventa percossa

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di Vittorio Lodolo D’Oria, Orizzonte Scuola, 7.1.2019

– Gli episodi di maltrattamenti da parte delle maestre sono riportati a caldo da tutti i media con toni spesso esasperati e strumentalmente scandalistici per far aumentare l’audience.

Quando poi arrivano le sentenze, purtroppo dopo molto tempo, le riflessioni e i ragionamenti perdono l’emotività del momento e guadagnano in oggettività.

Abbiamo ora il privilegio di commentare una recente sentenza relativa a un caso – seguito con attenzione dal sottoscritto – che vede una maestra condannata per maltrattamenti ai suoi alunni. Camufferemo il caso quel tanto che basta per non renderlo riconoscibile senza però alterare nulla della sostanza e, al contempo, cercheremo di comprendere l’essenza di ragionamenti, considerazioni e motivazioni che hanno portato a una sentenza di colpevolezza.

Cominceremo dal fondo, cioè dalla composita sentenza di condanna che dispone nell’ordine, per la maestra: 11 mesi di reclusione; pagamento delle spese processuali; sospensione della pena; nessuna menzione nel casellario giudiziale; immediata cessazione della misura interdittiva all’insegnamento. In altre parole, la docente, seppure ritenuta colpevole, può tornare immediatamente in classe dai suoi alunni e riprendere a esercitare come se nulla fosse successo. In altre parole la maestra può tornare subito in cattedra tra i suoi alunni.

La storia

Tutta la vicenda nasce in settembre quando un bimbo di 3 anni (lo chiameremo Mario) racconta a sua mamma di aver preso “botte sul culetto perché aveva fatto il monello”. La maestra in udienza si era difesa replicando che “non erano botte ma lo aveva fatto sedere perché stava facendo il monello”. Il giudice tuttavia conclude nella sentenza che “…con tale affermazione l’imputata ha fornito credibilità al racconto del bambino non avendo negato di avere un’interazione con lui, confermando così lo stato d’animo del bambino che manifestava tristezza”.

Il secondo episodio contestato – a novembre – dal bimbo attraverso il racconto della madre, sarebbe consistito ancora una volta in “botte sul culetto del bimbo per disturbo arrecato in classe durante la lezione”. Il giudice stavolta conclude che “…l’imputata, pur nulla riferendo circa la sculacciata, non ha comunque negato il rimprovero fatto a Mario, fornendo dunque riscontro a quanto raccontato dal piccolo che ha comunque manifestato una sua emozione negativa, avuta a seguito di un comportamento dell’imputata”.

Il terzo episodio citato dal giudice – trascorso un mese – avviene in dicembre. Il bimbo – racconta ancora la mamma – “viene nuovamente sculacciato dalla maestra perché aveva scarabocchiato la scheda da colorare di un suo compagnetto”.

Vi sono poi altri due episodi, ancora a distanza di un mese l’uno dall’altro, sempre esposti dalla mamma di Mario.In gennaio, quando “la maestra sgrida il bimbo poiché si mette le mani in bocca dopo averle poggiate per terra e lui ci rimane male” e in febbraio,“quando la maestra aveva distribuito in classe le caramelle solo ai bimbi meritevoli e non agli altri”.

Un ultimo episodio riguarda poi gli altri bambini della classe, quasi a sottolineare che la maestra non prendeva di mira esclusivamente Mario o un singolo e solito individuo, ma adottava un sistema educativo identico con tutta la classe. Nel video – afferma il giudice nella sentenza – si vede che “…una bimba riceve uno scappellotto ed è sgridata insieme ad altre perché lancia in aria dei giocattoli facendoli cadere per terra: l’imputata si rivolge alle piccole non soltanto percuotendole ma anche con modi perentori, alzando il tono della voce, puntando il dito contro il viso di una bimba, e ottenendo così il risultato voluto, che era quello di far raccogliere le costruzioni da terra per riportarle nel relativo contenitore”.

È innegabile che una maestra che percuote i bambini a lei affidati è un fatto riprovevole, disdicevole ed esecrabile che richiede un intervento immediato, risoluto e soprattutto atto a scongiurare il ripetersi di simili eventi. Ma cosa si intende per percossa? Sarebbe tutto facile se per percossa intendessimo con il famoso linguista De Mauro la seguente definizione: colpo più o meno violento inferto con un pugno, uno schiaffo, un calcio o con un corpo contundente allo scopo di far male.

Il passaggio tuttavia più importante della sentenza è proprio quello in cui il giudice afferma che “gli strattonamenti e gli scappellotti rientrano nel novero delle percosse, mentre nella nozione di maltrattamenti rientrano tutti i fatti che possono manifestarsi anche con violenze capaci di produrre sensazioni dolorose ancorché tali da non lasciare traccia”. Trattasi – come anzidetto – di definizione assai differente da quelle dei dizionari tradizionali (De Mauro, Garzanti, Treccani, Zanichelli, Zingarelli) sulla quale tutte le maestre farebbero bene a riflettere nell’esercizio della loro professione. Se infatti uno scappellotto di richiamo viene equiparato a “percossa” dalla giurisprudenza, potrebbero esservi seri rischi per molti, se non proprio tutti. Per fortuna non è così per la medicina che lega alla percossa i ben noti effetti oggettivi e inconfutabili dell’infiammazione conseguente quali rubor, tumor, dolor, calor e functio lesa. Se così non fosse, pure il semplice buffetto vescovile somministrato al cresimando potrebbe essere considerato “percossa” con tutto ciò che ne potrebbe conseguire.

Da sottolineare tra l’altro il fatto non certo trascurabile che, nelle otto settimane di videointercettazioni, non è stato mai documentato dalle telecamere alcun episodio in cui la maestra abbia sculacciato uno o più bambini, nonostante i racconti di Mario e della di lui madre. La circostanza avrebbe dovuto essere opportunamente ponderata, tanto più che i racconti di un treenne possono essere frutto di immaginazione, suggestione o proiezione indotta da un adulto di riferimento.

Sfugge infine totalmente il motivo per il quale sono state rigettate a priori due perizie mediche presentate dalla difesa sul comportamento pedagogico-didattico della maestra, quasi ad affermare che nessuna dinamica scolastica ancorché pedagogico-educativa avrebbe potuto apportare alcuna utilità per la comprensione della vicenda.

Riflessioni

Si può discutere sui metodi educativi rigorosi dell’insegnante, ma la realtà dei fatti non cambia. Stando a quanto scrive il giudice nella sentenza, ci troviamo di fronte a una maestra che: si fa ubbidire da tutti e 25 i bimbi allo stesso modo; incentiva i meritevoli; richiama perentoriamente i “monelli” alle loro responsabilità; con i suoi rimproveri non causa in classe alcun pianto né collettivo, né individuale; dosa i richiami al meglio senza distinzione di sorta o preferenza tra i bambini; affronta l’alto stress professionale psicofisicamente usurante con esperienza professionale ultratrentennale, nonostante i quasi 60 anni di età. Di converso, la mamma che aveva sporto denuncia asseconda sempre gli umori del figlio; giustifica le marachelle dello stesso e addossa la colpa della sua mestizia ai rimproveri dell’insegnante. Il giudice dà credito ai racconti della madre, piuttosto che all’esperta maestra, e ritiene dirimente lo stato d’animo mesto del bimbo risentito e offeso per i richiami e rimproveri della docente. Da qui la condanna.

I numerosi equivoci della vicenda sono indubbiamente originati dal fatto che Scuola e Giustizia sono mondi che non si conoscono. Prova ne sia, anche dal punto di vista organizzativo e gestionale l’esiguo numero di episodi (meno di 1 su 100) in cui sono stati chiamati a rispondere dei fatti anche i dirigenti scolastici che, tra le numerose incombenze medico-legali, possiedono proprio quella specifica di vigilare sulle attività di tutela dell’incolumità della piccola utenza. Per non parlare poi della totale assenza dei programmi di prevenzione dello Stress Lavoro Correlato degli insegnanti: a nessuno può sfuggire che la professione di insegnante è psicofisicamente usurante e che il 90% delle maestre inquisite per maltrattamenti hanno superato i 55 anni con anzianità di servizio superiore ai 30 anni. Ciò sta a dirci che ci troviamo semmai di fronte a un problema di esaurimento psicofisico e non certo di indole malvagia di singole persone o “streghe”.

Conclusione

Educare fino a 29 bambini in una classe di Scuola dell’infanzia richiede dedizione, amore, energia, perizia, attenzione, decisione, risolutezza, rapidità d’intervento, persuasività, capacità di riprendere, correggere e stimolare i bimbi verso una corretta crescita funzionale. Tutte doti che possono certamente non coesistere nello stesso momento, portando a piccole sbavature che, se artificiosamente amplificate e decontestualizzate, creano mostri inesistenti, utili solo ad alimentare roghi, gogna mediatica e discredito su di una maestra e sull’intera categoria professionale.

Davvero c’è bisogno di ingolfare ulteriormente i tribunali per risolvere un siffatto problema con enorme spesa di denaro pubblico e impiego di Forze dell’Ordine altrimenti impiegabili? La giustizia non conosce il sistema scuola/insegnamento/didattica/pedagogia e le telecamere, in mano a non-addetti-ai-lavori, accrescono gli equivoci anziché risolverli. In ambito calcistico, nessuno mai si sognerebbe di affidare la gestione della VAR ad arbitri di pallavolo.

La scuola ancora oggi è luogo più sicuro della famiglia – come ci dimostrano quotidianamente le cronache – e possiamo riportarla a funzionare come negli anni passati, restituendo da subito a ciascuno i propri compiti e le responsabilità in materia di tutela dell’incolumità dell’utenza, a far capo da dirigenti, collaboratori e docenti.

Lodolo D’Oria, “docenti a rischio denuncia e picchiati dai genitori.

Identificare malattie professionali”. Lettera al Ministro

– L’inizio anno si apre con una lettera “registrata” dal dottor Lodolo D’Oria ed indirizzata al Ministro Bussetti, nella quale vengono affrontate alcune delle problematiche che riguardano la salute dei docenti.

Nel video pubblicato sulla propria pagina FaceBook, il dottor Lodolo D’Oria affronta alcune delle tematiche più calde che riguardano i docenti: aggressioni subite, denunce a volte infondate, salute dei docenti. “C’è un problema di sicurezza per i docenti”.

Salute dei docenti

Bisogna individuare, secondo D’Oria, le malattie professionali dei docenti attraverso uno studio nazionale. I dati ci sono, ma l’ufficio terzo del Ministero economie e finanze. Dati, che, ricorda il medico, sono stati negati ai sindacati.

Pensione

La riforma previdenziale deve prendere in considerazione le malattie specifiche dei docenti che sono per la maggior parte di natura psichiatrica. Perché è una professione psico-fisicamente usurante.

Rinnovo contratto

Il contratto ottenuto un anno fa è stato un aumento irrisorio. Gli insegnanti devono essere retribuiti almeno alla pari dei colleghi europei.

Il video

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Maltrattamenti a scuola, se per il giudice lo scappellotto diventa percossa ultima modifica: 2019-01-07T07:31:00+02:00 da Gilda Venezia

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