Maltrattamenti all’asilo: cosa rischia chi sa e non denuncia?

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di Carlos Arija Garcia, La legge per tutti, 14.7.2021.

Commette reato e può essere licenziato chi assiste a episodi di violenza ai danni dei bambini ma preferisce tacere?

Gilda Venezia

La poetessa americana Ella Wheeler Wilcox scrisse: «Peccare di silenzio, quando bisognerebbe protestare, fa di un uomo un codardo». Deve aver fatto la stessa considerazione il tribunale di Roma nel momento in cui, con una recente sentenza, ha stabilito che chi sa di atteggiamenti violenti all’interno di una scuola materna nei confronti dei bambini ma, per qualsiasi motivo, preferisce star zitto, può essere severamente punito. Anche se non ha mai alzato un solo dito contro uno dei piccoli ospiti della struttura. Insomma, come sostiene il giovane scrittore pugliese Domenico Adonini, in certe occasioni «è peggio chi sa e sta zitto di chi commette il delitto». Così, di fronte a casi di maltrattamenti all’asilo, cosa rischia chi sa e non denuncia?

Secondo i giudici romani, chiunque veda degli atteggiamenti o metodi di correzione «poco ortodossi» nei confronti dei bambini e scelga l’omertà anziché il coraggio di denunciare gli episodi all’autorità competente può essere perfino licenziato. Non basta un richiamo disciplinare, sa di poco una tirata di orecchie: fuori. Vediamo perché il tribunale è arrivato a questa conclusione e cosa rischia chi sa e non denuncia i maltrattamenti all’asilo.

Indice

  1. Cosa si intende per maltrattamenti all’asilo?
  2. Maltrattamenti all’asilo: cosa bisogna fare?
  3. Maltrattamenti all’asilo: cosa rischia l’educatore violento?
  4. Maltrattamenti all’asilo: cosa rischia chi sa ma non denuncia?

Cosa si intende per maltrattamenti all’asilo?

Non solo botte, non solo forti strattonamenti: i maltrattamenti all’asilo di cui il sano e sereno sviluppo di un bambino può rimanere segnato sono anche quelli psicologici, volti ad esempio ad umiliare e sottovalutare il minore o a sottoporlo a continue sevizie attraverso frasi o atteggiamenti ripetuti nel tempo.

Si parla, dunque, di comportamenti di violenza fisica o psicologica in grado di incidere gravemente e in modo negativo sullo sviluppo della personalità del minore, sulla valutazione che fa di sé stesso e delle proprie capacità, sulle relazioni con gli altri, ecc.

Di conseguenza, non sempre è facile capire quando un bambino subisce dei maltrattamenti all’asilo. Perché non sempre c’è sul suo corpo un ematoma o un altro tipo di lesione esterna, un segno che faccia scattare il campanello d’allarme. Oltretutto, se si tratta di una contusione lieve, si può sempre sostenere che è caduto o ha sbattuto da qualche parte mentre giocava. Ad ogni modo, che un bambino sia sbadato ogni tanto e si faccia male in modo accidentale ci può stare. Ma quando gli episodi di ripetono con una certa assiduità, è il caso di approfondire la questione.

Ci sono, però, quegli altri segnali «invisibili» a cui prestare attenzione: la paura ingiustificata dei grandi, il disinteresse a relazionarsi, la tendenza a restare isolato, i disturbi del sonno, la perdita di appetito o la mancanza di mangiare anche quello che gli è sempre piaciuto, l’eccessiva ed improvvisa aggressività, ecc.

Maltrattamenti all’asilo: cosa bisogna fare?

In qualsiasi caso, in presenza di lesioni frequenti o di atteggiamenti persistenti del genere da parte del bambino e se si ha il sospetto che possano essere stati il frutto di maltrattamenti all’asilo, è il caso di rivolgersi ad un consultorio o ai servizi sociali affinché identifichino la causa del malessere e, eventualmente, prendano i dovuti provvedimenti, coinvolgendo anche il Pronto soccorso per avere un parere medico sulle lesioni che presenta il bambino.

Prove alla mano, sarà possibile aprire un procedimento giudiziario presentando una querela, a meno che il reato sia perseguibile d’ufficio. Sono reati perseguibili a querela, ad esempio, la minaccia, le percosse, le lesioni personali lievi, la molestia o il disturbo alle persone, la violenza sessuale (salvo i casi in cui è espressamente prevista la procedibilità d’ufficio).

La querela dovrà riportare i fatti contestati che costituiscono reato e sulla base dei quali il pubblico ministero deve decidere se ci sono gli estremi per aprire un’indagine o, in caso contrario, se archiviare l’episodio.

Maltrattamenti all’asilo: cosa rischia l’educatore violento?

Di norma, chi è sospettato di alzare le mani contro i bambini o di creare in loro una condizione di grave malessere psicologico, rischia di subire un doppio procedimento: uno penale e uno disciplinare.

Il procedimento penale è volto ad accertare se effettivamente l’educatore ha commesso il reato oppure no. La legge punisce con la reclusione fino a sei mesi «chiunque abusando dei poteri correttivi e disciplinari di cui dispone per ragioni educative, di istruzione, cura o vigilanza, cagiona un danno psico-fisico ai soggetti sottoposti alla propria autorità». Non rientrano in questa fattispecie quegli atti di violenza fisica o morale lieve, adoperati per impedire comportamenti oggettivamente pericolosi per l’incolumità del minore o di quella altrui o volti a reprimere atteggiamenti insolenti e disobbedienti (la tipica sculacciata, per intenderci).

Sono, invece, mezzi di correzione illeciti quelli potenzialmente produttivi di danno. È il caso dei bambini malmenati violentemente, presi a schiaffi o costretti a subire vessazioni e umiliazioni, come mangiare in ginocchio per un mese, mettere la testa nel cestino dei rifiuti davanti ai compagni o l’allontanamento dalla sezione per tenerlo per ore isolato e in castigo. Il reato è quello di violenza privata per il quale è prevista la pena della reclusione fino a quattro anni. Anche se nel tempo si è consolidato nella giurisprudenza l’orientamento secondo cui per comportamenti del genere può essere contestato il più grave reato di maltrattamenti in famiglia, per il quale si rischia la reclusione da due a sei anni.

Tuttavia, affinché la sanzione venga applicata, deve essere dimostrata l’abitualità di tali condotte da parte dell’educatore.

E poi c’è il procedimento disciplinare. Il codice di condotta valido per i dipendenti della pubblica istruzione sanziona con la sospensione dal servizio e la privazione della retribuzione da undici giorni fino a sei mesi il lavoratore che abbia commesso atti o comportamenti lesivi della dignità altrui o abbia posto in essere molestie di carattere sessuale anche una sola volta o che non riguardino allievi e studenti. In questo caso, è prevista la pena accessoria dell’allontanamento dal luogo di lavoro per un periodo non superiore a trenta giorni.

Previsto, invece, il licenziamento con preavviso, tutte le volte in cui i comportamenti illeciti ai danni di allievi, studenti e studentesse siano meno gravi. Nessun preavviso di licenziamento quando il dipendente scolastico abbia commesso abusi e violenze o sia già stato condannato per reati gravi.

Maltrattamenti all’asilo: cosa rischia chi sa ma non denuncia?

Venendo alla domanda di fondo, cioè a che cosa rischia chi sa e non denuncia i maltrattamenti all’asilo, occorre fare una premessa. L’insegnante, nell’esercizio delle proprie funzioni, assume la veste di incaricato di pubblico servizio e, talvolta, anche quella di pubblico ufficiale (quando redige atti con valore certificativo). Questo significa che se mentre svolge le proprie mansioni viene a conoscenza di reati perseguibili d’ufficio, come possono essere i maltrattamenti ad opera di un collega, egli ha l’obbligo di denunciare quello che ha visto. L’omissione è considerata reato e comporta il pagamento di una multa fino a centotre euro. Ma non solo.

Una recente sentenza del tribunale di Roma, sezione lavoro [1], ha stabilito che è legittimo il licenziamento di chi non denuncia i maltrattamenti dei colleghi ai danni dei bambini. I giudici hanno accertato, tramite intercettazioni e filmati registrati di nascosto disposti durante il procedimento penale, quello che hanno definito «un sistema non certo educativo, contrassegnato da reiterate e quotidiane violenze fisiche e psicologiche, consolidato e condiviso da tutte e cinque le insegnanti».

La sentenza contesta ad un’educatrice comunale, insegnante di sostegno, di non essersi mai attivata per porre fine alla condotta delle colleghe e di non avere mai denunciato i fatti al dirigente scolastico, pur assistendo ogni giorno agli episodi di violenza ai danni dei bambini. A questo punto, secondo il tribunale capitolino, l’educatrice si rende responsabile di una condotta omissiva «idonea a ledere irreversibilmente il rapporto fiduciario con il Comune in considerazione della particolare funzione dalla stessa rivestita», nonché connivente con i metodi utilizzati dalle sue colleghe. Quanto basta per legittimare il licenziamento.

Note

[1] Trib. Roma, sez. lavoro, sent. n. 2208/2021.

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Maltrattamenti all’asilo: cosa rischia chi sa e non denuncia? ultima modifica: 2021-07-15T04:41:39+02:00 da Gilda Venezia
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