Mettere la scuola al lavoro

di Stefano Cianciotta, Il Foglio, 15.1.2017

– Il sistema scolastico italiano prepara gli studenti a mestieri che non faranno mai. Spunti e idee per non perdere il nesso tra formazione e società globale

Che lavoro faranno i nostri figli? Non lo possiamo sapere perché quel lavoro non è stato ancora inventato, e molti giovani italiani, al contrario dei colleghi statunitensi che da bambini sanno già che cambieranno in media dai cinque ai sette lavori, sono ancora alla ricerca di uno spazio di comfort che gli possa garantire un impiego stabile. Secondo la London School of Economics, invece, il 56 per cento dei lavori rischia di sparire in Italia entro due decenni. Per calcolarlo sono stati incrociati i dati sul mercato del lavoro europeo con gli studi sulla capacità evolutiva delle macchine. E secondo l’analisi l’Italia abbonda di impieghi ripetitivi e facilmente riproducibili anche da algoritmi e robot: impiegati, operai non specializzati, magazzinieri. Proprio come in Bulgaria e Grecia, altri paesi a rischio occupazione nel prossimo ventennio. In Italia, tuttavia, ogni giorno nascono quattro startup, un fenomeno che conferma la voglia di autoimprenditorialità del nostro paese. Al contrario di quelle statunitensi, però, le startup italiane sono sottocapitalizzate ed entro un anno un terzo di loro sparisce dal mercato. L’Italia è stato da sempre un paese votato a fare impresa. Questa attitudine, che ha dato vita a quella che i sociologi e gli economisti hanno definito Terza Italia, fatta di distretti produttivi, capitalismo molecolare, territori che si facevano via via protagonisti, va recuperata e implementata.

Prima di tutto, però va reso attuale il sistema della formazione. Molti dei lavori che si svolgono ancora oggi tra pochi anni non esisteranno più, e la vera differenza la faranno la conoscenza e la competenza, ma anche la passione e il coraggio di seguire le proprie aspirazioni. In che modo la scuola, e modelli didattici innovativi, possono contribuire a sostenere le aspirazioni dei giovani e a trasformare le loro attitudini in modelli vincenti di impresa? Sotto questo profilo la scuola, e in generale tutto il sistema della formazione, devono tornare a essere il luogo che aiuta lo studente a fare emergere le proprie inclinazioni, devono essere lo spazio dove scoprire e provare a risolvere problemi, dove sbagliare e imparare a rialzarsi. Se vogliamo davvero realizzare la classe intelligente o la classe aperta, bisogna andare oltre il tradizionale dibattito attorno alla riforma della scuola, incentrata sull’organizzazione del lavoro e sulla pianificazione dei programmi, che tra l’altro negli anni ha prodotto risultati molto scarsi (si vedano i mancati obiettivi della Riforma Berlinguer e l’indagine Ocse-Pisa che ha di recente certificato negli studenti un netto calo delle competenze scientifiche e un leggero declino nella capacità di lettura), per offrire invece un nuovo paradigma didattico e pedagogico, capace di rimettere al centro di tutto lo studente di ogni ordine e grado. Perché una cosa è certa: la scuola non può più essere un’istituzione separata dal resto della società, e in particolare dal mercato del lavoro, ma oggi più che mai deve essere integrata come spazio dove allenare costantemente curiosità, creatività e intraprendenza, oltre che apprendere nuove conoscenze ed esperienze. Niente, quindi, è più importante dell’istruzione.

Il 17enne che vendeva snack e bibite a scuola è stato premiato con una borsa di studio per “lo spirito di iniziativa”. Compagni di classe e politica però si schierano contro

I genitori si preoccupano di scegliere la scuola migliore per i loro figli, ma è più importante sapere chi sarà il loro insegnante. Nel 1992 l’economista Eric Hanushek analizzò migliaia di dati sull’efficacia degli insegnanti e arrivò a una conclusione impressionante: uno studente nella classe di un insegnante particolarmente inefficace – nel 5 per cento più basso della classifica – impara in media la metà del programma di un anno scolastico; al contrario nella classe di un insegnante molto efficace – nel 5 per cento più alto – imparerebbe l’equivalente di un anno e mezzo di programma. In altri termini la differenza tra un insegnante buono e uno mediocre vale un anno intero di istruzione. La soluzione proposta dall’economista americano al problema di come migliorare gli standard educativi era di una semplicità disarmante: licenziare il 10 per cento peggiore degli insegnanti e sostituirlo con un gruppo di colleghi migliori. L’investimento in istruzione, si legge nello studio promosso dalla Fondazione Bosch Stiftung, in Italia è stato molto basso nell’ultimo ventennio. L’Italia è l’unico paese europeo che non ha aumentato la spesa per studente nella scuola primaria e secondaria dal 1995 e resta ancora agli ultimi posti nella transizione scuola-lavoro, costruita ancora attorno a una visione novecentesca, dove i tempi dello studio e del lavoro erano assolutamente distinti in un percorso scandito dalla scuola, dalla eventuale specializzazione universitaria e poi dall’ingresso nel mondo del lavoro che significava il più delle volte conservare per tutta la vita la stessa professione nello stesso luogo. La diversità culturale e la modernizzazione del sistema educativo, invece, sono alla base delle economie innovative e creative, perché portano la capacità e la possibilità di guardare al mondo e alla risoluzione dei problemi con una prospettiva originale e diversa. Poter operare in un team con individui profondamente diversi è uno straordinario valore aggiunto. Le imprese sono alla ricerca di team funzionali, cioè squadre composte da individui con competenze diverse (l’ingegnere, il comunicatore, il matematico, chi si occupa di finanza o di marketing) e con una provenienza culturale lontana. Domani, anzi oggi, è già tutto diverso, e il cambiamento sarà ancora più radicale per chi non riuscirà a comprenderlo.

Le nuove generazioni cambieranno dai 5 ai 7 lavori. Non cambieranno 5 luoghi o datori di lavoro. Non passeranno nemmeno da un’occupazione che richiede più o meno qualifiche o garantisce un salario e condizioni migliori. No, si tratterà di professioni completamente diverse, che forse non esistono ancora nel momento in cui si accede al mercato del lavoro per la prima volta. In altre parole, l’ultima professione che sarà svolta non è ancora stata inventata quando si affronta la prima. Nascono e si evolvono, quindi, settori che richiedono conoscenze sempre nuove, e la capacità di adattarsi e plasmarsi costantemente ai nuovi saperi, che necessitano di professionalità diverse, in grado di produrre e sviluppare innovazione continua. Più si innova e più c’è bisogno di innovare per continuare a evolvere e migliorare le condizioni sociali ed economiche. Ieri era il web 2.0, oggi è l’industria 4.0, domani sarà qualcos’altro. Ciò che accomuna questa fase è l’automazione dei prodotti, dei servizi e dei processi. E’ una fase in cui le mansioni tradizionali dell’uomo sono sostituite dalle macchine. La progettazione di robot, algoritmi e applicazioni, però, richiede una forza lavoro, che sarebbe meglio chiamare forza intellettuale, altamente qualificata. Occorre, pertanto, ripensare le politiche industriali, o meglio ripensare il nostro modello di sviluppo, opzione che diventa urgente se vogliamo mantenere e garantire alle generazioni future almeno il medesimo livello di benessere che abbiamo conquistato. E riprogettare le politiche industriali significa riprogettare il sistema della formazione.

Secondo uno studio McKinsey, infatti, circa il 40 per cento della disoccupazione giovanile è attribuibile alla divergenza tra profili richiesti e competenze dei giovani. Le aziende chiedono, infatti, giovani diplomati e laureati che sappiano tradurre le buone competenze teoriche in contesti concreti di lavoro. La disoccupazione giovanile, quindi, non è solo legata ai cicli economici ma anche a una significativa distanza tra domanda e offerta di professionalità, che deriva da un persistente scarso dialogo tra il sistema educativo e il tessuto produttivo. L’Italia, per le sue eccellenze manifatturiere e il suo mix di specializzazioni, dovrebbe puntare verso il modello di istruzione duale tedesco, fondato su un forte apprendistato in alternanza tra scuola e lavoro e su un’istruzione superiore a carattere professionalizzante, estesa fino al ciclo terziario e post terziario. Entrambe queste due fondamentali dimensioni in Italia sono state colpevolmente trascurate, per ragioni innanzitutto culturali, perché la manualità era stata considerata un discrimine da una certa parte intellettuale e politica. E solo negli ultimi anni iniziamo a recuperare il terreno. Il risultato di questo approccio è il più basso numero di giovani che in Germania abbandonano la scuola e che rimangono disoccupati, mentre il nostro sistema non riesce a dotarli degli strumenti necessari. In Germania il numero di apprendisti è tre volte superiore ai nostri 450mila, e il 44 per cento degli iscritti universitari tedeschi rispetto al totale frequenta Fachhochschulen (Università di scienze applicate) e altre istituzioni professionalizzanti, mentre da noi a frequentare corsi accademici professionalizzanti è solo lo 0,4 per cento degli studenti universitari. In Italia solo il 4 per cento dei giovani tra 15 e 29 anni alternano studio e lavoro. In Germania questa percentuale supera abbondantemente il 20 per cento.

L’Italia possiede una straordinaria capacità di innovazione, un incredibile capitale di creatività e di esperienza. Tipiche del manifatturiero tedesco così come di quello italiano, sono le fabbriche dove si investe sulla innovazione incrementale, non distruttiva, ma costruita, mattone dopo mattone, sulle esperienze del passato, valorizzando quello che l’ex presidente di Assolombarda Gianfelice Rocca, in un interessante saggio del 2014, dal titolo “Riaccendere i motori”, ha definito “merito ordinario”. Una forte presenza medium tech ha conseguenze di ampia portata, per tutta la società italiana ed europea. Non ultimo, consente di mantenere in piena attività l’ascensore sociale. Argomenti e idee, questi, che dimostrano come la globalizzazione non obbliga necessariamente l’Italia a un destino da comprimari. Ma dovremo essere capaci di partire dai nostri punti di forza, da politiche che possano valorizzarli, da un cambiamento culturale che esalti ciò che funziona nel nostro paese e diventi un esempio per tutti. A cominciare, come detto, da un nuovo sistema formativo, nel quale siano valorizzate le attitudini e le aspirazioni dei giovani, che ancora oggi sono mortificate da un percorso scolastico dove l’obbligo non fa rima con il merito, che non stimola la responsabilità dei giovani e dove i bisogni degli studenti non sono affatto considerati. O peggio dove la rivendicazione di ruoli e di corporazioni diventa centrale nel dibattito sulla costruzione di nuovi modelli pedagogici e didattici. Investire sulla formazione di qualità, quindi, significa offrire al paese quelle forme di politica industriale di cui ha bisogno. Perché investire in modo serio sulla formazione significa fare politica industriale e scommettere sul futuro, prima che le nuove tecnologie, la robotica e le bioscienze spazzino definitivamente gli ultimi lavori ripetitivi che ancora caratterizzano una larga fascia della popolazione italiana.

Del resto i dieci lavori che nel 2004 erano considerati i più redditizi dalla Net Economy americana oggi sono scomparsi e tutti gli outlook finanziari ci dicono che sempre di più nel futuro si affermeranno professioni in grado di risolvere problematiche complesse e analizzare situazioni di rischio. Il risk manager, però, non solo deve avere attitudini alla risoluzione delle complessità, ma deve avere caratteristiche specifiche del leader e del problem solver, tematiche queste che il sistema della formazione italiana preferisce non affrontare e demandare ai successivi percorsi formativi. In un mondo globalizzato, in cui la competizione economica si gioca tra grandi aree metropolitane e territoriali, sono ancora troppo poche le regioni in Italia che si confermano un laboratorio di innovazione, in grado di competere con le regioni europee più avanzate e di offrire strumenti e buone pratiche per modernizzare il sistema educativo e il mercato del lavoro del nostro Paese. Tra queste certamente vi è la Lombardia, che ha raggiunto risultati eccellenti con Garanzia Giovani. Attraverso questa misura, sostenuta dalla Ue, è stato occupato nel 2016 l’87 per ento dei giovani che hanno ricevuto una chiamata dalle imprese. La Lombardia, il cui modello è stato riconosciuto come esempio di eccellenza dal think tank European Policy Center, ha scelto adesso di investire sull’apprendistato di III Livello, dialogando con le imprese ed il mondo accademico per costruire percorsi formativi anche post-lauream e di Dottorato in linea con le esigenze del mondo imprenditoriale. La Lombardia, la quarta regione più ricca in Europa insieme a Baden-Württemberg, Catalogna e Rhône-Alpes, ha sviluppato il modello duale dal 2004, e dal 2015, con la Legge che porta il nome dell’Assessore alla Formazione, Valentina Aprea, ha consolidato dal basso un modello che ha nella Pubblica Amministrazione il facilitatore di una rete virtuosa tra il mondo delle imprese ed il sistema della formazione.

La globalizzazione e l’avvento della tecnologia digitale hanno cambiato la velocità con la quale si evolve il mercato del lavoro. Le macchine stanno progressivamente sostituendo i lavori manuali perché l’industria 4.0 impiega sempre meno forza lavoro. Nei prossimi cinque anni un quarto di essi si ritroverà ad essere poco qualificata. Scarsi livelli di istruzione e di qualificazione costituiscono le premesse della disoccupazione e della espulsione dal mercato del lavoro. Per costruire un’efficiente politica industriale anche in Italia occorre quindi ripartire dal sistema formativo, troppo ancorato a sistemi e meccanismi obsoleti. Il nostro paese è in ritardo nella competizione globale e se le sfide del Rinascimento parlavano la lingua italiana, la contemporaneità e la nuova Rivoluzione industriale 4.0 sono sempre di più made in Germany, Usa e China. La creatività da sola non è più sufficiente per competere nella globalizzazione, nella quale le imprese stanno puntando tutto sulle tecnologie della comunicazione e dell’ informazione (Ict), che stanno ridisegnando e creando nuovi settori industriali e con essi nuovi lavori, che solo pochi anni fa non esistevano. Più di 55 milioni di americani sono freelancer, ed entro il 2020 saranno più del 40 per cento della forza lavoro.

Anche in Italia e in Europa le nuove generazioni conosceranno una forma ibrida di imprenditoria. Cambiano anche i contratti di lavoro, la flessibilità e il cosiddetto smart working (finalmente in aumento anche in Italia con una media del 30 per cento tra le grandi aziende) faranno si che anche chi lavora per, con o dentro ad un’organizzazione di qualsiasi dimensione, tenderà ad operare come un imprenditore. Gli stessi modelli organizzativi sono indirizzati a stimolare il potere creativo e imprenditoriale dei dipendenti, che non sono più tali, cioè non dipendono più da cariche superiori o da azionisti, ma sono una parte attiva dell’organismo organizzativo. Questa è una rivoluzione sociale che travolge le strutture tradizionali della nostra comunità e tutti coloro che questo cambiamento lo stanno subendo e faticano ad adattarsi, e che inevitabilmente si tradurrà anche nella definizione di modelli previdenziali alternativi per non penalizzare le nuove generazioni, che allo stato attuale percepiranno un assegno medio inferiore al 50 per cento dell’ultimo stipendio.

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Mettere la scuola al lavoro ultima modifica: 2017-01-15T07:00:33+01:00 da Gilda Venezia
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