Nel caos della scuola, tanti genitori sono tentati dall’homeschooling

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È un’opzione costosa per le famiglie in termini di denaro e di tempo, ma sui gruppi WhatsApp delle mamme comincia a circolare come alternativa allo stato di attuale incertezza.

Gilda Venezia

Nelle chat delle mamme – un luogo informale e diffuso sui social di tutte le città d’Italia, utilissimo a misurare la pancia del paese – è già settembre. Da qualche giorno, infatti, si rincorrono, principalmente su Facebook e WhatsApp, thread che raccolgono centinaia di commenti per confrontarsi sulle riaperture scolastiche. Al contrario di quello che succede ai piani alti del Miur e sui principali mezzi d’informazione – per i quali, quando si parla di scuola ci si riferisce quasi sempre alla secondaria superiore – le mamme sono anagraficamente preoccupate in particolare per i primi cicli: nido, infanzia e primaria.

Un’interlocuzione – quella nei gruppi – quasi esclusivamente femminile, che segna più di tanti studi la strettissima correlazione di genere tra genitore e rapporto con la scuola: come del resto ha appena certificato anche l’università Bicocca,il peso del lockdown scolastico ha gravato quasi esclusivamente sulle madri, ed è sicuramente anche per questa ragione (che si unisce alla paura di dover lasciare il lavoro per poter seguire i figli a casa) che i gruppi online brulicano di post e commenti di mamme che anticipano di un mese la riapertura delle scuole.

Come pensate che andrà?” – chiede il primo post – “Appena inizieranno a circolare i raffreddori di stagione i bambini dovranno stare a casa. Finirà che andranno a scuola un giorno si e dieci no”.
Ma nel caso fossero sempre a casa, come facciamo?” – risponde un’altra – “io non ho i nonni nella mia stessa città e lavoro a partita Iva”. “Io i nonni li ho” – rincara un’altra ancora – “ma se me lo rimandano a casa con sintomi sospetti mica posso lasciarlo a loro. Con quale cuore li metto a rischio? Però se non guadagno il 100% del mio stipendio, non riusciamo ad arrivare a fine mese: non possiamo andare avanti a congedi”.

La paura che i bambini possano ammalarsi di Covid-19, in particolare tra le mamme di quelli più piccoli, in questi gruppi non traspare particolarmente. Non si tratta di negazionismo, però, tanto è vero che nessuno dei commenti visibili mette in discussione l’esistenza del coronavirus, ma tutti si preoccupano di una realtà percepita come più vicina, più contingente: la possibilità di conciliare il lavoro e l’economia familiare con la gestione dei figli. Oltre a questa, che appare comprensibilmente la preoccupazione principale, fanno capolino il bisogno di garanzia di benessere nella qualità del tempo dei figli (“Se emergono sintomi a scuola me lo mettono in isolamento? Nel senso che lo lasciano da solo finché non riesco ad andarlo a prendere? Ma ha tre anni!”) e la critica politica (“Cosa hanno fatto in questi mesi?”).

Nessuna delle iscritte, però, sembra avere risposte concrete. C’è chi parla di generiche proteste e chi sta immaginando di spostare i bambini nelle scuole private (“Lì faranno di tutto per poter lavorare, perché non guadagnano lo stesso se la scuola è chiusa, come nel pubblico”). Ma la discussione freme soprattutto tra i genitori che intendono lasciare i bambini alla scuola pubblica e i sostenitori dell’homeschooling. Con homeschooling si intende una pratica – legale, in Italia, a fronte della necessità di effettuare un esame che verifichi le competenze acquisite alla fine dell’anno, per i bambini dalla prima primaria in poi – di autorganizzazione del tempo scuola.

Da alcuni viene interpretata come un’educazione familiare (è uno dei genitori – cioè, indovinate un po’, quasi sempre la mamma – ad occuparsi dell’insegnamento ai figli), in altri casi invece si creano piccoli gruppi gestiti da uno o più educatori, in contesti informali. Da tempo molto rappresentata in  alcuni paesi europei e negli Stati Uniti, l’home schooling all’italiana sembra trarre particolare forza dalla situazione attuale di incertezza. Si moltiplicano infatti i gruppi di mutuo aiuto per chi vuole creare un contesto di homeschooling, e anche nei commenti a post generici si trova spesso qualcuno che propone l’alternativa familiare all’educazione.

Si tratta però – come per le scuole paritarie – innanzitutto di una scelta privilegiata: l’homeschooling ha sempre un costo (diretto, se si pagano degli operatori, o indiretto se si resta a casa con i figli) e non può diventare una pratica diffusa anche perché prevede da parte dei genitori una forte capacità di organizzazione e una competenza scolastica medio alta, oltre che di spesa. Ecco quindi che se per qualcuno l’homeschooling risulta una proposta da rigettare per ragioni economiche, per altri la questione diventa politica: “Io non voglio avere niente a che fare con la scuola a casa” – risponde infatti una mamma –“intanto perché voglio che i miei figli frequentino anche un mondo non selezionato da me, e poi perché la scuola pubblica va sostenuta per tutti, sia per quelli che possono scegliere, sia per quelli che non possono farlo”.

È innegabile, però, che la situazione di incertezza attuale non potrà che rinforzare le fila di quelli che cercano una soluzione personale a un problema collettivo. Diceva Don Lorenzo Milani: “Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è politica. Sortirne da soli è avarizia”, ed è evidente che le famiglie che si ostinano a cercare una risposta dal pubblico anche quando potrebbero optare per costose soluzioni familiari, hanno introiettato la lezione del priore di Barbiana. D’altra parte, è del tutto inimmaginabile che una società possa reggere per mesi con una situazione di continua apertura e chiusura delle strutture scolastiche, non solo dal punto di vista economico, ma anche o soprattutto psicologico, sia relativamente ai bambini che agli adulti.

L’appello a un sistema di medicina scolastica dotato di tamponi dalla risposta rapida e il più possibile precisa non trova grande spazio nelle chat delle mamme, ma viene invece spesso rilanciato da addetti ai lavori e pediatri. Ad oggi sembra essere l’unica vera possibilità per evitare un autunno che si abbatterebbe come una spada di Damocle sul benessere dei più piccoli e dei loro genitori, in particolare quelli più fragili.

Da mesi, invece, si discute di spazi, turni, banchi, mascherine, gruppi-bolla e distanziamenti: tutte soluzioni complicate, spesso costose, a volte antipedagogiche, che si frantumano una dopo l’altra contro il muro dell’inapplicabilità nel mondo elefantiaco e complesso della scuola. È una situazione paradossale, inaccettabile e che sta allargando il baratro della fiducia tra genitori e scuola: una conseguenza che dovrebbe essere al primo posto delle preoccupazioni del Miur.

Un paese si misura dall’efficacia della sua scuola pubblica.
Lo scetticismo con il quale le mamme e i papà d’Italia osservano da mesi le possibili soluzioni all’emergenza sanitaria dovrebbe trovare una risposta immediata, forte e credibile, perché il rischio è creare una sfiducia diffusa e irrecuperabile. L’aforisma di Don Milani dovrebbe guidare la politica, prima ancora dei singoli genitori: chi lavora per il bene pubblico ha il dovere di trovare soluzioni perché dai problemi – anche quelli enormemente complessi come un’epidemia mondiale v si possa uscirne tutti insieme.

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Nel caos della scuola, tanti genitori sono tentati dall’homeschooling ultima modifica: 2020-08-18T21:22:26+02:00 da Gilda Venezia
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