No alle pagelle scolastiche e alla competizione tra studenti

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di Vincenzo Brancatisano, Orizzonte Scuola, 15.4.2019 

–  Sì a capacità di collaborazione. La ricetta del Prof Previ.

Abbasso la pagella scolastica e la competizione individuale, creano solo ostacoli. Gli insegnanti devono fortificare, nei loro alunni, la capacità di collaborare e di pensare al Noi invece che all’Io.

Ogni insegnante uscendo dalla propria aula “deve chiedersi in che cosa oggi ho insegnato a collaborare, in quale misura oggi ho aiutato i miei studenti nella capacità di collaborazione”. E ancora: la scuola è attrezzata per preparare i giovani ad affrontare le situazioni complicate? Forse sì, forse no, di certo non basta più. Perché le situazioni del mondo attuale non sono più solo complicate, sono diventate complesse. E di fronte alle sfide straordinarie della complessità occorre un radicale cambio di paradigma nella formazione, nella didattica, nella società e soprattutto nella scuola. Una trasformazione che dovrà necessariamente sostituire, nella mente e negli obiettivi dei nostri ragazzi il modello dell’“io” con il modello del “noi”. E’ questa la convinzione di Leonardo Previ, presidente di Trivioquadrivio, una società di consulenza che dal 1996 aiuta le organizzazioni di impresa a realizzare i propri obiettivi strategici, valorizzando l’ingegnosità collettiva delle persone che le animano.

“Nell’impresa moderna – sostiene in una delle sue pubblicazioni il professor Previ, docente di Gestione delle Risorse Umane all’Università Cattolica di Milano – l’organizzazione del lavoro si fonda sulla valorizzazione dell’individuo. Le singole persone, una volta conclusa quella traiettoria formativa rigorosamente individuale che dà corpo al curriculum studiorum, vengono singolarmente selezionate, assunte, valutate e compensate. Una per una. Dopo i primi anni di frequentazione del mondo del lavoro, ciascuno acquisisce un curriculum vitae, il lasciapassare per la carriera dell’io.

La giustapposizione di singolarità eccellenti determina il successo dell’esperto, qualcuno che sa compiutamente dominare il proprio campo e che, più che un sapere esteso, possiede un puntualissimo saper fare (know how). L’esperto è la risposta giusta al mondo complicato: ha esperienza, studia, conosce sempre meglio e approfondisce sempre più; nell’ambito circoscritto di propria competenza, l’esperto è imbattibile. Ma cosa accade se i problemi non sono affatto circoscritti? Quando si passa dal complicato al complesso un solo esperto non basta, ce ne vogliono diversi e spesso ce ne vogliono moltissimi”.

Professor Leonardo Previ, quanto è (più) complicato un mondo complesso?

“Siamo tutti cresciuti in un mondo che sapevamo essere complicato. I problemi erano complicati come un orologio da polso. A prima vista è impossibile intervenire nella complicazione, ma poi si interviene un pezzo alla volta, e il problema si risolve intervenendo sul rapporto causa ed effetto. Tutto questo è andato bene per tante generazioni, fino a quando – ahinoi – tutto è cambiato e molto di rado il mondo è complicato”.

Anche nelle nostre scuole si è passati dal complicato al complesso?

“Nelle nostre scuole il mondo è complesso. E in un sistema complesso si fa fatica a ricostruite il legame tra causa ed effetto. Nei sistemi complessi, ad esempio, il corpo umano o anche l’esperienza della meteorologia sono bastati su previsioni che spesso si rivelano fallaci. Nei sistemi complessi l’organizzazione è il risultato di un’emergenza di alcuni fenomeni. Nei sistemi complicati se suddividiamo i problemi possiamo prevedere, nei sistemi complessi non possiamo prevedere. C’è una parolina, V.U.C.A. (acronimo di volatility, uncertainty, complexity, ambiguity, volatilità, incertezza, complessità, ambiguità). Quest’ultima parola – ambiguità, la intrinseca ambiguità del sapere – ha la stessa radice del sapere. Tutta l’organizzazione scientifica del lavoro, dal Settecento al Novecento, ricalcava la suddivisione delle materie. Noi abbiamo studiato in tante piccole parcelle perché quando poi saremmo andati a lavorare ci avrebbero chiesto di circoscrivere le nostre conoscenze. Quando siamo passati da Chaplin alla terziarizzazione si è scoperto a nostre spese che conoscere solo un pezzettino, solo un’area del sapere si rivelava controproducente. L’economia ha sempre più bisogno di gente che sa orientarsi. Eliminare gli steccati significa recuperare la capacità di orientarsi nella complessità del sapere”.

E oggi s’è pure andati oltre la fase della terziarizzazione

“Negli ultimi anni c’è una grande novità. Oggi c’è un massiccio processo di automazione. Prima c’erano belle organizzazioni di impresa, con una grande quantità di mansioni affidate alle persone, perché nessuna macchina le sapeva svolgere. Si pensi al far contare il denaro. Poi è arrivato il bancomat. Che conta ed eroga le banconote meglio dell’umano e senza commettere errori. Il bancomat è un esempio di come saranno tutti i processi nei prossimi vent’anni. Dobbiamo capire che le macchine diventeranno esperte a fare tutto. Ma che cosa resterà da fare?”

Che cosa, resterà agli umani? E come può incidere la scuola in questo passaggio cruciale?

“Resterà la capacità di attraversare e affrontare gli imprevisti, le macchine non sono in grado di farlo. Di fronte a un imprevisto gli umani hanno la creatività. Noi dobbiamo offrire ai nostri figli una scuola che meglio che prepara alla complessità. La scuola migliore è la scuola che sa che il sapere è uno. Allora la capacità collaborativa è fondamentale. Tutte le volte che insegniamo ai nostri ragazzi a diventare esperti dobbiamo insegnare a conversare e collaborare con chi ha aree di competenze diverse”.

Questo, secondo lei, ancora oggi non si fa?

“Si comincia a fare. In molte scuole si sono sviluppate tante esperienze. Tutte le teorie pedagogiche sono consapevoli che gli studenti hanno già una capacità di cooperazione quando arrivano a scuola. Nella evoluzione della specie, peraltro, la capacità cooperativa ha rappresentato un fattore di successo. Se siamo diventati numerosi è perché sappiamo cooperare. La cattiva notizia è che non abbiamo bisogno della scuola per imparare a cooperare. Occorre aiutare le scuole a rafforzare, a rendere ancora più brave le scuole a cooperare e questo per molto tempo non è stato insegnato.

E’ questa la brutta notizia: la scuola ha lavorato per molto tempo contro questa naturale capacità collaborativa degli studenti”.

Può fare un esempio?

“Per esempio le aziende hanno bisogno di lavoro di gruppo. Quando un problema è complesso io devo raccogliere molti punti di vista. Ma se io a scuola imparo che la prestazione è soggettiva e individuale, se i professori premiano le singole capacità a costo di compromettere le capacità dell’altro, se si coltiva l’egoismo anziché il collettivo, se si bada alla pagella… ecco, quando poi si sarà entrati nel mondo del lavoro ci saranno problemi”.

Eppure si guarda troppo spesso alla pagella dei propri figli, magari anche a quella degli altri.

“Le guardano sempre meno, la pagella dovrebbe esser il segno del sapermi orientare. Ma la pagella diventa un ostacolo se non segnala le mie capacità di collaborazione. Se non segnala che io sono pronto per il noi invece che essere concentrato sull’io, allora le pagelle sono un ostacolo”.

Le pagelle sono addirittura un problema?

“Le pagelle sono un problema enorme. Ellinor Ostrom, Premio Nobel per l’Economia nel 2009, ha osservato che le comunità con risultati migliori sono quelle comunità in cui prevale l’altruismo e non l’egoismo. Egoista è colui che compie delle scelte per se stesso sfavorendo gli altri. L’altruista fa delle scelte sempre favorendo gli altri anche contro se stesso. L’intuizione è che quando in un gruppo prevale l’altruismo quel gruppo prevale sul gruppo che ha premiato l’egoismo. Le squadre che vincono di più sono quelle dove le competenze individuali vengono messe al servizio della squadra. Nella scuola abbiamo una tradizione che risale alla fine dell’Ottocento e nella quale per tanti motivi non si era capito che il noi era più forte dell’io”.

E questo perché?

“Perché la fisica, disciplina regina del secolo scorso, non si era confrontata con il concetto di probabilità e di relatività, perché c’era fiducia illimitata nella razionalità dell’individuo. Abbiamo disegnato la scuola in un momento in cui era sterminata la capacità e la fiducia nell’io. Oggi la fiducia nell’io è tramontata, oggi siamo costretti – dalla scienza e dalla società – ad avere più fiducia nella razionalità del noi anziché in quella dell’io. Si pensi agli autoritarismi: con la ragione dell’io si possono produrre delle tragedie sproporzionate. Cera uno scenario in cui la fiducia nelle materie e nel singolo ha fatto perdere la fiducia nell’io. Oggi collaborare è molto più importante del sapere. Saper collaborare è meglio del know how”

Come s’inseriscono le cosiddette competenze in questo contesto?

“Le competenze hanno due aspetti. Ciò che è standardizzabile è preda delle macchine. Tempo fa si pensava fosse impossibile un’auto senza piloti. Oggi è realtà. Le macchine sviluppano competenze ma solo quelle nel campo del prevedibile. Quando dobbiamo affrontare la complessità, diventa importante il resto. Viva le competenze ma mettiamole al servizio del sapere. Il sapere è più grande delle competenze. Non dobbiamo più formare esperti in risposte, ma in domande. Dobbiamo formare gli studenti a saper formulare le domande giuste. E questo è possibile se si ha una competenza molto sviluppata ma consapevoli che la competenza possa essere sviluppata ulteriormente”.

Torniamo a scuola, si è parlato, come provocazione, di scuola senza materie

“Via le materie significa che dobbiamo essere pronti a dialogare con altri esperti. Oggi gli specialisti fanno fatica a dialogare tra loro. Quando le materie si radicano troppo nell’esperienza umana diventa impossibile affrontare la complessità. Si pensi alla medicina. Quando lo specialista del gomito non riesce a dialogare con lo specialista del ginocchio il corpo zoppica. E produce più danni che vantaggi”.

Da domani lei cosa farebbe?

“ L’unica ricetta è aumentare la responsabilità di ciascun insegnante rispetto all’obiettivo della collaborazione. Ogni insegnante uscendo dalla propria aula deve chiedersi in che cosa oggi ho insegnato a collaborare, in quale misura oggi ho aiutato i miei studenti nella capacità di collaborazione. Questo è decisivo per il futuro della nostra scuola e del nostro pianeta”.

Addirittura?

“Guardi che, davanti a tutti i singoli problemi del nostro pianeta, dall’aumento della temperatura alle migrazioni, non ne verremo a capo con gli esperti ma solo con persone molto capaci nel proprio campo e molto disponibili alla collaborazione. Non avremo un futuro se non attraversato dalla collaborazione. Non dobbiamo aspettare un Premio Nobel che ci dica come abbassare la temperatura. Dobbiamo guardare al passato, magari ai primitivi che erano più collaborativi: se non avessero collaborato non sarebbero sopravvissuti. E’ sbagliato pensare che i nostri tempi siano diversi e che richiedano tanti Io invece che tanti Noi”.

Ma lei è ottimista?

“Sì. Per due ragioni. Ho due figli e chiunque abbia dei figli non può che essere ottimista. E’ un ottimismo esistenziale. La seconda ragione è che vedo che i miei figli hanno capito, hanno inclinazione forte per il noi. Non si può essere che ottimisti. Il pessimismo non aiuta le nuove generazioni per i cambiamenti che avranno davanti”.

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No alle pagelle scolastiche e alla competizione tra studenti ultima modifica: 2019-04-16T05:42:54+02:00 da Gilda Venezia

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