30.10.2025.
La professione del docente in Italia continua a essere mal pagata e quindi poco appetibile.
Martedì l’aula della Camera ha approvato definitivamente il “decreto scuola” 127/2025 di riforma dell’esame di maturità. Un pannicello caldo
Una mini riforma è stata approvata dal Parlamento: l’esame di Stato tornerà a chiamarsi “di maturità”, c’è il sostegno alla riforma degli istituti superiori, ridotti ad un percorso quadriennale seguito da un biennio superiore, passaggi più semplici da un indirizzo all’altro nel primo biennio, la Carta del docente nella scuola di Stato estesa anche ai docenti precari, non più PCTO ma “formazione scuola-lavoro”, 240 milioni di euro una tantum per il contratto scuola nella scuola statale, 15 milioni per integrare l’assicurazione sanitaria del personale, norme più cogenti per i viaggi di istruzione.
Dal ministero del Lavoro arriva l’introduzione di norme più chiare in merito ai percorsi di formazione, vietati agli studenti in contesti lavorativi ad alto rischio. Bene!
Il sistema scuola tuttavia continua a soffrire.
Nonostante gli aumenti di cui sopra, la professione del docente in Italia continua a essere mal pagata e quindi poco appetibile, soprattutto in termini di sviluppo di carriera e di conseguenti incrementi salariali.
Di fronte a un calo demografico sempre più rilevante, a seguito del concorso per l’assunzione di 62mila docenti in ottemperanza al PNRR, è probabile che nei prossimi anni non vengano più emanati concorsi e la professione docente perderà quel minimo di appeal che ancora la caratterizza.
A fronte di un’emergenza educativa sempre più drammatica, di crisi delle figure genitoriali, di una tendenza diffusa fra gli adolescenti all’isolamento, di incremento di forme di violenza sempre più pervasive, anche questo riforme appaiono “pannicelli caldi”.
È vero che in questo panorama fosco emergono figure eroiche di dirigenti scolastici e docenti capaci di intercettare i bisogni prima che esplodano, di costruire percorsi formativi in grado di togliere dalla strada ragazzi ad alto rischio di delinquenza, di competere con prestigiosi curricula internazionali, ma si tratta ahimè di esperienze isolate.
La politica ha fatto la sua parte; a metà legislatura non si può negare che abbia cercato di mettere mano a molte criticità seguendo una linea di “ritorno all’ordine” che è stata fin dall’inizio del suo mandato la parola d’ordine. Vedremo il risultato.
La quotidianità è altro: dirigenti affannati a inseguire le procedure del PNRR (che ha portato denaro, ma anche procedure rigidissime non sempre coerenti col reale bisogno degli istituti), costretti a svolgere compiti che in un contesto aziendale sarebbero delegati al middle management, inevitabilmente a scapito del fondamentale ruolo culturale, educativo e strategico connesso alla dirigenza.
I docenti restano sottopagati, “arruolati” e non scelti, soprattutto costretti dall’anacronistico sistema delle graduatorie a inserirsi in contesti scolastici non sempre coerenti alle proprie attitudini.
Lo si è segnalato in più occasioni: gli onerosi percorsi di formazione. affidati prevalentemente alle università, non consentono di sviluppare, promuovere e verificare le competenze che i difficili contesti educativi esigerebbero.
Non si accennerà qui alle pur positive esperienze di scuole della tradizione cattolica, ben note ai lettori di queste pagine, ma la piena parità è ancora lontana, molti istituti sono in sofferenza e la scelta delle giovani élites genitoriali appare in molti casi orientata a scuole bilingui internazionali.
La tendenza è quindi a privilegiare progetti formativi ispirati alla pedagogia che ha posto le skills al centro della didattica invece della persona.
Non è solo l’Italia a soffrire, lo è tutta Europa: ormai a primeggiare nelle classifiche internazionali sono i Paesi asiatici.
La nostra tradizione arranca e il diffuso sconforto fra i docenti (per non citare esplicitamente il burnout) e la delusione, la sfiducia (quanti ricorsi!), talora l’astio negli utenti, dicono dell’urgenza di un ampio cambiamento.
È periodo di Open Day, le scuole si mettono l’abito festivo, i docenti e i dirigenti più motivati cercheranno di proporre all’utenza (che brutto nome!) il proprio progetto formativo. Dietro le quinte restano tuttavia i cocci di un’edilizia vetusta, di docenti mal retribuiti e di una didattica che fatica a tenere il passo con un mondo che – piaccia o no – è completamente differente da quello di solo dieci anni or sono.
L’auspicio è che si completi finalmente il percorso verso la piena parità per le scuole che ne abbiano i requisiti, per la scuola di Stato (ma sarebbe misura comunque tardiva) che si trovino altri meccanismi di arruolamento, che i dirigenti scolastici possano tornare ad essere autentici leader educativi, potendo delegare funzioni a direttori dei servizi generali e a segreterie efficienti, capaci di sostenere la complessità dell’autonomia e che le università sviluppino la ricerca didattica e pedagogica di concerto con la scuola.
Libro dei sogni? No, speranza. Ma stando così le cose, il sistema è destinato, nonostante gli eroismi di molti, a implodere. Siamo pronti alla sfida di adattare la grande tradizione della quale l’Italia è stata protagonista alle esigenze del drammatico presente?
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Oltre la riforma dell’esame di maturità, c’è n’è una dei docenti ancora da fare ultima modifica: 2025-10-30T06:22:39+01:00 da

