Per 900 parole in più

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Piero Martin,  La Voce.info,   13.11.2015.  

Permangono nel nostro sistema di istruzione marcate differenze sociali. Mentre restiamo indietro rispetto ai paesi più avanzati in termini di competenze e studi completati. Sono necessarie azioni più forti e continue. E un nuovo patto sociale che ridia dignità e valore alla scuola.  

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Don Milani sessanta anni dopo
“Un operaio conosce 100 parole, il padrone 1000. Per questo lui è il padrone”. Son passati sessant’anni da questa frase di don Lorenzo Milani, insegnante alla scuola di Barbiana.
Oggi come allora, però, quelle 900 parole contano, eccome. Il mondo è cambiato, ma le 900 parole che separavano l’operaio dal padrone sono ancora quelle che fanno la differenza tra un lavoro mal pagato e uno migliore.
Come scrive Gabriele Borg in un recente contributo su lavoce.info “negli Stati Uniti il reddito in termini reali di coloro che hanno un titolo di studio superiore al diploma è cresciuto del 90 per cento negli ultimi cinquanta anni, mentre per chi non ha completato le high school è diminuito del 10 per cento”. Per l’Italia stessa storia. Lo dice anche l’Istat nel suo documento su reddito e condizioni di vita nell’anno 2013, “Il reddito familiare cresce anche all’aumentare del livello di istruzione del principale percettore: le famiglie di laureati percepiscono mediamente quasi 38mila euro, cifra più che doppia rispetto a quella delle famiglie con principale percettore con basso o nessun titolo di studio (16.637 euro)”.
Ma non c’è solo il reddito, le 900 parole sono servono anche per essere più consapevoli dei propri diritti, per capire se un amministratore racconta fuffa, per difendersi da bufale e ciarlatani o per fare scelte migliori in tema di salute, alimentazione e stili di vita.

Studiare serve
Studiare fa vivere meglio, noi e gli altri. Ma ancora non ce ne rendiamo conto. Basti pensare che, stando ancora ai dati Istat su benessere equo e sostenibile, nel 2013 la quota di italiani con età tra i 25 e i 64 anni che hanno un diploma superiore era del 58,2 per cento, più di 15 punti percentuali in meno della media europea (pari al 74,9 per cento). E per i laureati il divario è ancor maggiore: 22,4 per cento in Italia, contro il 40 per cento europeo.
Se anziché di titolo di studio parliamo di competenze, le cose non vanno meglio. Come scrive il rapporto sul livello di competenze nei paesi Ocse, uscito pochi giorni fa, l’Italia è l’ultima tra ventitré nazioni per competenze “letterarie” (abilità nel leggere e scrivere), sia nella fascia d’età tra i 16 e i 29 anni che in quella tra i 30 e i 54. E non consola il fatto che per competenze matematiche siamo penultimi, di poco avanti rispetto agli Stati Uniti. Dimensioni e caratteristiche della nostra economia sono infatti tali che il nostro progresso non può che essere basato su attività ad alto valore aggiunto, dove le competenze sono necessarie.

Impari opportunità
In tema di istruzione permangono poi marcate differenze sociali. Quelle 900 parole sono ancora lì a differenziare le classi sociali e dicono che i ragazzi figli di genitori con titoli di studio più elevati abbandonano gli studi assai meno rispetto ai figli di chi ha frequentato solo la scuola dell’obbligo: il tasso di abbandono scolastico è infatti del 2,7 per cento per i figli dei laureati e del 27,3 per cento per i figli di chi ha la scuola dell’obbligo (fonte Istat, vedi figura 1). E ciò è vero anche in termini di mobilità verso l’alto. In media, nei paesi del rapporto Ocse “Education at a Glance 2014: OECD indicators”, un giovane tra i 20 e i 34 anni i cui genitori hanno un diploma di scuola media superiore ha una probabilità doppia di ottenere una laurea rispetto a chi ha i genitori che hanno frequentato solo la scuola dell’obbligo. Se i genitori sono laureati la probabilità diventa 4,5 volte maggiore. In Italia il divario diventa ancor più grande: i figli dei laureati hanno una probabilità ben 9,5 volte maggiore.

Figura 1 – Tasso di abbandono precoce del sistema di istruzione e formazione (sinistra) e quota di giovani che non lavorano e non studiano (destra) in funzione del titolo di studio dei genitori

grafico martin

Fonte Istat, rapporto Bes “Benessere equo e sostenibile in Italia” 2014)

Non ci resta che piangere?
Non ci resta che piangere, allora? No, c’è invece molto da fare. Il metro con cui misurare la buona scuola è anche quello della capacità di accogliere e di raggiungere chi è più distante, di offrire a tutti le stesse condizioni di partenza, di mettere in atto fino in fondo l’articolo 34 della Costituzione. Una scuola che non divida, ma sia invece strumento principe di promozione sociale e di integrazione. Basti pensare a quanto può fare la scuola per l’integrazione di chi emigra nel nostro paese. È significativo ad esempio che Angela Merkel abbia indicato l’insegnamento del tedesco tra le priorità delle azioni a favore dei rifugiati in Germania.
Sarebbe ora che l’istruzione diventasse argomento quotidiano e forte per governo e opposizione, un terreno di confronto e di azione continua: con le riforme, certo, con strumenti che incentivino la mobilità educativa tra generazioni e raggiungano e convincano chi a scuola non ci va o fa fatica a continuare. Con piccoli, ma importanti segnali, come mettere a disposizione nelle scuole la carta igienica o quella per le fotocopie. E soprattutto, promuovendo nei fatti e con l’esempio un nuovo patto sociale che riporti dignità e valore alle scuole, a chi ci lavora e a chi ci va.

Per 900 parole in più ultima modifica: 2015-11-17T04:50:32+01:00 da Gilda Venezia
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