Perdita degli apprendimenti, un problema serio

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di Antonio Piscopo e Barbara Romano,  La Voce.info, 2.4.2021.

Le scuole italiane continuano a procedere a singhiozzo, con l’alternarsi di aperture e chiusure. Le conseguenze su apprendimenti e benessere degli studenti rischiano di essere devastanti. A Berlino hanno scelto una soluzione radicale. E in Italia?

Le conseguenze della Dad

Dal 15 marzo la gran parte delle scuole italiane è stata nuovamente chiusa e oltre 7 milioni di studenti (degli 8,4 milioni complessivi) hanno seguito le lezioni on line da casa per due settimane. Il 7 aprile è previsto il ritorno in classe ovunque fino alla prima media, mentre rimarranno in didattica a distanza gli studenti della secondaria di secondo grado e quelli della II e III media delle regioni rosse. È il déjà vu di modalità ormai ben note che hanno però clamorosamente mancato l’occasione di trasformarsi da male necessario ad ampliamento delle opportunità didattiche.

La reintroduzione della Dad rischia di acuire notevolmente una condizione già gravemente compromessa. In questi mesi abbiamo assistito, infatti, a un preoccupante fenomeno definito efficacemente dall’ex ispettore scolastico Raffaele Iosa come “frenesia curricolare”, con gli studenti costretti a rincorrere per “finire i programmi”: come se molti insegnanti avessero dimenticato l’abolizione nel 2012 dei “programmi” in favore delle Indicazioni nazionali che hanno, invece, come obiettivo la creazione di competenze. Nelle secondarie la situazione è aggravata dalla frenesia valutativa: i rari ritorni in classe dalla didattica a distanza diventano il momento in cui concentrare interrogazioni e verifiche, anziché occasione per rinsaldare la relazione educativa.

Porre rimedio a questa situazione non è semplice con interventi puntuali e circoscritti. Lo è ancor meno, se gli interventi sono lasciati alla considerazione e alla buona volontà dei singoli insegnanti, senza una riflessione politica generale sulle priorità di sistema.

Un esempio di iniziativa politica drastico e non privo di criticità, ma indubbiamente volto a indirizzare gli eventi e non solo a subirli, viene da Berlino. Anche lì, c’è l’esigenza impellente di recuperare il tempo perduto, ma per farlo si propone non di accelerare il passo, ma di rallentarlo. Fermarlo, addirittura.

Il modello Berlino

A Berlino, come nel resto della Germania, nel corso dei ripetuti lockdown o delle chiusure mirate (che perdurano tutt’ora) le attività di didattica a distanza sono state messe a disposizione degli studenti ininterrottamente, ma non senza difficoltà. L’Ifo, Istituto per la ricerca economica con sede a Monaco di Baviera, certifica che nei soli mesi del primo lockdown la riduzione del tempo dedicato dagli studenti ad attività didattiche è stata di circa il 50 per cento (da 7,4 ore al giorno a 3,6). Una ricerca internazionale condotta da McKinsey – su insegnanti di otto paesi Oecd – riporta per la Germania una perdita di apprendimenti percepita pari a 1,7 mesi di scuola già a novembre (grafico 1).

A fine febbraio, per arginare la crisi degli apprendimenti, il parlamento della città-stato di Berlino ha approvato una legge che consente ai genitori che ne facciano richiesta entro il 13 aprile di far ripetere l’anno scolastico ai propri figli. L’intervento riguarda gli studenti nei primi dieci anni di istruzione, mentre ne sono esclusi quelli che si trovano negli ultimi due, quindi prossimi a conseguire l’Abitur. La richiesta della famiglia non è automaticamente accolta, ma viene vagliata da una commissione interna alla scuola in seguito a un colloquio approfondito con studente e genitori sulle motivazioni della richiesta. In tale occasione sono anche proposte soluzioni alternative, come il supporto individuale nel corso del prossimo anno scolastico.

La misura, introdotta anche in altri stati federali su pressione delle organizzazioni dei rappresentanti dei genitori, è stata accolta con favore dai rappresentanti degli studenti e dall’associazione nazionale degli insegnanti. Ciò nondimeno ha sollevato preoccupazioni di carattere operativo e organizzativo da parte dei dirigenti scolastici e dei provveditorati.

Idea originale, ma con qualche rischio

L’intervento, improntato al “fermarsi per non rimanere indietro” – nella sua brusca radicalità – sottolinea la funzione della scuola come “ascensore sociale”, promotrice da un lato di un diritto e di un’opportunità per gli studenti, dall’altro dell’interesse nazionale ad avere cittadini in pieno possesso di saperi e competenze.

Avrebbe senso suggerire questa soluzione per l’Italia e il suo sistema d’istruzione? Una proposta così radicale, nel nostro paese potrebbe avere risvolti negativi che rischierebbero addirittura di portare a conseguenze opposte a quelle sperate. Si intravedono almeno tre ordini di criticità:

  • problemi organizzativi: per procedere alla formazione delle classi e all’assegnazione dei docenti si dovrebbe attendere la fine del processo di scelta le cui dimensioni e “forma” sono del tutto imprevedibili, condizionate da motivazioni individuali e dalle dinamiche tra pari. Ciò rischierebbe di portare al collasso il nostro sistema che già in tempi normali, con flussi di studenti prevedibili, non va a regime prima di ottobre, ad anno scolastico iniziato;
  • problemi pedagogici: togliere uno o pochi studenti dal “gruppo classe” con cui hanno cominciato il ciclo implica una ricostruzione della relazione educativa con gli insegnanti e con i pari non necessariamente semplice e dall’esito incerto anche sugli apprendimenti;
  • problemi di equità: lo stigma sociale per la “bocciatura” è ancora molto forte nel nostro paese, ragionevolmente in misura maggiore tra le famiglie meno istruite. Il rischio concreto è che ad aderire all’iniziativa possano essere in larga prevalenza proprio le fasce più istruite con figli in situazione di difficoltà, magari neppure troppo grave, portando a un’ulteriore esacerbazione delle differenze sociali.

L’“approccio berlinese” oltre ad aver suscitato un vivace dibattito nella capitale tedesca, viene in questi giorni discusso in Galles, Scozia e Florida dove, però, si considera anche l’ipotesi di fermare l’intero sistema scolastico per un anno.

Difficile dire come potrebbe reagire l’opinione pubblica di quei paesi (per non dire di quella italiana) a una proposta per certi versi ancora più radicale della berlinese, ma probabilmente meno azzardata in termini di equità e di conseguenze pedagogiche indesiderate. Nell’un caso e nell’altro, tuttavia, è evidente lo sforzo di fare seguire alle preoccupate analisi sui rischi della perdita di apprendimenti idee per soluzioni operative nuove, che – per quanto discutibili – hanno almeno il pregio di cogliere appieno il senso di un’emergenza eccezionale.

È troppo chiedere che lo stesso sforzo si faccia in Italia?

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Perdita degli apprendimenti, un problema serio ultima modifica: 2021-04-02T14:05:51+02:00 da Gilda Venezia
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