Gilda Venezia

Gilda Venezia

di Fabrizio Reberschegg, Gilda degli insegnanti di Venezia, 14.9.2026.

La solita fuffa che scarica tutto sulle scuole. Si vede lontano un miglio che questi “esperti” non entrano in classe e, probabilmente, hanno frequentato una classe solo come discenti.

Gilda Venezia

Sono stati recentemente pubblicati dal MIM i “Primi orientamenti per la progettazione curricolare finalizzata al passaggio al nuovo ordinamento degli Istituti Tecnici”. Ventisette pagine di “consigli” su come riorganizzare la didattica degli Istituti Tecnici dopo i vari provvedimenti che hanno messo mano agli assetti degli Istituti già pesantemente toccati dalle tante riforme succedutesi dal 2010 in poi. Come noto la Gilda ha espresso da sempre grandi perplessità e critiche rispetto a scelte che hanno svuotato la funzione dei Tecnici curvandola sui bisogni di breve periodo delle esigenze delle imprese e della Confindustria.
Il settore tecnico e professionale stanno pagando la mancanza di una visione di politica industriale e produttiva nel nostro Paese obbligandoli ad inseguire i bisogni di un mondo imprenditoriale che poco o nulla investe nella ricerca e sviluppo anche a causa della frammentarietà e marginalità di tante piccole e medie imprese italiane che vorrebbero trovare nel mercato del lavoro una forza lavoro funzionale, preparata e facilmente inseribile in produzione.

Il documento mette in rilievo il fatto che le scuole devono/possono applicare modelli di riferimento curricolari che risultano molto generici e confusi. Si parte dal modello TVET (Technical, Education and Training) che punta sulle competenze per il lavoro e la “vita” che per UNESCO sarebbe un approccio che abbatte barriere di genere, economiche e sociali (sic!!).
I dispositivi formativi diventano “porosi” cioè capaci di “permettere alle persone di muoversi fluidamente tra la scuola secondaria, il lavoro e l’istruzione terziaria, in qualsiasi momento della loro vita”. Appare evidente che siamo di fronte ad affermazioni astratte e prive di solidità.
Fuffa.
Oltre al TVET ci sono riferimenti  al “modello della T” con integrazione di competenze orizzontali e verticali con la costruzione di “competenze abilitanti durature”, di “ecosistemi industriali di filiera”. Si introduce la “centralità curricolare della Doppia Transizione (Twin Transition) che prevede l’allineamento degli indirizzi di studio agli standard europei a patire dalla digitalizzazione e all’economia sostenibile con scuole come hub di innovazione nel e per il territorio utilizzando le quote di autonomia e flessibilità per “adattare tempestivamente i contenuti e le metodologie alle innovazioni tecnologiche richieste dal territorio” con spazi di coprogettazione scuola-impresa.

Il documento, dopo queste visioni illuminanti, si sofferma sulla transizione dal curricolo nazionale al curricolo di Istituto con una progressiva riduzione delle discipline caratterizzanti il curricolo nazionale fino all’attivazione di un’”Area territoriale”, “spazio progettuale ed espressamente indirizzato allo sviluppo di competenze coerenti con le esigenze specifiche del territorio”.

Come è già  noto ai colleghi degli Istituti Tecnici il primo biennio dovrebbe essere quello di accoglienza e orientamento con l’intervento dell’Alternanza Scuola Lavoro già dal secondo anno, il secondo biennio dovrebbe avere natura di specializzazione e professionalizzazione con l’alleanza scuola-impresa e il quinto anno (sintesi, orientamento in uscita e transizione post-diploma dovrebbe portare gli studenti  alla prosecuzione della formazione negli ITS o nel mondo accademico. Il sistema privilegia l’uscita verso gli ITS, di fatto fondazioni miste con MIM, Regioni, associazioni imprenditoriali, ecc. Peccato che non ci sia un numero di ITS attivati sufficiente ad accogliere i potenziali richiedenti. Esiste per essi il numero chiuso.

In merito alla metodologia didattica “consigliata”, e di fatto imposta, le basi sono ovviamente la centralità dello studente, la creazione di situazioni “autentiche e significative”, la lezione dialogata, la progettazione a ritroso (invece di partire dai contenuti del libro o dalle lezioni da spiegare, l’insegnante parte dalla fine, ovvero da ciò che gli studenti devono comprendere e saper fare alla fine del percorso), la centralità delle UDA, ecc., ecc.

Bisogna prendere atto che la creatività degli estensori del documento è di alto livello ma evidenzia quanto sia distante la loro visione teorica dalla pratica della scuola. Si vede lontano un miglio che questi “esperti” non entrano in classe e, probabilmente, hanno frequentato una classe solo come discenti.

Invitiamo i colleghi e le colleghe a leggere interamente il documento perché sarà alla base delle comunicazioni del dirigente per la definizione dei quadri orario e degli organici (si pensi alla confusione in merito alle scienze sperimentali). Sarà il tempo si commissioni, gruppi di lavoro, dipartimenti, collegi dei docenti chiamati a “coprogettare” e attivare una innovativa didattica laboratoriale. Paradossalmente mancano ancora le Indicazioni Nazionali per gli Istituti Tecnici e le scuole sono ora lasciate da sole ad inventarsi una riforma che in concreto dipenderà  dalle relazioni con “il territorio” e le imprese.

Invitiamo tutti a  prendere tempo per sviluppare una riflessione autonoma sulla modellizzazione didattica rimettendo al centro i saperi e le discipline. Solo con i saperi si possono costruire competenze e modalità serie di costruzione di una interdisciplinarietà seria e proficua.

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