Prof burocrate e valutazione-conteggio, il binomio da spezzare

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di Rosario Mazzeo, il Sussidiario, 27.1.2018

– Se la scuola è un automatismo, la valutazione perde il suo senso e la verifica diventa solo l’appuntamento-capestro di fine quadrimestre. Come evitarlo?

Al sottoscritto, l’altra mattina, sul pullman, è capitato di origliare le battute di ragazzini tra i 13 e 15 anni che parlottavano sulle verifiche del giorno. “Oggi io ho tre verifiche. ‘Sti prof sono matti”, confida sconsolato lo studente dalla corporatura massiccia. “Da noi i prof si sono accordati di fare una verifica al giorno, massimo due”, interviene un altro. “Bontà loro”, commenta un terzo.

Non so dire come poi sia proseguito il dialogo. Scendo dal pullman e ripenso alle loro parole. Devo ammettere dentro di me che effettivamente nella scuola italiana la chiusura dei tri/quadrimestri è annunciata e definita da un eccesso di test, compiti in classe, interrogazioni. Come mai?

È una prassi incorporata nel calendario scolastico che perseguita studenti, famiglie, docenti da un bel po’ di anni, almeno da quando la valutazione è stata ridotta a misurazione e il docente a impiegato della conseguente rendicontazione burocratica. A questa prassi irragionevole sottostà una concezione della valutazione come classificazione, della verifica come il tutto della valutazione, a sua volta considerata in termini minimalisti: controllo ed assegnazione del voto. Eppure la ricerca scientifica, la normativa e la testimonianza di docenti, che da anni si battono per una pratica valutativa ragionevole, attestano che la valutazione e le verifiche sono ben altro.

La valutazione è dimensione costante del vivere, dell’educare, dell’insegnare e dell’imparare. Può essere spontanea, implicita e istituita. Riguarda tutto (il lavoro, la politica, i media…) e tutti (professionisti, donne di casa, bambini). Insomma, non è una maledizione scolastica, anzi: una benedizione. Infatti valutare è riconoscere, attribuire, attestare il valore, nel nostro caso (nella scuola), dell’apprendimento e dei suoi esiti. È un processo continuo, dinamico, a diversi livelli, che non può essere ridotto ad un atto conclusivo o, peggio, alla pura attribuzione di voti. Infatti attraversa e segna tutto il campo dell’insegnamento/apprendimento.

Questi in sintesi i punti della valutazione ragionevole, responsabile, formativa ed orientativa.

E le verifiche? Sono uno strumento della valutazione da costruire ed utilizzare cum grano salis per raccogliere dati, evidenziare ed analizzare informazioni in funzione di un giudizio costruttivo e di conseguenti decisioni. Con la verifica si cerca di provare e documentare se, quanto e come, in un certo momento e in un certo luogo, sta diventando “vera” la proposta di apprendimento che lo studente fa (o non fa) sua. La sua ragionevolezza sta nel perseguire con tenacia il miglioramento degli apprendimenti, dell’uso sempre più consapevole e critico delle conoscenze, dello sviluppo delle competenze dello studente. Serve per rendere conto agli insegnanti e agli altri attori della valutazione (allievi e genitori) se un fatto (un compito, un’interrogazione, un test) si avvicina “al vero” (verificare da “verum facere”), cioè segnala se si è o meno in cammino verso la meta indicata. È un aspetto della valutazione tout court, che come dichiarano le Indicazioni nazionali del 2012, è prima, durante, dopo il percorso curriculare, quindi, per esempio, anche di unità di apprendimento o di un progetto.

La verifica, insomma, è l’ancella preferita di un tipo di valutazione che si configura nel tempo, in una trama di rapporti interpersonali, in un contesto istituzionale ed educativo, in quattro fasi: la pianificazione, l’osservazione, il giudizio, la decisione.

Non è possibile qui soffermarsi su ognuna di esse. Focalizziamoci, per il momento, sull’osservazione o raccolta di informazioni.

Purtroppo, nelle nostre aule, nella maggior parte dei casi, l’osservazione si riduce alla conta degli errori e delle omissioni. Si censura il fatto che la verità della valutazione, di cui la verifica è un episodio, sta nel rilevare quello che c’è non quello che manca.

L’autentica osservazione valutativa consiste in uno sguardo intenso, empatico, privo di pregiudizi, proteso a cogliere il positivo e a fornire dati ed informazioni al docente da interpretare più in posizione di servo (ob-servare) che di controllore, più da scienziato che da tecnico e burocrate. Chi la pratica coerentemente e sistematicamente si accorge che non solo le verifiche, ma anche e soprattutto la vita della scuola con le diverse attività e i diversi momenti, procurano molte più informazioni di quanto potrebbe esibirne una prova strampalata. Per esempio, l’osservazione intelligente e compartecipata da parte dei docenti, in una uscita didattica, sui processi, sugli stili, sugli esiti degli apprendimenti disciplinari e trasversali, ai fini della valutazione quadrimestrale,  potrebbe essere molto più utile di un compito in classe assegnato in un’ora di lezione in quest’ultima settimana di gennaio caratterizzata da test e interrogazioni ad ufo.

Spesso gli insegnanti giustificano quest’abbuffata di compiti in classe perché hanno bisogno di un voto per la pagella. Ammesso e non concesso che la verifica abbia questa finalità, faccio notare che il voto sulla scheda di valutazione non può essere semplicemente la media aritmetica di due o più voti né può ignorare le informazioni ricavate dall’osservazione. Ad un insegnante che motiva le batterie di verifiche negli ultimi giorni in funzione del voto, domanderei che cosa ha fatto dall’inizio di anno scolastico ad oggi e che cosa ha visto accadere nel rapporto tra lo studente e la materia di studio. Possibile che il docente non abbia informazioni su come l’alunno segue la lezione, prende appunti, pone domande, interviene nella correzione degli esercizi, si impegna nel gruppo, tiene aggiornati i suoi quaderni, partecipa alle interrogazioni e via dicendo?

Solitamente la risposta o è negativa o contiene dati troppo evanescenti. E non può che essere così, perché l’osservazione è assente e il valore da riconoscere è in relazione alla quantità di porzioni di conoscenze e di abilità. Valutare, come dimostra molto bene Hadji, è aspettare, quindi prestare attenzione a tutti i segnali utili per capire come stanno andando le cose. Se c’è questa attesa e questa puntuale osservazione, la verifica svolge la sua nobile funzione di fattore della consapevolezza (intenzionalità e responsabilità), dell’ autovalutazione dell’apprendere da parte dell’allievo e, quindi, di soddisfazione.

Allora in uno scrutinio non serve trincerarsi sull’oggettività della verifica, accapigliarsi sulla sua equità. Conviene dialogare sulla sua utilità e sulla valenza formativa ed orientativa della valutazione per evitare l’insignificanza delle prove. Ciò che nel rapporto educativo è inutile alla fin fine è insignificante, cioè limita il vero. Infatti, come ha scritto René Thom: “Il vero è limitato non da quello che è falso, ma da quel che è insignificante”.

Per vedere il vero, il buono e il bello nel percorso di apprendimento e nell’avventura della conoscenza, occorre sganciarsi da prassi irragionevoli, da prove insignificanti, costruite ed assegnate all’ultimo secondo per fini più burocratici che educativi. Valutare è (far) imparare. Verificare è (far) vedere non semplicemente il quanto, ma il quando, il come, il perché l’alunno si rapporta alle materie di studio per conoscere e conoscersi. Esige tempi adeguati, contesti appropriati, ritmi “umani”, fini e criteri trasparenti, osservazione leale. Se questo accade, la pagella e i voti acquistano un altro significato.

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Prof burocrate e valutazione-conteggio, il binomio da spezzare ultima modifica: 2018-01-28T07:11:52+02:00 da Gilda Venezia
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