“Questa scuola non è una spiaggia”: il dress code dei presidi al tempo degli esami

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di Ilaria Venturi, la Repubblica, 18.5.2018

– Lo scontro tra studenti e professori su come ci si veste a lezione in questa stagione. La sociologa Saraceno: “Ci vuole senso del decoro”

 “La scuola non è una spiaggia”. Il refrain dei presidi, che rimbalza dagli istituti da Milano a Bari, passando per Rimini, fa arrabbiare gli studenti: “Noi ci vestiamo come ci pare”. L’ultimo braccio di ferro che si consuma nelle scuole è sul dress code che si ripropone puntuale con l’arrivo delle prime giornate di bel tempo. Ecco allora che le gonne si accorciano drasticamente, le magliette si alzano e arrivano gli short minimali. I jeans strappati sono poi un must dettato dalla moda, sino alle infradito, ma perchè no? Fa caldo. Ed è proprio sulla ciabatta esibita in classe, oltre che per le troppe gambe e pance scoperte, che i presidi saltano sulla sedia: “E’ troppo”. Così c’è la rincorsa ai richiami per imporre un abbigliamento decente, anche in vista dell’esame di terza media e di Maturità. Imposizione o educazione al senso del decoro?
L’ultimo caso è scoppiato a Bari, al liceo scientifico Scacchi, quando il preside Giovanni Magistrale ha pubblicato sul portale le raccomandazioni per un abbigliamento decoroso a scuola nella stagione calda. “Si verifica di frequente che molti studenti siano tentati di allentare per comodità i freni inibitori relativi all’abbigliamento, e così capita di assistere talora alla visione di nudità ascellari e inguinali, di pancini scoperti, gambe pelose maschili in mostra, sandali infradito, canottiere succinte, e altro genere balneare”, l’incipit della lettera.
“Inutile dire che le seguenti raccomandazioni non rivengono da un sussulto di puritanesimo vittoriano, ma dalla constatazione che comportamento e abbigliamento sono sempre in rapporto alle circostanze e ai luoghi: una cosa è la spiaggia, un’altra è una chiesa. La scuola non è una spiaggia; certo non è nemmeno una chiesa, ma ci va molto vicino, se è vero che culto e cultura hanno la stessa radice, e la scuola è sede di quel culto laico che è rappresentato dal sapere, dall’insegnamento, dall’educazione”. Dunque, pantaloni lunghi, camicia o t-shirt per i ragazzi; pantaloni lunghi o corti, ma non cortissimi, o gonne adeguate, t-shirt o camicia, scarpe o sandali adeguati (non da spiaggia) per le ragazze.

A RIMINI LE SANZIONI: UNA NOTA A CHI SI VESTE DA STRACCIONE
A fare da apripista lo scorso settembre è stata a Rimini Sabina Fortunati, preside dell’istituto tecnico Belluzzi-Da Vinci, adottando col consiglio di istituto nuove regole che comprendono anche una nota o un richiamo scritto – dopo tre infrazioni – per chi si presenterà in abbigliamento “non consono all’ambiente”. Ci fu la rivolta, ma il regolamento è rimasto. E sanzioni per ora non ce ne sono state. “Abbiamo richiamato bonariamente gli studenti, qualche volta smettono – spiega la dirigente – alla Maturità il problema si ripropone, spero che le commissioni li mandino fuori se gli studenti si presentano vestiti male. L’esame e la scuola devono avere il rispetto che meritano. Oltre a trasmettere competenze e saperi dobbiamo educare al modo di comportarsi, anche perché quando vanno nelle aziende non li vogliono straccioni. Comunque mise sdrucite e indecorose sono diventate l’ultimo dei problemi. Stiamo perdendo tutti: calci, pugni, arredi sfregiati. Siamo a livelli allarmanti”.

LA RIVOLTA DEGLI STUDENTI. “SUI NOSTRI CORPI DECIDIAMO NOI”
Il dress code sollecitato allo Scacchi di Bari ha scatenato la rivolta degli studenti. “Sui nostri corpi e nelle nostre scuole decidiamo noi”, afferma Davide Lavermicocca, coordinatore dell’Unione degli studenti Puglia. Camilla Scarpa, coordinatrice regionale della Rete degli Studenti Emilia-Romagna, parla di repressione: “Ogni studente e studentessa ha il diritto di decidere liberamente come vestirsi a scuola. Imporre un dress code è un atto di limitazione diseducativa e offensiva, oltre che di violazione di un diritto degli studenti. La scuola deve essere un luogo di formazione e crescita consapevole, non di repressione”.

LA SOCIOLOGA SARACENO: “CI VUOLE SENSO DEL DECORO”
Gli studenti che parlano di repressione per la sociologa Chiara Saraceno sono “esagerati”. “E’ vero che nessuno impone più una divisa, quello che ci vuole è il senso del decoro, che può cambiare nel tempo e nei luoghi, ma non può scomparire. Non discuto se hai tre orecchini al naso o i capelli colorati, ma le infradito in classe? Siamo passati dal togliere i grembiuli all’eccesso opposto. La differenza tra la spiaggia o la scuola dovrebbe essere mantenuta. E’ anche una questione di capacità di individuare come comportarsi e vestirsi in un contesto per non mettere a disagio gli altri. Non è ipocrisia”.

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“Questa scuola non è una spiaggia”: il dress code dei presidi al tempo degli esami ultima modifica: 2018-05-18T17:51:50+01:00 da Gilda Venezia
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