Reclutamento docenti, perché si finge di premiare il merito?

di Tiziana Pedrizzi, il Sussidiario, 22.42022.

Per il reclutamento dei docenti si parla di doppia laurea. Ma il sospetto è che più che certificare i meriti serva solo a fare punteggio nei concorsi pubblici

Gilda Venezia

Lo strepito che accompagna ogni inutile tentativo di rendere decente il processo di reclutamento degli insegnanti italiani copre alcune cose significative che stanno avvenendo nel silenzio e che riguardano un aspetto importante della scuola: quello della certificazione dei livelli raggiunti. Si sa che l’altro dovrebbe essere quello dell’educazione in senso lato, ma si sa altrettanto che, anche qualora la scuola ci tentasse, il dispositivo congiunto genitori-magistratura sta facendo il possibile per fargliene passare la voglia.

La spia di questo significativo, ma contraddittorio processo è la creativa norma grillina che permette di iscriversi contemporaneamente a due corsi di laurea.

Certificazione, dunque. Si è appena spenta l’eco del movimento NoMat, il cui vero sentiment era occultato dal pretesto del learning loss causato dal Covid. Pretesto perché, essendo la seconda prova – da sempre la sola poco manovrabile – di competenza della commissione della scuola, gli insegnanti dovrebbero essere ben consapevoli dei programmi effettivamente svolti, del livello di preparazione effettivamente raggiunto e pertanto dovrebbero essere perfettamente in grado di calibrare la prova su tutto ciò. Ma, sotto sotto, è stato chiaro il fastidio per qualsiasi forma di valutazione un po’ hard (quanto lo sia l’attuale maturità è lì da vedersi…), se non addirittura per qualsiasi forma di valutazione che non sia a priori promuovente, incoraggiante, accompagnante…

Insomma, il Paese dei Balocchi che molta pedagogia italiana promuove nell’immaginario collettivo e pertanto anche giovanile, salvo accorgersi poi che nella vita vera del nostro paese al merito cognitivo è sostituito il merito parentale. E gli universitari sono gli ultimi a poterlo ignorare. Non c’è da stupirsi che molti giovani – non tutti – la pensino così, visto che i loro insegnanti lottano vittoriosamente da decenni per non farsi valutare.

Sta di fatto che negli ultimi 20 anni si è condotta un’aspra battaglia per tenere fuori dalle certificazioni – id est esami – qualsiasi percentuale di prova standardizzata che facesse da correttore o da pietra di paragone oggettiva rispetto alle valutazioni interne. Attenzione, nessuna somiglianza con le prove high- stakes del mondo anglosassone, che con questo tipo di prove valuta tutte le capacità degli studenti e ne decide il  futuro scolastico.

Dopo lungo combattimento pedagogico, si è qui da noi riusciti ad espellere dalla valutazione dell’esame di terza media la limitata percentuale affidata alla prova standardizzata, pur se le analisi dimostravano che non alterava le valutazioni, se non quelle apicali, che venivano un po’ saggiamente ridimensionate. Una collocazione similare all’interno delle prove, ipotizzata per l’esame di maturità, è stata sordamente combattuta e osteggiata per almeno un decennio, per arrivare al compromesso – necessario perché non era giustificabile che il filone delle prove oggettive lasciasse fuori il triennio – di rendere la prova condizione necessaria per l’esame, ma non influente su di esso. Salvo appena possibile, grazie al benedetto Covid, sospendere la norma.

Così ora abbiamo due prove standardizzate che si svolgono prima degli esami di Stato in modo del tutto autonomo e che portano ad una “certificazione” del tutto autonoma. Nel frattempo la certificazione delle competenze si è persa nelle nebbie del pedagogese.

Meglio così. Esiti degli esami ed esiti delle prove Invalsi procedono ognuna per la propria strada e sarà la società nel suo complesso a decidere cosa farsene. Cosa useranno le università per le loro prove di accesso selettive o no? Cosa terrà in conto il mondo dell’impresa? Le scuole superiori che selezioneranno gli studenti sulla base del livello scolastico (ce ne sono…) cosa utilizzeranno? Dipenderà dalla capacità della società italiana di capire che per sopravvivere negli attuali comparativamente alti livelli di benessere deve dare più spazio al merito.

Cosa c’entra con tutto questo la doppia laurea parallela da oggi possibile? A cosa serve, oltre che a non fare ingrippare nel percorso di una sola banale laurea i cervelloni che vi saranno impegnati? Ma a fare punteggio! Con lo stesso spirito con cui si accumulano titoli di studio secondari che, come dimostrano le analisi Invalsi, non essendo fondati sulla realtà, corrispondono alla dispersione implicita, si accumulano i voti alti e le lodi alla maturità e si accumuleranno le lauree che serviranno, oltre che al lustro, nei concorsi pubblici a saturare le famigerate tabelle dei titoli. La direzione opposta, come si capisce.

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Reclutamento docenti, perché si finge di premiare il merito? ultima modifica: 2022-04-22T07:06:53+02:00 da
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