Riaprire le scuole non è ‘un segnale di speranza’. Ciò che serve davvero va oltre gli slogan

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di Valentina Petri, Il Fatto Quotidiano,  22.4.2021.

Gilda Venezia

Tornano. Al 50%, ma anche al 60%, oppure fino al 75%, eventualmente anche al100%. Che detto così sembrano le percentuali del cioccolato, quando devi scegliere il fondente. Da lunedì 26 aprile riapre la scuola, forse perché è il giorno dopo quello della Liberazione e quindi liberi tutti. La scuola, che comunque è sempre rimasta aperta, riapre perché “è un segnale di speranza”. Io partirei da qui, dal dire quello la scuola non è.

Non è un segnale di speranza di sicuro: la speranza era quella di avere un anno scolastico meno accidentato e invece ci siamo trovati a fare il triplo axel tra quarantene e percentuali di presenza, gestendo il tutto contemporaneamente, che manco il lupo di Wall Street. La scuola non è “un simbolo, una priorità” che sono bellissime parole, ma poi, gratta gratta, era più facile andare al bar o dal parrucchiere che in classe, senza nulla togliere.

Non è un “parcheggio”, nonostante ogni tanto venga scambiato come tale, da più fronti, ma un legittimo spritz dopo aver salutato i pargoli che finalmente lasciano il nido con la cartella sulle spalle non mi sento di biasimarlo. Non è un terreno di scontro o un teatro di battaglia, o non dovrebbe esserlo: è talmente importante, che dovrebbe essere una delle poche cose su cui cercare di mettersi d’accordo, subito.

E di certo non è un laboratorio dove sperimentare sulla pelle delle cavie studentesche e di chi ci lavora i livelli di contagio e il grado di umana sopportazione.

E’ invece, molto banalmente, un edificio che intanto occorre raggiungere, con mezzi che in molti casi sono gli stessi dell’autunno. E’ un luogo fisico, in cui gli spazi sono talvolta angusti, e che andrebbe rivisto, rimodernato, messo in sicurezza. Ed è quel luogo in cui continuano a dover stare sedute in una stessa stanza, per ore, venticinque persone contemporaneamente e non sono bastati una pandemia mondiale e un anno scolastico a singhiozzo per avere classi con al massimo una dozzina di studenti, dove si lavorerebbe molto meglio anche in tempo di pace.

Forse perché significherebbe aumentare il numero delle persone che all’educazione degli studenti sono preposte, ma questo costa molto di più degli slogan, dei bollini sotto ai banchi per indicare le distanze e di qualche flacone di gel.

Torniamo pure al 50%, al 75% o al 100%; ma aumentando la percentuale, come nel cioccolato, il gusto diventa sempre più amaro.

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Riaprire le scuole non è ‘un segnale di speranza’. Ciò che serve davvero va oltre gli slogan ultima modifica: 2021-04-22T21:37:33+02:00 da Gilda Venezia
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