Riscatto della laurea, boom di domande. Ma i fondi pensione possono rendere di più

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di Francesca Barbieri e Antonello Orlando, Il Sole 24 Ore, 13.6.2019 

– Non si arresta la richiesta di riscatto della laurea, dopo l’introduzione con il decreto pensioni-reddito (4/2019) della possibilità di riscatto agevolato.  Da marzo a maggio ne sono arrivate 21mila, circa la metà delle quali (10.139) seguendo le nuove regole che permettono di accedere a un riscatto low cost.

Nel 2018 arrivavano in media 2.320 domande per il riscatto della laurea ogni mese: 1.740 da lavoratori privati e 580 da dipendenti pubblici. A marzo 2019 ne sono arrivate quasi 6mila, ad aprile 7mila, a maggio addirittura 8mila.

Ma il riscatto agevolato conviene davvero a chi ha le carte in regola per richiederlo?

Partiamo dai requisiti. Sono essenzialmente due: il lavoratore deve avere almeno un contributo versato nella gestione Inps dove intende riscattare e il corso di studi deve collocarsi nei periodi di competenza del metodo contributivo. Traduzione: ai sensi della legge Dini, il metodo contributivo inizia a essere operativo dall’inizio del 1996.

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Dunque chi ha studiato dopo il 1995 potrà chiedere, limitatamente ai periodi in corso collocati dal 1996, di pagare a scelta il proprio riscatto alla cifra bloccata di 5.240 euro per ogni anno (onere valido fino al 2019, dal prossimo anno sarà adeguato con una lieve previsione di crescita legata al minimale retributivo della Gestione di Artigiani e Commercianti).

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A chi conviene il riscatto agevolato?
Sicuramente a chi ha un reddito fiscalmente imponibile sopra la media: questa cifra, rateizzabile in un massimo di 10 anni, senza l’applicazione di alcun interesse, è infatti un onere fiscalmente deducibile che, specie se rateizzato, consente di massimizzare il risparmio fiscale con una spesa effettiva abbattuta fino al 47% (in particolare per chi ha redditi superiori a 75.000 euro annui, considerando anche il risparmio sulle addizionali regionali e comunali all’Irpef). In attesa di chiarimenti da parte dell’Inps, l’operazione sembrerebbe poi ancora più conveniente -se sarà confermata- per le donne che hanno meno di 18 anni di contributi al 1995 e che devono aderire a opzione donna e che potrebbero valutare di effettuare la opzione per il metodo contributivo (secondo i requisiti previsti per la legge Dini). Infatti, grazie a questa opzione, almeno in teoria, il riscatto agevolato potrà essere azionato anche per i periodi anteriori al 1996 grazie all’opzione. La perdita sull’assegno? Nulla per le donne che lo richiedono poco prima di aderire ad opzione donna, magari raggiungendo i 35 anni di contributi al 2018 proprio grazie al riscatto “light”: infatti con l’opzione donna (che consente di acquisire il diritto a pensione a soli 58 anni di età per le lavoratrici dipendenti) la pensione si converte comunque integralmente al metodo contributivo.

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A chi non conviene il riscatto agevolato?
Sicuramente a chi ha contributi solo dopo il 1995. Infatti, la legge Fornero, a questa particolare platea, consente di accedere alla pensione anticipata maturando un’età anagrafica a oggi pari a 64 anni, con 20 anni di contributi effettivi e a condizione che la pensione sia pari, a oggi, a circa 1.285 euro lordi al mese.

Prendendo l’esempio di una lavoratrice nata nel 1981 che avesse cominciato a lavorare nel 2008 e che avesse conseguito nel 2003 una laurea quadriennale, per lei il riscatto non comporterà un grande anticipo. Infatti, se la pensione di vecchiaia arriverà anche oltre il 2050, la pensione anticipata “contributiva” con soli 20 anni di contributi decorrerà per lei attorno il 2047.

Ipotizzando che la pensione anticipata ordinaria (tutta basata sui contributi) arrivi a richiedere 44 anni, anche riscattando 4 anni a prezzo agevolato, questa decorrerebbe non prima del 2048.

Senza contare infine che il riscatto agevolato, collocandosi nel metodo contributivo, a fronte di un onere pagato in misura ridotta, incrementa la pensione proporzionalmente molto meno.

Se la domanda diventa: che riscatto mi conviene regalare ai miei figli, conviene piuttosto concentrarsi anche su altre fonti di risparmio previdenziale: un fondo di previdenza complementare garantisce una soglia di deducibilità fiscale, anno per anno, superiore a 5.100 euro, rendimenti superiori a quelli dei contributi delle Gestioni Inps e, soprattutto, una tassazione senza paragoni.

Infatti, se le pensioni del primo pilastro scontano l’Irpef ordinaria (dal 23 al 43% di prelievo, senza contare le addizionali), le prestazioni erogate sotto forma di rendita o capitale accumulate dal 2007 consentono di subire una tassazione secca che va dal 15 fino al 9% per chi contribuisce da più tempo.

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Riscatto della laurea, boom di domande. Ma i fondi pensione possono rendere di più ultima modifica: 2019-06-13T06:09:26+02:00 da Gilda Venezia
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