Il governo ha fatto marcia indietro sul taglio del valore degli anni universitari in ottica pensionistica che era stato inserito nella manovra finanziaria. Il famoso “riscatto di laurea”. Il dietrofront è arrivato dopo un giorno di polemiche e proteste, anche all’interno della maggioranza di governo. La norma, inserita lunedì 16 dicembre nel maxi emendamento alla legge di bilancio, prevedeva che dal 2031 gli anni di università riscattati avrebbero contato sempre meno per raggiungere il pensionamento anticipato, fino a perdere 30 mesi di valore dal 2035. A comunicare il ritiro è stato il senatore leghista Claudio Borghi, relatore della manovra al Senato, che ha presentato un emendamento sostitutivo eliminando completamente questa parte e recuperando i soldi necessari attraverso un aumento dell’imposta sulle banche.
Cosa voleva fare il governo e perché
Dal 1998, in Italia è possibile trasformare gli anni passati all’università in anni di contributi previdenziali. Il meccanismo si chiama “riscatto di laurea” e funziona così: si paga una somma all’Inps, l’Istituto nazionale di previdenza sociale, e in cambio quegli anni vengono conteggiati come fossero anni di lavoro. Questo permette di accumulare più velocemente i contributi necessari per la pensione, quella che si può ottenere indipendentemente dall’età anagrafica. Dal 2019 esiste anche una formula agevolata che costa 6.123 euro per ogni anno, contro cifre molto più alte per chi sceglie il calcolo ordinario basato sullo stipendio.
La proposta del governo avrebbe cambiato le regole per chi va in pensione anticipata, cioè chi smette di lavorare prima dei 67 anni raggiungendo i quarantadue anni e dieci mesi di contributi (un anno in meno per le donne). Dal 2031 chi avesse riscattato gli anni universitari avrebbe visto diminuire progressivamente il loro peso: prima 6 mesi in meno nel conteggio, poi dodici mesi nel 2032, diciotto nel 2033, 24 nel 2034 e infine 30 mesi dal 2035. In pratica una laurea triennale riscattata sarebbe valsa solo sei mesi invece di tre anni per andare in pensione prima, anche se l’importo dell’assegno mensile non sarebbe cambiato.
L’obiettivo dichiarato dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti era il risparmio sulla spesa pubblica. Le stime del governo indicavano che la misura avrebbe fatto risparmiare circa due miliardi di euro all’anno dal 2035, frenando le uscite anticipate dal mondo del lavoro e posticipando l’inizio del pagamento delle pensioni. La manovra prevedeva anche un allungamento delle finestre di attesa: dopo aver raggiunto i requisiti per la pensione anticipata bisognerà aspettare sempre più mesi prima di ricevere il primo assegno, passando dai tre mesi attuali a sei mesi dal 2035.
Il problema politico principale era che molte persone avevano già pagato migliaia di euro per riscattare la laurea, contando sul fatto che quegli anni sarebbero stati utili per andare in pensione prima. Cambiare le regole a distanza di anni è stato visto come una sorta di beffa per chi aveva fatto sacrifici economici basandosi sulle norme in vigore. Mercoledì 18 dicembre la presidente del Consiglio Giorgia Meloni è intervenuta direttamente per cercare di limitare i danni. Meloni ha dichiarato in Senato che nessuno tra chi aveva già riscattato la laurea avrebbe visto cambiare le regole, e che qualsiasi modifica sarebbe valsa solo per il futuro. Ha quindi chiesto ai suoi di correggere l’emendamento.
A quel punto però la maggioranza si è spaccata. Forza Italia ha presentato una proposta per mantenere il meccanismo ma applicarlo solo a chi riscatta la laurea dal primo gennaio 2026 in avanti. Lega e Fratelli d’Italia hanno invece scelto di eliminare completamente la norma, trovando altri modi per recuperare i soldi: Fratelli d’Italia puntava su un aumento dei contributi previdenziali più alti, la Lega sull’aumento dell’imposta sulle banche. Alla fine ha vinto quest’ultima linea. Giovedì 19 dicembre Borghi ha annunciato la cancellazione totale del taglio al riscatto della laurea, sostituendo il risparmio previsto con un incremento dell’Irap bancaria che partirà dal 2031 e crescerà gradualmente fino al 2035. I lavori in commissione Bilancio al Senato sono stati sospesi per ore per permettere un confronto interno alla maggioranza e poi con le opposizioni, prima di arrivare alla decisione finale di fare retromarcia completa.
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