Scivolo pensionistico per il pubblico impiego e “fannulloni”. Stiamo attenti prima di gioire

Gilda Venezia

dalla Gilda degli insegnanti di Venezia, 16.3.2021.

L’ipotesi più terribile, oltre al ripristino tout court della Fornero, è quella di Quota 102 o di Quota 92. Brunetta immagina invece uno scivolo per i dipendenti statali più anziani per un turnover generazionale e l’ingresso dei giovani più tecnologici. Il pericolo è che tanti docenti lascino la scuola perché stanchi di un ambiente di lavoro e di uno status sociale che non li valorizzano lasciando praterie a chi vuole “la scuola dell’innovazione”.

Gilda Venezia

Il Ministro Brunetta, sempre con esternazioni alla stampa, ha anticipato l’idea di procedere ad una rottamazione mirata al pubblico impiego dei dipendenti prossimi all’età pensionabile. Il progetto sembra prevedere uno scivolo pensionistico di 3-5 anni (prepensionamenti) rispetto alle norme attuali della Legge Fornero. Nulla si dice circa le penalizzazioni conseguenti in  termini di pensione netta e ai costi di bilancio afferenti nel corso degli anni. Nel contempo si stanno confrontando le diverse ipotesi di riforma pensionistica che dovrebbero dare risposte alla fine di quota 100 e al ripristino della Legge Fornero con uno “scalone” di almeno 4-5 anni.

L’ipotesi più terribile, oltre al ripristino tout court della Fornero, è quella di Quota 102, ma con un criterio anagrafico peggiorativo rispetto alla normativa esistente. Si passerebbe infatti dai 62 ai 64 anni di età, mentre resterebbe fermo il parametro contributivo dei 38 anni. Ipotesi portata avanti da Brambilla (area Lega).

 C’è l’idea di Quota 92 (Damiano, Del Rio che però parlano di “lavoratori fragili”) che si differenzia da Quota 100 per un requisito in particolare, ovvero gli anni minimi di contribuiti con i quali il lavoratore può chiedere di andare in pensione anticipata. Per Quota 100 gli anni in questione erano 38, si abbasserebbero invece a 30 con Quota 92 e con una età minima di vecchiaia di 62 anni, ma con una forte penalizzazione sull’assegno (3% per ogni anni di anticipo fino ad un massimo del 15%). Sembra invece caduta in disgrazia l’ipotesi lega Conte 1 con pensionamento con 41 anni di contributi a prescindere dall’età anagrafica con l’applicazione del ricalcolo contributivo a tutta l’anzianità di servizio, anche a quella tuttora in regime retributivo. I confederali CGIL-CISL-UIL  hanno infine richiesto recentemente  unitariamente l’applicazione dei criteri relativi a  62 anni di età e 20 anni di contributi  (quota 82) , senza penalizzazioni, di fatto un abbassamento dell’età anagrafica attualmente prevista per la pensione di vecchiaia.

In questa situazione confusa resta sullo sfondo il problema del calcolo pensionistico effettivo a favore dei beneficiari. Se si va con calcolo tutto contributivo si perdono i benefici della parte di anzianità calcolata sul retributivo nel sistema misto senza contare le penalizzazioni previste per gli anni di pensione anticipata. Si tratta in molti casi di cifre non indifferenti ricordando che il meccanismo di rivalutazione delle pensioni è legato all’andamento del tasso di inflazione. Come è noto a tutti il tasso di inflazione tende nella crisi degli ultimi anni a zero o addirittura ad essere negativo. L’esperienza di “opzione donna” insegna: in molti casi si ha un taglio del 30% sugli assegni pensionistici.

Nella giungla delle proposte non poteva mancare il risorto Ministro Brunetta che, come detto, immagina uno scivolo per i dipendenti statali più anziani al fine di permettere un turnover generazionale e l’ingresso dei giovani più tecnologici:  un meccanismo volontario di incentivi all’esodo di persone vicine all’età pensionabile e con professionalità non adeguate a cogliere l’innovazione tecnologica o non più motivate a rimanere nel settore pubblico”.

Tutto bene? Le colleghe e i colleghi sessantenni stanno stappando bottiglie in attesa della buona novella, ma invitiamo tutte e tutti alla prudenza. Nessuno sa ancora quale riforma pensionistica l’attuale governo vuole sposare con i conseguenti e probabili effetti di penalizzazione sugli assegni.  Ma soprattutto perché non si sa come gli oneri conseguenti vengano contabilizzati in sede di bilancio, fatto stante che il PNRR (Recovery plan) non può essere utilizzato per trovare finanziamenti per le pensioni.
L’immaginario che poi sta prendendo piede nella pubblica opinione è che il pubblico impiego continui ad essere area di parcheggio di demotivati e nullafacenti da rottamare a spese dei contribuenti. Poiché un terzo del pubblico impiego è fatto da insegnanti è preoccupante che la loro professione continui ad essere ulteriormente svalutata. L’esperienza nell’insegnamento è un capitale prezioso e non  può essere facilmente sostituita da neoassunti mediante canali di reclutamento sempre più semplificati. Gli insegnanti non sono “vecchi”, sono stufi casomai di vedere la loro professione ridotta a compilazione di carte (anche in modo digitale, ma non cambia..) e a servitori delle più strampalate teorie didattiche e pedagogiche che li considerano a servizio dell’utenza e delle famiglie in nome della personalizzazione dei percorsi formativi e del “diritto al successo formativo”.
Il pericolo è che tanti docenti lascino la scuola perché stanchi di un ambiente di lavoro e di uno status sociale che non li valorizzano lasciando praterie a chi vuole “la scuola dell’innovazione”.

La Gilda da anni chiede che volontariamente i docenti con maggiore esperienza negli anni antecedenti l’età della pensione (qualsiasi sia la riforma che sarà adottata) possano chiedere un part time a stipendio intero contribuendo all’organizzazione della didattica e alla funzione di tutoring per i più giovani. Solo così si può immaginare nell’insegnamento un turnover che garantisca continuità e serietà della professione.

Gilda degli insegnanti di Venezia

 

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Scivolo pensionistico per il pubblico impiego e “fannulloni”. Stiamo attenti prima di gioire ultima modifica: 2021-03-16T06:46:54+01:00 da Gilda Venezia
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