Scuola, elogio degli istituti tecnici

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di Pierangelo Giovanetti, l’Adige, 31.1.2016 

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In questi giorni sono molte le famiglie trentine a interrogarsi su quale scuola superiore scegliere per propri figli per il prossimo anno scolastico 2016-2017. L’iscrizione deve avvenire entro il 15 febbraio. Nonostante un leggero calo registrato in alcuni istituti lo scorso anno, sono i licei a far la parte del leone, a scapito degli istituti tecnici. È una situazione comune in tutta Italia, non soltanto in Trentino. Negli ultimi 25 anni gli studenti degli istituti tecnici sono passati dal 44% al 35%, mentre quelli dei licei sono saliti dal 30% al 45%.

Il dato è in totale controtendenza rispetto al resto d’Europa dove l’istruzione tecnica riveste una parte centrale nella formazione dei giovani, e anzi è elemento di traino dell’economia di quei Paesi, soprattutto quelli con una struttura industriale avanzata. L’indicatore è ancor più sorprendente se si tiene conto che in Italia, Paese a fortissima disoccupazione giovanile (oltre il 38%), i diplomati tecnici ad un anno dal conseguimento del titolo hanno già un lavoro nel 44% dei casi, arrivando addirittura al 46,6% per i periti industriali. Il paradosso ha dell’incredibile se si pensa poi che, sempre in Italia, lo scorso anno le imprese non sono riuscite a trovare sul mercato 60mila profili tecnici da assumere, mentre il 50% dei laureati italiani non trova lavora a distanza di tre anni dalla laurea.

È evidente che c’è una sfasatura profonda tra le aspettative delle famiglie o degli stessi ragazzi, e le scelte di scuola superiore di cui ci sarebbe invece un fondamentale bisogno, soprattutto per un Paese industriale e manifatturiero come l’Italia, il secondo in Europa dopo la Germania. Una frattura che andrebbe al più presto colmata, anche per evitare di avere intere generazioni di giovani disoccupati avendo scelto il percorso formativo sbagliato.
E nello stesso tempo avere imprese bloccate nella crescita per mancanza di tecnici e periti preparati.

Al fondo di tale pesante anomalia italiana, che mette a rischio il benessere futuro del Paese e degli stessi giovani, vi è probabilmente una questione culturale: l’idea, in molti genitori e in alcuni strati sociali della popolazione, che gli istituti tecnici siano di serie B, e che il prestigio della famiglia si esprime mandando i propri figli (a volte senza che ne abbiano le capacità o la predisposizione) al liceo, e quindi all’università.
C’è chi si vergogna a dire che il proprio figlio frequenta una scuola tecnica, che apprende in classe la cultura «del fare», dimenticando che i tecnici e i periti sono stati la forza dell’Italia del boom industriale, e molti degli imprenditori che oggi costituiscono la spina dorsale del nostro sistema manifatturiero vengono da lì, dalle scuole tecniche.

La gerarchia dei saperi di gentiliana memoria ha impresso una frattura tra cultura letterario-umanistica (ritenuta preferibile, specie in molte regioni d’Italia, soprattutto al Sud) e cultura tecnico-scientifica, che a cento anni di distanza resta ancora forte. La grande fabbrica del posto fisso, l’ente pubblico, ha sempre pescato nella prima fascia, rispetto alla seconda. Solo che ora, con il venir meno dei posti pubblici, il destino di buona parte dei laureati in filosofia e scienze della comunicazione (e di tante altre facoltà) resta l’insegnamento o la disoccupazione.

È quindi sul piano culturale, innanzitutto, che occorre lavorare per far capire la dignità e la grandezza dell’istruzione tecnica (e dei lavori a cui abilita), come pure (e questo sta già avvenendo) la grandezza del tornare alla terra, e ai lavori della manualità, con la dovuta e adeguata formazione alle spalle che questi richiedono.

Se si guarda al resto d’Europa, però, non vi è soltanto una presunzione letterario-culturale che frena lo sviluppo di istruzione tecnica di qualità nel nostro Paese. Vi è anche la mancanza di istituti adeguati, soprattutto per quanto riguarda l’offerta di percorsi terziari di istruzione tecnica superiore breve (2-3 anni). Esiste di fatto un vuoto tra scuola e università, che non è colmato in alcun modo, con atenei in molti casi ancora dominati da logiche baronali e autoreferenziali, restii a finalizzare l’università ai bisogni formativi effettivi dei giovani, quelli adeguati a far trovar loro un lavoro, o a crearsi un lavoro.

Qualche dato per capire. In Germania gli istituti universitari professionalizzanti sono 880.000 (cosiddette università di scienze applicate), in Francia gli istituti universitari di tecnologia sono 116.000, in Austria 40.000, in Svezia 31.000. In Italia, invece, vi sono 4.000 istituti tecnici superiori e una quasi inesistente offerta formativa di lauree in corsi professionalizzanti di 2 o 3 anni. Facile capire perché il nostro Paese è fanalino di coda in Europa nella ripresa economica, e di come tutta una serie di eccellenze del «made in Italy» siano a rischio per mancanza di diplomati in istruzione tecnica applicata, ponendo un problema di sopravvivenza futura della struttura industriale-produttiva italiana.

Su questo punto l’università italiana ha gravi colpe, e anche la politica che ha subito i ricatti e i veti dei baroni accademici (e delle loro manie di corsi e facoltà inutili e desuete), invece di indirizzare con più forza la realizzazione di un’istruzione tecnica superiore. Bisognerà ripensare al più presto una revisione del modello totalmente fallimentare del 3+2, spezzando la rigida tradizione accademica delle università. E la natura dell’ateneo trentino, espressione della Comunità territoriale, dovrebbe favorire con più forza e convinzione lo sviluppo di titoli professionalizzanti brevi. Vedremo gli sviluppi con la Meccatronica. Essenziale è realizzare luoghi come le Fachhochschule di tradizione tedesca, che costituiscano laboratorio di aggiornamento tecnologico, fuori dagli schemi tradizionali della ricerca pura tipici dell’università italiana e connessi invece al mondo delle imprese e della ricerca applicata. Altrimenti si ripeterà quanto avvenuto nell’ultimo quindicennio, con il Trentino che ha investito nella ricerca percentuali altissime di pil, ma tutto ciò non ha portato ad una corrispettiva adeguata ricaduta applicativa, capace di tradursi  in innovazione pratica e imprenditoriale.

Infine – e qui l’autonomia scolastica del Trentino può essere d’aiuto – va fermata la licealizzazione degli istituti tecnici che nell’ultimo trentennio è avvenuta in Italia (addirittura si voleva chiamarli «licei tecnici»), dando a queste scuole un più marcato e qualificante stretto rapporto fra formazione e lavoro, qualificandoli come «luoghi dell’apprendere», spazi di progresso tecnologico empirico.
Di fronte alla scelta della scuola futura per i propri figli occorre considerare tutto questo. Va tenuto conto che nei giovani vi sono diverse forme di intelligenza, e quella predisposta per una formazione liceale non è l’unica o la migliore, o la preferibile. Vi sono giovani con intelligenza pratica, curiosità tecnologiche, gusto e predisposizione per la cultura dei numeri, delle misurazioni, del fare e del verificare, e questi giovani vanno valorizzati al meglio. Vanno attratti e motivati, magari ridando anche prestigio sociale e valore culturale all’istruzione tecnica. Il Paese (e loro stessi) ne trarrebbero enorme vantaggio.

Scuola, elogio degli istituti tecnici ultima modifica: 2016-02-01T06:09:33+01:00 da Gilda Venezia
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