Scuole private paritarie: a rischio chiusura SOLO 95 scuole, invece delle 4.000 (30%) gridate

di Vincenzo Pascuzzi, Gruppo di Iuas – Insieme un’altra scuola, 6.8.2020

– Mini Dossier –

Gilda Venezia

Scuola paritaria, non chiamatela privilegio

Se chiudono, come si rischia dopo lo tsunami del Coronavirus, a risentirne non sono solo le famiglie e gli studenti che le scelgono ma il sistema scolastico che è efficace ed efficiente solo se integrato e plurale. Un viaggio per smontare tanti stereotipi
1 luglio 2020
Per effetto delle conseguenze del Coronavirus, ma non solo, da luglio sono a rischio chiusura il 30% delle scuole non statali italiane, quegli 12.600 istituti, in prevalenza di ispirazione cristiana, soggetti a tutti i controlli della scuola statale e per questo definiti “paritarie”, che per la legge hanno “pari dignità” delle altre. Accolgono circa 866.000 studenti, quasi il 10% del totale. Iniziamo con questo articolo di uno dei massimi esperti in materia, il professor Marco Grumo, un percorso di approfondimento per sfatare molti luoghi comuni, comparare la situazione italiana con quella degli altri Stati europei, conoscere un mondo vitale e inclusivo, trovare soluzioni per dare vita a un sistema scolastico integrato e plurale
di Marco Grumo *
Grazie ai docenti, ai presidi ma anche agli studenti e alle loro famiglie non si è mai veramente fermata. È proprio in questi momenti che si vede l’importanza di investire nella scuola, perché rappresenta il futuro del Paese.
Eppure nei decreti governativi sembra che i soldi ci siano per tutti, ma non per una parte di scuole, quelle paritarie. Stiamo parlando di oltre 12.600 istituti soggetti a tutti i controlli della statale e per questo definiti “paritarie”, che per la legge hanno “pari dignità” delle altre. Accolgono circa 866.000 studenti (quasi il 10% del totale), di cui quasi 18.000 disabili, che ricevono in queste scuole un’attenzione molto particolare con grandi risultati per i ragazzi e per i loro genitori, ricevendo dallo Stato 0,55 miliardi di euro di finanziamento pubblico annui (posticipatamente) e una possibilità per le famiglie di detrarre la retta pagata per un massimo di euro 152 euro all’anno, contro un finanziamento annuo accordato alle scuole statali di circa 55 miliardi di euro solo per le spese correnti (senza contare i finanziamenti in conto capitale). È sempre stato così: i soldi dei contribuenti italiani vengono dati alle scuole statali ma non a quelle paritarie, che si devono accontentare dell’1% del finanziamento dato alle statali perché, come dice qualcuno, sono scuole “private” e, cioè, per i “ricchi”, con il sottinteso che “è giusto che se le paghino le famiglie con i soldi propri”. Lo stereotipo suona così: “Non daremo soldi ai benestanti”. Ne esce un quadro in cui c’è una scuola statale da finanziare in toto (anche e soprattutto in tempo di Covid) e una “privata” che, in quanto “privilegio”, come se fosse una borsa di marca, non deve essere sostenuta. Ciò vale per i muri, per gli insegnanti, per l’aiuto agli studenti (anche quelli più deboli), per i computer eccetera.
Discriminazione e scorrettezza
Queste distinzioni sono non solo discriminatorie ma nemmeno tecnicamente corrette. È un cortocircuito culturale e ideologico che non può continuare: dietro le scuole paritarie c’è un indotto, ci sono famiglie, studenti e tanti docenti, che non possono essere trattati come cittadini di “serie B”, poiché hanno pagato le imposte come tutti gli altri, finanziando anche la scuola statale di cui non usufruiscono.
I genitori delle scuole paritarie sono costretti a pagare la retta perché altrimenti quelle scuole non potrebbero vivere, dato che lo Stato non le finanzia. È giunto il momento di abbandonare gli sterili “ritornelli” del passato perché non appartengono più alla realtà e soprattutto la indeboliscono.
La realtà, infatti, è diversa: la paritaria non è la scuola privata, ma comprende la scuola paritaria non profit – in particolare quelle cattoliche, che sono la maggioranza – e accoglie tutti, anche e soprattutto nelle zone più povere del nostro Paese, dalla scuola dell’infanzia alla scuola secondaria di secondo grado. È lo Stato che impone la retta: le paritarie ne farebbero volentieri a meno, essendo nate per educare e non certo per fare profitti.
Scuola paritaria non significa assolutamente “di qualcuno” e/o “solo per qualcuno” e/o al “di fuori del sistema”, poiché è soggetta a tutti i controlli previsti per le scuole statali; scuola paritaria non significa nemmeno scuola “di una parte” o di “un’altra”, significa solo scuola posta sullo stesso piano di quella statale (paritaria appunto) ma costruita (interamente) e condotta (totalmente o principalmente) con risorse non statali e quindi non derivanti dal gettito tributario, appunto “senza oneri per lo Stato” come dice la nostra Costituzione.
Molte scuole rischiano di non farcela
Oggi l’Italia e l’Europa non hanno bisogno solo della scuola statale o solo della scuola non statale ma di entrambe. L’una completa e rafforza l’altra. Non c’è nemmeno una scuola a priori meglio di un’altra, c’è solo una scuola diversa dall’altra, ma entrambe buone e necessarie per il bene di tutti. Avere più scuole diverse tra loro significa dare alle famiglie e agli studenti un servizio migliore. Basta pensare anche ai tanti ragazzi con disabilità o con bisogni speciali che in queste scuole hanno un’accoglienza particolare.
Eppure oggi molte scuole paritarie rischiano di chiudere per sempre, poiché le famiglie a causa della crisi non riescono più ad auto-finanziarle con la retta. Le scuole cattoliche da tantissimi anni svolgono un servizio sociale ed educativo estremamente rilevante e anche tanto conveniente per le finanze pubbliche, usando risorse umane, finanziarie e patrimoniali proprie, spesso insufficienti, poiché a differenza della scuola statale, per una scuola paritaria lo Stato assegna solo 500 euro annui per studente contro i 6.500/7.000 euro assegnati agli studenti delle scuole statali. Così le scuole paritarie cattoliche accumulano perdite, lo Stato risparmia e le scuole sono costrette a chiedere ai genitori di pagare una retta, dopo aver già pagato le imposte. Una retta che nasce da una mancanza di parità nel sostegno finanziario pubblico e sempre più proibitiva per le famiglie.
Da qui il rischio che il 30% circa delle scuole paritarie non profit cattoliche italiane (molte anche nelle zone più povere del Paese) sia costretto a chiudere con la necessità di ricollocare circa 300.000 studenti nella scuola statale e sostenere oltre 40.000 lavoratori disoccupati, con un aggravio di spesa per lo Stato fino a 5 miliardi di euro.
Tra non profit e mercato
Le scuole paritarie cattoliche e di ispirazione cristiana (che sono la maggioranza) non operano per profitto, ma solo per svolgere un’importante funzione educativa a favore delle famiglie e delle future generazioni. Il Paese ha bisogno, più che mai, di pluralismi. Il monopolio non è mai stato conveniente per nessuno: per i diritti, per la qualità del servizio e per l’economia individuale e dei sistemi. Il monopolio impoverisce sempre e questo vale anche per la scuola. Abbiamo già assistito a troppi fallimenti di business e di servizi statali per andare a sacrificare anche la scuola paritaria non profit.
«Ma nella Costituzione c’è scritto “senza oneri per lo Stato”» dice chi vuole continuare a sostenere solo la scuola statale. Infatti è sempre stato proprio così: le scuole paritarie non si svolgono in immobili pagati con i soldi della collettività, bensì in strutture totalmente a carico dei soggetti gestori (nella costruzione e nelle manutenzioni ordinarie e straordinarie). Strutture su cui si pagano le tasse e finanziate con redditi già tassati. Gli insegnanti sui redditi ricevuti pagano le imposte, le famiglie pagano le rette con redditi su cui hanno già pagato le imposte e non recuperano praticamente nulla (senza peraltro usufruire della scuola da loro pagata con le imposte). In più la scuola paritaria consente allo Stato di risparmiare circa 6.500 euro per studente rispetto alla scuola statale. Altro che senza oneri per lo Stato, la scuola paritaria è ben di più, è una “gallina dalle uova d’oro”.
Bisogna anche considerare che le scuole in Italia (come del resto la sanità, l’assistenza, ecc.) sono ormai sul mercato: un mercato in cui però esiste un player (la scuola statale) che compete in modo molto più agevolato rispetto ai player non statali, mettendo così di fatto fuori mercato tutti gli altri. E la libertà di impresa? E la concorrenza sleale? E la disciplina degli aiuti di Stato? E il principio di sussidiarietà? Per non parlare del principio della libertà delle famiglie di scegliere l’educazione per i propri figli.
Serve una riforma per in sistema scolastico integrato
Ci sono chiaramente un po’ di cose da sistemare. La questione è discriminatoria da anni, ma ora siamo giunti veramente al rischio di “estinzione” per molte realtà, anche nelle zone più povere del Paese. Servono quindi interventi di breve periodo e soprattutto un riordino del sistema di medio-lungo periodo e, comunque, prima che sia troppo tardi.
Le scuole non statali sono una risorsa della Repubblica tanto quanto quelle statali e quindi, come tali, devono essere riconosciute e valorizzate, anche finanziariamente. Il concetto di scuola paritaria non coincide assolutamente con quello di scuola privata. Nell’Italia della ricostruzione post-Coronavirus c’è bisogno di scuole statali e paritarie di elevata qualità culturale ed educativa, efficienti e innovative. Servono entrambe e servono forti in tutto il Paese. Il sistema educativo deve essere pensato in modo unitario e non più distinto.
È giunto il momento di ragionare in modo nuovo, anche e soprattutto in materia di finanziamento della scuola paritaria non profit, prendendo in considerazione la possibilità per le famiglie che la scelgono di fruire di una detrazione integrale della retta pagata (o parametrata a un costo standard efficiente e di sostenibilità) scontabile nel medesimo periodo di imposta in cui essa viene sostenuta. Non si chiede certamente un aiuto per chi può o per chi fa profitti, bensì una detrazione proporzionata al reddito dei genitori e parametrata in base al numero dei componenti del nucleo familiare.
Tutto ciò, in attesa di una riforma del sistema più organica basata su un nuovo modello di finanziamento della scuola tutta, dove ciascuno studente (della scuola statale e di quella non statale) potrebbe disporre, a regime, di un voucher o buono-scuola, pari proprio al costo standard di sostenibilità per allievo, versato dallo Stato direttamente alla scuola prescelta, sia statale che paritaria. Un parametro unico per tutte le scuole del Paese, differenziato per ciclo scolastico. Una quota che può essere eventualmente modificata anche in funzione della zona geografica e del fatto che la classe accolga o meno studenti in difficoltà e in base al numero dei figli a carico della famiglia. Chiaramente il parametro di finanziamento non dovrà essere né insufficiente, né eccedente rispetto a ciò di cui si necessita per svolgere un servizio formativo di eccellenza, innovativo ed efficiente e deve essere in grado di remunerare tutto il necessario (appunto di sostenibilità).
Applicare la detrazione integrale delle rette pagate dalle famiglie (all’interno certamente di alcuni limiti di reddito e tenuto conto del numero dei figli) è un atto da fare subito ed equivale a stanziare circa un miliardo di euro, contro i 5 miliardi a cui andrebbe incontro lo Stato (e quindi la collettività) se chiudessero il 30% delle scuole paritarie. Applicare, invece, nel tempo il nuovo modello di finanziamento della scuola significherebbe far risparmiare alla collettività circa 11 miliardi di euro all’anno. Si tratta quindi di soluzioni anche convenienti sul piano della finanza pubblica e quindi per i cittadini.
* docente di Economia aziendale e coordinatore scientifico di “Cattolicaper il Terzo Settore”. Co-autore del volume “Il diritto di apprendere”, Giappichelli Editore 2015
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Primo di una serie di articoli dedicati al sistema delle scuole paritarie in Italia

Suor Anna Monia Alfieri, la paladina delle paritarie

Da anni porta avanti una battaglia culturale a favore di queste realtà, e ora tra le più esposte agli effetti del Covid-19. L’impegno in prima linea per l’inserimento di aiuti economici nel decreto rilancio. «Una vittoria che ne conferma il ruolo pubblico»
by Giovanni Domaschio – 08 luglio 2020
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«Mi piace molto approcciare il mondo della politica, perché credo che la politica sia la più alta forma di carità. Non ho mai creduto nelle posizioni partitiche. Credo invece ci siano delle persone che hanno grandi ideali, grandi valori, e a cui devi quindi arrivare a scaldargli il cuore». Così Anna Monia Alfieri racconta della propria esperienza in Commissione di Bilancio, in qualità di economista e di rappresentante dell’Unione delle Superiore Maggiori d’Italia (USMI) e della Conferenza Italiana Superiori Maggiori (CISM). Una donna, sola, con indosso un abito, e il dovere d’infrangere molti pregiudizi, di fronte a una platea eterogenea negli ideali politici e spirituali. «In commissione di bilancio non ha parlato Anna Monia, hanno parlato i numeri, le leggi, i fatti». Numeri e cifre, sì, perché è nei conti economici che si può leggere la grave crisi delle scuole paritarie. Con 900mila studenti iscritti in tutt’Italia, e lo Stato che, per ognuno di questi alunni, devolve 500€ all’anno, alle paritarie non restano che due opzioni: trasformarsi in una scuola per ricchi o indebitarsi e, nel tempo, chiudere i battenti. Con la crisi vocazionale degli ultimi decenni, le scuole paritarie hanno necessariamente dovuto aprire le porte ai laici, e questo ha comportato un fisiologico aumento dei costi del personale. Questo fatto, chiaramente, ha alimentato una crisi già in atto, dovuta alla necessità, da un lato, di non discriminare i meno fortunati, dall’altro, di evitare il fallimento. In questo delicato equilibrio già destinato a non reggere, s’è inserito il Coronavirus: «Il sistema scolastico italiano è già classista perché il ricco sceglie e il povero s’accontenta. Le realtà più colpite sono sempre quelle del centro sud e delle periferie. Il Covid è quel cigno nero che in economia fa emergere il problema allo stato puro, senza filtri. Se fosse passato il Coronavirus non se ne sarebbe parlato più di questo problema, era necessario affrontarlo adesso», spiega Suor Monia. Parole, queste, che ricordano la lapidaria affermazione del Pontefice: «Non sprechiamo questa pandemia». Suor Monia Alfieri ha seguito questo messaggio, e il confronto con la classe politica ha dato i suoi frutti. Infatti, «è stato inserito un aiuto di 300 milioni alle paritarie nel DL rilancio. Finalmente, sia tra la maggioranza che tra l’opposizione, è passato il principio che le paritarie sono pubbliche e fanno parte di un sistema integrato. Questo non eravamo mai riusciti ad ottenerlo, neanche durante la costituzione italiana, in cui ci fu una grossa divisione tra cattolici e non». Un traguardo non da poco quello di mettere d’accordo forze di destra e di sinistra sull’importanza del comparto delle scuole paritarie. «Questi 300 milioni sono un riscatto assoluto della scuola paritaria e un risultato senza precedenti in questa fase politica che ne va a confermare il suo ruolo pubblico». Nonostante «questa vittoria» l’impegno di Suor Monia per sostenere le scuole paritarie va avanti. I passi successivi? «È necessario approvare nelle aule del Parlamento gli altri 6 emendamenti e, in particolare, quello relativo alla detraibilità integrale del costo delle rette versate dalle famiglie alle scuole pubbliche paritarie nei mesi di sospensione della didattica, con tetto massimo di 5.500 euro (che è il costo standard di sostenibilità per allievo): ciò sanerebbe anni di discriminazione subita dai genitori, dagli alunni e dai docenti. Non si tratta di un favore ai ricchi: tutt’altro! I numeri parlano con la loro schiacciante evidenza». Inoltre, aggiunge, «è importante l’intervento delle Regioni, Province e Comuni» e, in particolare, a livello locale «è necessario siglare “Patti di comunità” con le scuole paritarie, utilizzando le 40.749 sedi scolastiche statali e le 12.564 sedi paritarie per consentire agli 8.466.064 studenti di ritornare in classe in sicurezza. Si dia a queste famiglie una quota capitaria pari al costo standard di sostenibilità per allievo (da modulare per corso, e che va da 3.500 euro per la scuola dell’infanzia a 5.800 euro per la scuola secondaria di 2° grado, con una media di 5.500 euro), consentendo la libera scelta della scuola».
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Secondo di una serie di articoli dedicati al sistema delle scuole paritarie in Italia

Scuole paritarie, superare gli ideologismi

Nella Costituzione vi è una sovrabbondanza di elementi che dovrebbe indurre il legislatore a intervenire, senza esitazioni, per garantirne la sopravvivenza, nell’interesse del sistema nazionale di istruzione. L’analisi del costituzionalista Renato Balduzzi
10 luglio 2020
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di Renato Balduzzi *
Gli ideologismi sono sempre duri a morire, alcuni poi sembrano davvero inossidabili. Crollano i muri, si afferma il mutuo apprendimento tra le culture, ma taluni steccati paiono invalicabili. Pare a me, e da tempo, che sia questo il caso della ricorrente controversia sulle cosiddette scuole private e sull’ammissibilità di un concorso finanziario statale almeno per alcune categorie tra esse. Si richiama l’inciso finale dell’art. 33, comma 3 (“Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato”), dimenticando che in sede di dichiarazione di voto il proponente principale e gli altri sostenitori dell’inciso, opponendosi a quei democratici cristiani (Gronchi, in particolare) che ne sostenevano la possibilità di un’interpretazione estremistica, furono unanimi. Da Bianca Bianchi che sottolineò che con l’inciso “senza oneri per lo Stato” si voleva dire semplicemente che lo Stato non è obbligato, a Malagugini che affermò che la legge potrà validamente rimediare a letture estremistiche, al proponente principale Corbino che ne diede una lettura “autentica” nel senso che nessun istituto privato potrà sorgere con il diritto di avere aiuti da parte dello Stato, a Codignola secondo cui esso non impedisce qualsiasi aiuto, ma si limita ad affermare che non esiste un diritto costituzionale a chiederlo. Tuttavia non c’è verso, gli ideologismi non temono le proprie contraddizioni, e dunque, anche in questi giorni, assistiamo alla riproposizione di interpretazioni meramente letteralistiche (normalmente respinte dai medesimi autori in tutti gli altri casi) e al rifiuto, ugualmente anomalo, di un’interpretazione conforme ai principi costituzionali di pluralismo culturale e ideale, oltre che di sussidiarietà, come confermato dall’ultimo comma dell’art. 118. Per contro, la migliore e più equilibrata dottrina costituzionalistica arriva a concludere che dall’art. 33, comma 3, si desume un divieto di finanziamento pubblico integrale della scuola non statale, ma che sono ammissibili forme di finanziamento in corrispondenza al mancato costo sopportato dallo Stato per l’iscrizione di un alunno in una scuola non statale in luogo dell’iscrizione in una scuola statale. In ogni caso, alle scuole non statali paritarie (quelle cioè che, ai sensi dell’art. 1, comma 2, della legge n. 62 del 2000, che “corrispondono agli ordinamenti generali dell’istruzione, sono coerenti con la domanda formativa delle famiglie e sono caratterizzate da requisiti di qualità ed efficacia”) dovrebbe essere riservato un trattamento a sé stante, in ragione proprio della loro appartenenza piena al sistema nazionale dell’istruzione e della circostanza (art. 1, comma 3, della legge citata) che esse svolgono un “servizio pubblico”. Nei loro confronti, non per nulla, la Costituzione esige che la legge fissi diritti e obblighi coessenziali alla condizione di “parità” e, d’altra parte, sono ormai pacifici e incontestabili sia il ruolo che tali istituti svolgono nel nostro sistema scolastico, sia la considerazione peculiare che essi hanno da parte della giurisprudenza della Corte costituzionale. Come si vede, vi è una sovrabbondanza di elementi che dovrebbe indurre il legislatore a trarre le conseguenze e a intervenire, senza esitazioni, per garantire la sopravvivenza delle scuole paritarie, nell’interesse del sistema nazionale di istruzione. Riusciremo a superare, finalmente, gli ideologismi del passato? Auguriamoci di sì.
* docente di Diritto costituzionale, facoltà di Giurisprudenza, campus di Milano
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Terzo di una serie di articoli dedicati al sistema delle scuole paritarie in Italia

Se anche la laicissima Francia finanzia le scuole cattoliche

Istituti a carattere confessionale esistono in tutti i Paesi europei a prescindere dall’assetto dei rapporti tra Stati e religioni. A cambiare sono disciplina giuridica, regime di finanziamento e standard da rispettare. Ecco che cosa succede in Europa
23 luglio 2020
Continua il dibattito aperto dall’articolo intitolato Scuola paritaria, non chiamatela privilegio, un percorso di approfondimento per sfatare molti luoghi comuni, comparare la situazione italiana con quella degli altri Stati europei, conoscere un mondo vitale e inclusivo, trovare soluzioni per dare vita a un sistema scolastico integrato e plurale
di Anna Gianfreda *
La presenza delle scuole di tendenza a carattere confessionale in pressoché tutti i Paesi europei prescinde dall’assetto nazionale dei rapporti tra singoli Stati e religioni: infatti, esse esistono sia nei Paesi con una Chiesa di stato e/o una religione ufficiale, come in Danimarca, così come nei Paesi che intrattengono rapporti di natura bilaterale con le confessioni religiose, come per esempio quelli concordatari, e sono presenti finanche nella Francia laica e separatista (che peraltro ospita una delle reti di scuole private cattoliche tra le più estese in Europa), così come nell’Irlanda separatista.
Ciò che a livello nazionale può variare, dunque, non è tanto l’esistenza e/o la più o meno ampia diffusione del fenomeno, quanto la disciplina sulla natura giuridica (pubblica o privata) di tali istituzioni, il regime di finanziamento delle stesse e la partecipazione statale ad esso, le regole concernenti i criteri di ammissione o gli standard educativi e formativi che tali istituzioni devono rispettare.
Ciascuno di tali aspetti costituisce spesso una variante normativa e ordinamentale propria degli Stati e contribuisce a delineare il sistema giuridico – spesso complesso – che disciplina lo statuto delle scuole confessionali in ciascun Paese europeo.
Come spesso avviene nelle materie “ad alta tensione di costituzionalità”, che riguardano cioè i diritti fondamentali degli individui e delle comunità, il contesto storico-politico nel quale sono maturate le scelte nazionali dà ragione dell’atteggiamento dei Paesi europei rispetto alla questione della gestione del sistema educativo.
La radice dei modelli attualmente vigenti è sicuramente rintracciabile nella contrapposizione tra il pensiero proprio del liberalismo nord europeo, tendenzialmente favorevole al pluralismo educativo e al principio della libera concorrenza anche “nel mercato dell’istruzione”, e il modello statalista, tipico dei Paesi latini, diffidenti nei confronti dell’istruzione “privata”, impartita prevalentemente dalle istituzioni religiose, soprattutto cattoliche, le quali pure per svariati secoli hanno mantenuto il monopolio nel settore e determinato lo sviluppo e la diffusione della cultura europea.
Se tali retaggi storici sono in grado di spiegare ancora oggi più o meno nettamente i diversificati approcci degli Stati in materia di equilibri tra istruzione pubblica e istruzione privata, un ruolo di “omogeneizzazione” di tali approcci è stato svolto tuttavia dalle carte internazionali dei diritti dell’uomo del secondo dopoguerra, così come dal processo di integrazione europea e dalle fonti giuridiche che lo hanno caratterizzato.
Atti quali la Dichiarazione universale dei diritti dell’Uomo (art. 26), il Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali (art. 13), la Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo (art. 2 prot. Addiz.), la Carta di Nizza dell’Unione europea (art. 14) hanno infatti delineato un fascio di libertà connesse al fondamentale diritto all’istruzione, identificabili innanzitutto con il diritto dei genitori a educare i propri figli conformemente alle proprie convinzioni etiche e religiose, con il conseguente divieto di qualsiasi forma di indottrinamento da parte degli Stati (libertà di istruzione), e poi con il diritto di soggetti diversi dalle autorità pubbliche di istituire scuole (libertà delle scuole).
Queste irrinunciabili libertà, che possono essere interpretate come tradizioni costituzionali comuni agli Stati europei, orientano sia le legislazioni unilaterali nazionali sia i diversi Concordati con la Chiesa cattolica, determinando una convergenza “nella ricostruzione di una positiva e ricca dialettica tra pubblico e privato che costituisce un punto fermo del diritto europeo e che trova a livello nazionale (soprattutto nei Paesi del Centro ed Est Europa) una spinta notevolissima, in qualche caso sorprendente” (Cardia, 2010), tanto che gli assetti ordinamentali nazionali, che mantengono le competenze rispetto alla disciplina dell’istruzione scolastica, rispetto alle scuole confessionali, sembrano in larga parte non dipendere dalle dinamiche tipiche dei singoli modelli di rapporti tra Stati europei e confessioni religiose.
1. I modelli europei: alcuni esempi nazionali
Uno dei punti di osservazione privilegiati per delineare alcune caratteristiche delle discipline nazionali sulle scuole di tendenza confessionale è sicuramente la fonte concordataria, la quale, ove esistente, contiene sempre tipicamente disposizioni sulla tutela della libertà di istituire e gestire scuole private, dotate di un progetto educativo nel suo insieme confessionalmente caratterizzato. Per alcune linee di tendenza, si possono individuare come aree di indagine quella dei Paesi ex comunisti dell’est Europa e quella dei Paesi dell’Europa occidentale e del nord.
In entrambe le situazioni e in maniera differente il dato storico è essenziale. Nei paesi ex comunisti l’esigenza imprescindibile di ricostruire un tessuto civile solidaristico nei terreni più elementari e importanti della vita collettiva, come quello dell’istruzione, spinge le nuove democrazie verso un “bisogno quasi spasmodico di reintrodurre l’interazione tra pubblico e privato laddove esisteva solo la logica collettivistica”. Questo bisogno ha un riflesso immediato, e per certi versi inaspettato, nell’ampiezza con la quale i Paesi dell’Est accordano spazio, legittimazione, finanziamenti alle strutture, appunto, assistenziali, educative, di istruzione, delle varie confessioni.
Nei Concordati con i Paesi dell’ex blocco sovietico, post caduta del muro di Berlino, infatti, si riscontra un sostegno pubblico e generalizzato alle scuole private anche di origine confessionale.
Nell’Accordo tra Santa sede e Albania del 2002, ad esempio, sia pur in maniera piuttosto sintetica e minimale, è riconosciuta la personalità giuridica pubblica “delle istituzioni della Chiesa cattolica che godono del medesimo status secondo il diritto canonico”, ivi incluse “le scuole e le istituzioni educative a tutti i livelli, e le istituzioni sanitarie” (art. 2), ed è garantito il diritto della Chiesa di “istituire e gestire scuole, cliniche e centri sociali propri” (art. 7).
Più articolata e impegnativa sul fronte dei rapporti tra autorità pubblica e scuole confessionali, è la posizione che emerge nei Concordati stipulati con i Paesi dell’est con una più significativa maggioranza cattolica.
Emblematico il contenuto del Concordato con la Slovacchia del 2000 che, oltre a prevedere il “diritto di costituire, gestire e utilizzare per l’educazione e l’istruzione, scuole elementari, scuole medie, università e altre istituzioni scolastiche, secondo le condizioni stabilite dall’ordinamento giuridico della Repubblica Slovacca”, sancisce l’uguale condizione di queste scuole rispetto a quelle statali, considerandole parte inseparabile ed equivalente del sistema educativo e formativo della Repubblica Slovacca (art. 13). L’innovatività dell’accordo slovacco sta nella volontà di instaurare non semplicemente forme di dialogo tra istituzioni statali e cattoliche sui temi educativi e dell’istruzione, ma vere e proprie collaborazioni di carattere progettuale, nelle quali la Repubblica interverrà con strumenti di sostegno finanziario: “Le Alte Parti collaboreranno alla realizzazione dei progetti comuni nei settori della cura sanitaria, della formazione e dell’educazione, e in quella dell’assistenza degli anziani e dei malati. Questi progetti riguarderanno scuole, istituzioni educative e sanitarie, istituzioni di servizi sociali, di terapia e di reinserimento dei tossicodipendenti. La Santa Sede garantisce che la Chiesa Cattolica promuoverà questi progetti soprattutto con il personale; la Repubblica Slovacca vi provvederà, in misura proporzionale, soprattutto materialmente e finanziariamente” (art. 16). Quanto alle modalità gestionali, agli spazi di autonomia confessionale nonché agli strumenti di finanziamento da parte del bilancio statale, l’accordo base rinvia a una Intesa più specifica firmata nel 2004 sull’educazione e l’istruzione cattolica, la quale per esempio prevede che “alle scuole cattoliche viene concessa la copertura finanziaria nella stessa misura in cui viene concessa a tutte le altre scuole, in conformità con l’ordinamento giuridico della Repubblica Slovacca”.
Il finanziamento con fondi di bilancio statali è previsto anche nell’Accordo tra la Santa Sede e la Repubblica della Lituania sulla cooperazione nell’istruzione e nella cultura del 2000, così come nel Concordato polacco del 1993.
Tali soluzioni evidenziano chiaramente l’adesione di tali Paesi a un certo modello di integrazione europea che ha nella dialettica tra pubblico e privato una costante ordinamentale che supera ogni confine e tradizione, e che infatti si allarga al riconoscimento delle strutture scolastiche private anche differenti da quelle cattoliche, come avviene anche in Bulgaria, che tuttavia non contempla alcun finanziamento pubblico per le scuole private religiose, Repubblica ceca e Romania.
Se volgiamo lo sguardo ai Paesi dell’Europa occidentale e del nord, si riscontrano differenziazioni soprattutto sullo statuto giuridico pubblico o privato delle scuole confessionali e anche sulle scelte di finanziamento e sovvenzioni pubbliche.
In Austria e Germania, per esempio, le scuole confessionali hanno statuto di diritto pubblico, anche se i due Paesi individuano differenti criteri per la selezione dei destinatari delle sovvenzioni pubbliche e per l’entità degli aiuti finanziari pubblici a esse: in Austria, per esempio, la Convenzione con la Santa Sede al fine di regolare questioni attinenti l’ordinamento scolastico prevede che “lo Stato concederà alla Chiesa Cattolica regolari sovvenzioni per gli stipendi del personale delle scuole cattoliche che godono di diritto pubblico” (art. 2 par. 2).
Nell’ordinamento ungherese, invece, le scuole della Chiesa sono qualificabili come una categoria di tertium genus, né pubblica né privata.
Se in linea di massima i Paesi concordatari di tradizione protestante hanno implementato piuttosto agevolmente i principi del pluralismo scolastico, anche sul fronte confessionale, dimostrando ampie aperture anche rispetto al sostegno pubblico ad esse, gli Stati concordatari a maggioranza cattolica, come la Spagna, il Portogalloe la stessa Italia conservano nella normativa, pur aperta e favorevole al pluralismo scolastico di stampo religioso, qualche rigidità, dovute alla diffidenze storicamente affermatisi nell’epoca ottocentesca.
In Spagna, per esempio, nell’Accordo circa l’insegnamento e le questioni culturali del 1979 è sancito il principio di parità tra scuole private confessionali e non confessionali, ma non il pari trattamento tra scuole pubbliche e private sotto il profilo delle sovvenzioni e degli interventi di sostegno pubblico. Più sintetico ancora il Concordato portoghese del 2004 che, nel riconoscimento della libertà della Chiesa cattolica di istituire seminari e altri istituti di formazione, non fa cenno alla questione del finanziamento, così come il Concordato italiano del 1984 che all’art. 9, nell’ambito del principio costituzionale della libertà della scuola, si limita ad assicurare alle scuole istituite dalla Chiesa cattolica, che ottengono la parità, “piena libertà” “e ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni delle scuole dello Stato e degli altri enti territoriali, anche per quanto concerne l’esame di Stato”. Solo nel 2000 è stato previsto in Italia un sistema integrato di istruzione pubblica e privata, che contempla tuttavia ancora delle restrizioni sul fronte del finanziamento statale e regionale.
Sorprendentemente, molto più favorevole è la regolamentazione dell’istruzione privata in un Paese tradizionalmente laico e separatista come la Francia, nel quale le scuole confessionali, pur dovendo rispettare nella struttura e nella programmazione i principi dell’ordinamento scolastico, sono abilitate a rilasciare titoli di studio di ogni ordine e grado riconosciuti dallo Stato e godono di un finanziamento pubblico cospicuo per i docenti che vi insegnano. L’assetto ordinamentale francese dimostra il superamento degli approcci anticlericali al tema dell’istruzione, anche se va considerato che tale favore per le scuole private, che per la maggioranza sono di ispirazione cattolica, è bilanciato dall’assenza di qualsiasi insegnamento a carattere religioso nelle scuole statali.
2. Le nuove sfide della presenza ecclesiale nel sistema educativo europeo
I dati di carattere storico-politico che hanno influenzato l’atteggiamento degli ordinamenti europei rispetto al fenomeno delle scuole di ispirazione confessionale hanno soprattutto negli interventi normativi più recenti lasciato il passo a una più consapevole integrazione dei principi del pluralismo scolastico ed educativo, determinando in larga parte una omogeneizzazione delle legislazioni nazionali attorno al valore e alla necessità della coesistenza tra pubblico e privato anche nel sistema educativo e formativo.
Le sfide che la contemporaneità propone in ambito educativo sono molteplici sia sotto il profilo contenutistico sia metodologico. Alcuni di questi nuovi scenari interpellano forse in maniera più incisiva proprio le scuole di ispirazione confessionale: basti pensare ai temi del multiculturalismo, all’integrazione tra la missione educativa della Chiesa e la pastorale della famiglia, dei giovani ecc.
Quanto al metodo, la rete dell’istruzione privata, che offre un imprescindibile e insostituibile apporto educativo e formativo nell’Europa contemporanea, non potrà non caratterizzarsi per una progettualità diretta a instaurare proficue e significative forme di collaborazione con le istituzioni culturali della società civile, sul fronte della formazione, così come degli standard di trasparenza e di rendicontazione gestionale. Solo nell’accoglimento costruttivo delle repentine evoluzioni che il sistema di istruzione europeo propone, il già elevato standard reputazionale delle scuole di tendenza confessionale può confermarle quali agenti significativi e imprescindibili di educazione e formazione, così da rispondere all’irrinunciabile principio del pluralismo educativo quale specchio della realtà sempre più pluralista che stiamo vivendo.
* docente di Diritto ecclesiastico e canonico, facoltà di Economia e Giurisprudenza, campus di Piacenza dell’Università Cattolica
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Quarto di una serie di articoli dedicati al sistema delle scuole paritarie in Italia

Scuole dell’infanzia, bene i 300 milioni
ma la strada per la parità è ancora lunga

Senza le paritarie molti comuni non disporrebbero di una scuola, perché accolgono un terzo dei bambini dell’intero sistema. A chi gioverebbe non sostenere un segmento formativo giudicato d’eccellenza dall’Ocse? Parla Luigi Morgano, segretario nazionale Fism
by Melissa Paini – 29 luglio 2020
Continua il dibattito aperto dall’articolo intitolato Scuola paritaria, non chiamatela privilegio, un percorso di approfondimento per sfatare molti luoghi comuni, comparare la situazione italiana con quella degli altri Stati europei, conoscere un mondo vitale e inclusivo, trovare soluzioni per dare vita a un sistema scolastico integrato e plurale
L’anno scolastico 2019-2020 è terminato. Si lasciano alle spalle mesi difficili, mesi di didattica online, di distanziamento e isolamento sociale, per guardare con misurata fiducia e ottimismo all’anno scolastico 2020-2021. Un ottimismo, però, che non è così diffuso tra le scuole paritarie. Quando parliamo di questo tipo di scuole, in Italia, parliamo di oltre 12 mila istituti, di cui quasi 9 mila scuole dell’infanzia; degli oltre 866mila alunni di questi istituti, 524mila frequentano la scuola dell’infanzia paritaria. A questi numeri, nell’ambito dello 0-3, vanno aggiunti i servizi educativi che riguardano 354mila bambini. Il progetto 0-6 vede una presenza di realtà non statali con 878mila bimbi. In questo contesto complessivo le scuole dell’infanzia Fism (Federazione Italiana Scuole Materne) sono 6.700, a cui si aggiungono 2.300 servizi educativi, per un totale di circa 500mila bambini.
Secondo Luigi Morgano, Segretario nazionale della Fism, i problemi sono due: la chiusura dell’anno scolastico e l’apertura del prossimo. E le domande a cui si attende risposta sono sostanzialmente tre: quando, come e per quanto tempo si prevede duri questa transitorietà dovuta al Covid-19.
La data di riapertura di tutto il sistema scolastico nazionale è stata indicata per il 14 settembre ed è in fase di definizione con la mediazione delle regioni, tenendo conto delle elezioni regionali che si terranno in alcune di queste, per evitare il rischio di un’ulteriore temporanea chiusura dovuta al fatto che molte scuole sono sede di seggio.
Il secondo quesito riguarda le modalità con le quali si intende riaprire a settembre. «La discussione in atto riguarda fondamentalmente il “come”» spiega il segretario della Fism. «La volontà diffusa è che a settembre si riaprano le scuole in presenza. Le soluzioni possibili sono legate al pronunciamento delle istituzioni che hanno la responsabilità del contrasto alla pandemia per tutelare la salute pubblica, quindi anche di alunni, personale docente e non docente e famiglie, che devono definire le prescrizioni per la riapertura. Molto è legato a questo».
Le modalità e le condizioni con le quali si rincomincerà, infatti, condizioneranno le soluzioni che anche le scuole paritarie devono rispettare per riaprire. La ipotizzata riduzione degli alunni per la scuola dell’infanzia comporta un aumento di sezioni o una selezione degli alunni che possono frequentare, un aumento del personale e anche possibili interventi strutturali agli istituti, nonché un prevedibile e tutt’altro che ridotto incremento di spesa.
«La differenza tra entrate e costi fissi che una scuola dovrà sostenere, da chi va coperta?» si chiede Morgano. «Da Stato, regioni, enti locali, con riferimento alle rispettive competenze, ma anche da scelte politiche che riguardano il sostegno di tutto il sistema scolastico italiano. Per quanto concerne le associazioni di scuole paritarie no profit, a partire dalla Fism, hanno già dichiarato e comunicato a livello istituzionale che non procederemo caricando costi aggiuntivi su genitori e famiglie che vi mandano i loro figli».
La richiesta di sostegno economico alle pubbliche istituzioni per la riapertura di settembre è dovuta alla consapevolezza che non è immaginabile un aumento delle rette per le famiglie, colpite anch’esse dalla crisi economica determinata dal Coronavirus. Diversamente, «se le condizioni dovessero diventare non sostenibili la questione della non riapertura è oggettiva e reale. Il problema va quindi tempestivamente affrontato».
La terza questione al momento è ancora tutta da definire e riguarda per quanto tempo si immagina che l’attuale situazione “transitoria” cessi e si possa ritornare alla “normalità”. «Tra le questioni importanti che, invero, non hanno avuto rilievo, vi è quella dell’attenzione che riguarda i vissuti dei bimbi che rientrano nella scuola dell’infanzia e nei servizi educativi e le attenzioni da prestare a chi inizia la frequenza, dati i vincoli attuali legati alla presenza dei genitori nella scuola e una socialità “ridotta”: quindi gli aspetti più propriamente educativi, psicologici, pedagogici e didattici».
A tale riguardo la Fism ha attivato proprie commissioni pedagogiche a livello nazionale e regionale che hanno, non solo messo a punto la questione, ma avanzato alle realtà istituzionali competenti, precise proposte e indicazioni. «Non va dimenticato che la scuola è in primo luogo per l’alunno» chiosa Luigi Morgano.
«Quando si parla di parità scolastica, si parla di libertà. Se non ci fossero le scuole paritarie non ci sarebbe libertà di scelta per le famiglie, come anche per il personale che intende insegnarvisi. Nell’ambito dell’unico sistema nazionale italiano di istruzione, costituito di scuole statali e paritarie, le difficoltà delle une si riflettono sulle altre. Se un certo numero di scuole paritarie non dovesse riaprire, dove troverebbero posto migliaia di alunni? È noto che in molte realtà italiane, se la presenza delle scuole dell’infanzia venisse meno cesserebbe il servizio scolastico tout court e sparirebbe una realtà di inclusione e coesione sociale che ha alle spalle una lunghissima tradizione di presenza, con una qualità alta dell’educazione. Vanno quindi adottate scelte di riapertura e funzionamento realistiche, flessibili, praticabile e sostenibili sul versante organizzativo, economico e gestionale».
Che cosa dire delle ultime decisioni di governo e parlamento? «Dopo quanto causato dal Covid-19 a vent’anni dalla legge 62/2000 (nota come “legge della parità scolastica” nel nostro Paese) si sono compiuti alcuni passi importanti. Innanzitutto la scuola ha recuperato la sua collocazione strategica e primaria, quindi il sostegno economico alla scuola è un investimento e non una spesa. Faccio riferimento agli ammortizzatori sociali adottati e, nell’ambito dell’approvazione del decreto Rilancio, l’esito di un finanziamento di 300 milioni di euro complessivamente per l’età dall’infanzia alla maturità (di cui 180 per lo 0-6 e 120 per alunni e studenti dalla scuola primaria alla secondaria superiore). Un esito per cui la Fism, e non da sola, si è battuta».
Ma questo non basta. Secondo Morgano «non si può ancora parlare di parità di intervento con la scuola statale. Una scelta che, inoltre, non può essere una tantum, ma deve diventare strutturale. Perché 300 milioni sono una cifra rilevante ma vanno calcolati quanti sono gli utenti cui è destinata. Come già detto, 524mila frequentano la scuola dell’infanzia paritaria, 354 mila i servizi educativi, quindi la cifra di 180 milioni va divisa per 878mila, che significa una media di 205 euro a testa, riferiti ai quattro mesi di forzata chiusura del 2019-2020, perciò 51 euro pro capite».
C’è ancora molta strada da fare. «L’impegno per il raggiungimento di una piena parità scolastica nel nostro Paese va continuato perché l’Italia è ancora tra i fanalini di coda rispetto ai Paesi dell’Unione europea che da anni hanno risolto adeguatamente la questione. Senza dimenticare che le regioni italiane ricevono direttamente dall’Ue un rilevantissimo contributo per la coesione sociale che può essere destinato anche a questo scopo. Inoltre è bene ricordare che l’Ocse definisce il sistema delle scuole dell’infanzia italiano parametro di eccellenza a livello internazionale. Se consideriamo che oltre un terzo degli alunni frequentanti questo tipo di istituzione in Italia è rappresentato dalle scuole paritarie, a chi gioverebbe non operare per realizzare la piena parità scolastica?».
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Quinto di una serie di articoli dedicati al sistema delle scuole paritarie in Italia

Scuola, più risorse (non solo economiche)
per un sistema plurale e integrato

Oltre a una stabilità nei finanziamenti, serve più collaborazione tra scuole paritarie e statali, perché il servizio pubblico garantito da entrambe sia efficiente ed efficace, nel rispetto della libertà di educazione. Parla il pedagogista Pierpaolo Triani
by Giovanni Domaschio – 4 agosto 2020
Continua il dibattito aperto dall’articolo intitolato Scuola paritaria, non chiamatela privilegio, un percorso di approfondimento per sfatare molti luoghi comuni, comparare la situazione italiana con quella degli altri Stati europei, conoscere un mondo vitale e inclusivo, trovare soluzioni per dare vita a un sistema scolastico integrato e plurale
Quando si parla di scuole paritarie in Italia, si tende a confonderle – talvolta intenzionalmente, spesso superficialmente – con il più generico e limitante “scuole private”. Ma nel loro nome si cela un significato molto diverso: paritaria è ogni scuola istituita da un soggetto diverso dallo Stato che, facendo parte di un più ampio sistema d’istruzione, è messa sullo stesso piano delle scuole statali, con i medesimi obblighi e le medesime libertà che ne derivano. «Sono scuole che, da un lato, hanno la possibilità di agire secondo il proprio progetto educativo ma, dall’altro, sono parte di un sistema complessivo» spiega Pierpaolo Triani, docente di pedagogia dell’Università Cattolica, inquadrando la questione della coesistenza e dell’equiparazione tra scuola statale e istituti paritari.
«Il principio base della vita democratica è permettere a tutti di avere i propri valori e la propria libertà di espressione e, insieme, di avere una base comune in cui riconoscersi». È l’idea sottesa a un sistema scolastico plurale e integrato.
Un modello, quello vigente in Italia secondo quanto disposto dalla legge 62 del 10 marzo 2000, che prevede la sinergia tra statale e paritario. L’obiettivo di un sistema così congegnato è quello di unire nella diversità, permettere agli istituti d’avere uguale dignità e il medesimo riconoscimento nonostante i margini d’autonomia necessariamente garantiti per consentire a statale e non statale di coesistere e offrire un unico, ma pluralistico, servizio pubblico.
Le alternative a questo tipo di modello sarebbero il monopolio statale dell’istruzione o, all’estremo opposto, la totale frammentazione. «Un modello centralistico che non riconoscesse ad altri soggetti di esercitare la propria libertà educativa sarebbe anticostituzionale, proprio perché essa è prevista dalla Costituzione» afferma Triani. «D’altra parte, un sistema frammentato e senza nessuna regia, non favorirebbe la coesione sociale e il confronto, e quindi neppure la vita democratica. I due estremi porterebbero portare al rischio del totalitarismo o, all’opposto, a quello del più sfrenato individualismo».
In Italia, sulla carta, l’equiparazione tra statale e paritario esiste, ed è un elemento garantito e incentivato da ogni gradino della legislazione italiana, a partire dalla Carta costituzionale. Tuttavia l’implementazione di questo principio presenta ancora delle zone d’ombra e la mancanza di finanziamenti stabili alle paritarie ne rappresenta solo una parte.
Secondo il professor Triani, uno dei problemi è la mancanza di coordinamento tra pubblico e privato nel territorio: «Nel momento in cui pensiamo, nello spirito della legge 62, a un sistema nazionale d’istruzione, costituito sia dalle scuole statali che dalle paritarie, diventerebbe importante che anche in ogni singolo territorio si ragionasse secondo la stessa logica, definendo i bisogni di istituzione di realtà formative in virtù dell’esistenza non solo della realtà statale, ma anche di quella paritaria, e viceversa. Per esempio, se una paritaria volesse ampliare la propria offerta formativa è suo diritto farlo ma è importante che si chieda quanto questa nuova proposta arricchisca o meno il territorio, o se invece non sia opportuno andare a coprire un altro bisogno formativo. Questo vale anche a parti invertite, ovviamente, proprio per integrare bene le parti e non agire unicamente in una logica di sovrapposizione».
Un altro aspetto su cui occorrerebbe investire maggiori risorse e attenzioni è quello dei progetti di cooperazione e lavoro comune tra scuole paritarie e statali: «Il sistema scolastico italiano dovrà accrescere i momenti di lavoro e incontro tra i due tipi di scuole. Se nella scuola dell’infanzia c’è già una buona comunicazione, più si cresce nell’ordine e grado, meno i momenti di interazione e di lavoro comune sono frequenti. Da un punto di vista pedagogico, invece, il sistema può consolidarsi soltanto se si comunica e si lavora insieme, se si sta sugli stessi tavoli a confrontarsi, se si iniziano a fare progetti comuni tra paritarie e statali».
Un obiettivo, quello di un sistema didattico integrato, che ha ancora bisogno di risorse, mentali ancora prima che economiche, al di là del sostegno legato alla crisi causata dalla pandemia.
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Sesto di una serie di articoli dedicati al sistema delle scuole paritarie in Italia

Il bluff delle 4.000 scuole paritarie che rischiano di chiudere


Scuole paritarie, decine di chiusure: un sito aggiorna il lungo elenco


Al 4 agosto 2020 risultano in chiusura SOLO 95
scuole private paritarie (e non le 4.000 del bluff)


Scuole paritarie. Quante davvero stanno chiudendo


L’allarme chiusura scuole paritarie ora si sgonfia? / Mini Dossier

“Il Decreto scuola è legge e le paritarie cadono come birilli” (Anna Monia Alfieri, 7 giugno). poi da 4.000 a 1.000 (ItaliaOggi, 9 giugno), a 200 (stima, 10 giugno), ora a decine (on. Fabio Rampelli, 11 giugno). v.p.]
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Scuole private paritarie: a rischio chiusura SOLO 95 scuole, invece delle 4.000 (30%) gridate ultima modifica: 2020-08-06T18:20:19+02:00 da Gilda Venezia
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