Senza test uniformi è impossibile stimare i gap

di Andrea Gavosto, Il Sole 24 Ore, 25.1.2021.

Come spesso accade nel nostro Paese, anche sulla didattica a distanza l’opinione pubblica e la stessa scuola si sono divise secondo i registri del tifo calcistico, per adesione sentimentale e pregiudizio, piuttosto che in base a fatti accertati. Chi preme per il rientro in aula viene accusato di denigrare il lavoro degli insegnanti nei mesi di Dad. Chi apprezza la Dad è invece sospettato di volere vendere l’anima della scuola al diavolo delle multinazionali tecnologiche, sulla pelle di bambini e adolescenti. C’è anche chi ha tenuto l’una e l’altra posizione in momenti diversi. Mentre, naturalmente, nessuna delle due è corretta: la Dad è stata e può essere ancora necessaria nel dramma della pandemia; inoltre, è uno strumento, in prospettiva, da valorizzare. Non può, però, da sola impedire l’impressionante calo degli apprendimenti patito dagli studenti con la scuola a singhiozzo.

Questo ci dicono le ricerche in paesi come Stati Uniti, Francia e, soprattutto, Paesi Bassi: in quest’ultimo le competenze linguistiche e matematiche sono state verificate prima e dopo la chiusura di 8 settimane in primavera. Ebbene, per quanto la scuola olandese sia all’avanguardia nella didattica digitale, i suoi alunni non hanno compiuto alcun progresso durante il lockdown; per quelli provenienti da ambienti familiari svantaggiati le cose sono andate decisamente peggio.

È evidente l’utilità di queste analisi, che consentono alle singole scuole di individuare le lacune dei propri studenti nei diversi gradi e porvi rimedio attraverso interventi di recupero ad hoc. Purtroppo, in Italia non si è potuto farle: non conosciamo l’entità della perdita cognitiva dei nostri studenti e, soprattutto, non sappiamo dove intervenire prioritariamente. Il ministero ha, infatti, soppresso le prove Invalsi della scorsa primavera, lo strumento che da anni abbiamo per confrontare i risultati di scuole diverse fra loro e nel tempo. Né ha voluto farle alla ripresa di settembre, quando conoscere il punto di partenza degli alunni sarebbe stato essenziale per programmare l’attività didattica. A quel punto, l’Istituto avrebbe almeno dovuto offrire alle scuole più attente di partecipare a test nazionali su base volontaria.

Quel che è peggio, nei giorni scorsi si è appreso non soltanto che le prove Invalsi dell’ultimo anno delle superiori (fondamentali per il giudizio sugli apprendimenti acquisiti durante tutto il ciclo di studi) saranno di nuovo cancellate, ma che si sta anche seriamente discutendo di abolire quelle degli altri gradi scolastici. Sarebbe una iattura. Il governo così rischia di privarsi dell’unica risorsa a sua disposizione per capire che cosa sia successo durante i mesi della pandemia, di quanto gli studenti siano rimasti indietro, di come sia stata utilizzata la didattica a distanza e quanto abbia funzionato, ma soprattutto di come sia possibile recuperare con azioni mirate nei prossimi mesi le lacune degli studenti, soprattutto di quelli più fragili. Senza tutto quel che serve al recupero, la perdita di apprendimenti rischia di avere strascichi perenni su questa generazione, che incontrerà più difficoltà delle precedenti nel continuare gli studi con successo ed entrare nel mondo del lavoro.

Certo, acquisire le informazioni per preparare al meglio gli interventi richiede una strategia di lungo periodo e la capacità di sfidare la resistenza delle componenti più corporative della scuola. È più facile – ma assai più dannoso – limitarsi a compiacere i tifosi.

Andrea Gavosto, Direttore Fondazione Agnelli

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Senza test uniformi è impossibile stimare i gap ultima modifica: 2021-01-25T06:22:10+01:00 da Gilda Venezia

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