di Andrea Carlino, Orizzonte Scuola, 4.4.2026.
In Spagna arriva il chatbot “sovrano” che scriverà le pagelle e non solo. Ma i docenti: “Così diventeremo solo supervisori. non vogliamo essere operai della macchina”.
Mentre il Ministero dell’Istruzione e Formazione Professionale e il Ministero per la Trasformazione Digitale spagnoli celebrano l’arrivo del nuovo chatbot “ufficiale e sovrano” – presentato dal presidente Pedro Sánchez lo scorso settembre – nelle aule iberiche si levano i primi segnali di allarme.
Il progetto, che verrà avviato tra quest’anno e il prossimo con un budget di 140 milioni di euro, si propone un obiettivo apparentemente ineccepibile: liberare i professori dal “lavoro sporco” della burocrazia – valutazioni, adattamenti curricolari per alunni con bisogni specifici, relazioni finali di ciclo – per permettere loro di dedicarsi finalmente alla didattica.
La trappola della “prima versione”
Secondo le anticipazioni fornite a EL PAÍS, il chatbot sarà in grado di produrre la prima versione delle valutazioni trimestrali, dei piani didattici personalizzati e dei correttivi curricolari per studenti con necessità di supporto educativo. Il docente spagnolo avrà il compito di supervisionare e correggere l’output della macchina. Sembra un risparmio di tempo, ma i pedagogisti più critici vedono qui un subdolo spostamento di responsabilità.
Il paradosso della protezione dei dati in Spagna
La fonte originale sottolinea che, essendo uno strumento pubblico e non commerciale, i docenti potranno riversare i dati degli studenti senza incorrere in problemi di protezione dei dati (un tema caldo in Spagna). Ma è proprio qui che si annida un altro paradosso. Se da un lato si evita lo scenario peggiore (dati in mano a Big Tech), dall’altro si crea il più grande database centralizzato della vita scolastica spagnola.
“Per funzionare bene, il chatbot avrà bisogno di imparare da milioni di valutazioni, di PDP, di osservazioni sul comportamento di alunni spagnoli”, avverte un esperto di cybersecurity dell’Università di Barcellona. “Lo Stato si trasformerà in un gigante che conosce ogni debolezza, ogni ‘bisogno speciale’, ogni ritardo di ogni bambino della pubblica istruzione spagnola. Il confine tra ‘aiuto al docente’ e ‘sorveglianza predittiva dello studente’ è sottilissimo, e in Spagna non esiste ancora una legge quadro sull’IA che lo regoli adeguatamente.”
Formare o addestrare? Il piano per i docenti spagnoli
Il programma prevede anche un piano di formazione dei docenti spagnoli all’uso dell’IA. Ma anche qui lo scenario cambia di segno. Non si tratterà di insegnare ai professori a criticare l’output del chatbot o a sviluppare un pensiero computazionale autonomo, bensì di addestrarli a dialogare con l’interfaccia ufficiale, a inserire i prompt corretti per ottenere la versione desiderata del report.
“Diventeremo operai di una catena di montaggio pedagogica”, ironizza un insegnante di lettere. “La mia preoccupazione non è che il bot faccia errori, ma che faccia tutto giusto secondo la normativa. Che scriva relazioni perfette, politicamente corrette, ineccepibili dal punto di vista legale. E che io, preso dalla marea di carte, dica semplicemente ‘approvo’. Alla fine, chi insegnerà ai ragazzi spagnoli a pensare criticamente? Io o il ‘sovrano digitale’ del Ministero?”
“Volevamo meno scartoffie, non un’intelligenza artificiale che le scrive per noi”, dichiara un rappresentante sindacale. “Quei 140 milioni, se spesi per assumere personale amministrativo nelle scuole pubbliche spagnole o per ridurre il numero di alunni per classe (come lo stesso Sánchez ha promesso), avrebbero un impatto reale. Invece li investiamo in un software che, per funzionare, costringerà i docenti a digitare i dati in un formato standardizzato”.
E in Italia?
Mentre il governo spagnolo si prepara a lanciare il chatbot, l’Italia guarda da un’altra parte. Non c’è un assistente artificiale voluto dal Ministero dell’Istruzione. Non ci sono algoritmi benedetti dallo Stato. C’è invece un’intesa – tutta da verificare – con i giganti della tecnologia e un’enorme scommessa sulla formazione dei docenti.
Due Paesi, due filosofie, un unico nemico dichiarato: la burocrazia che soffoca gli insegnanti. Ma quale delle due strategie funzionerà? E quale rischia di trasformare i professori in semplici supervisori di macchine pensanti?
A Roma l’approccio è radicalmente diverso. Il Ministero dell’Istruzione e del Merito non ha intenzione di costruire un chatbot di Stato. Invece ha destinato 100 milioni di euro del PNRR alla formazione di docenti, studenti e personale ATA sull’intelligenza artificiale. L’obiettivo: creare “snodi formativi” su tutto il territorio, con workshop e laboratori.
Il Ministero ha imposto un muro invalicabile: l’IA non può essere usata per elaborati che avranno un voto, né può trattare dati personali degli studenti. Alcuni presidi, presi dal panico, hanno addirittura sospeso l’uso dell’IA in attesa di chiarimenti.
Due strade, una stessa domanda
Mentre Madrid si appresta a lanciare il suo “chatbot sovrano” – tra entusiasmi governativi e scetticismo di base – e Roma continua a rincorrere un equilibrio tra innovazione e privacy, una domanda resta aperta: l’intelligenza artificiale nella scuola deve essere uno strumento centralizzato e controllato dallo Stato, o un insieme di risorse aperte che i docenti imparano a utilizzare criticamente?
La risposta, probabilmente, sta nel mezzo. Ma per ora, Spagna e Italia procedono spedite su due binari paralleli, senza incrociarsi. E gli insegnanti, da soli con i loro studenti e i loro schermi, aspettano di vedere se l’algoritmo saprà ascoltarli meglio dei ministeri.
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