Gilda Venezia

di Fabrizio Foschi, il Sussidiario, 3.8.2026.

Secondo le Nuove Indicazioni, la storia che si insegna a scuola dovrà essere imperniata sulla valorizzazione dell’Occidente. Tutti i limiti di una scelta.

Gilda Venezia

La storia, sia come conoscenza del passato sia come oggetto di uno specifico insegnamento fornito in tutti i livelli del sistema della pubblica istruzione, continua a essere citata come fiore all’occhiello della “rivoluzione culturale” che il MIM si accinge a introdurre nell’ambito della formazione delle nuove generazioni attraverso le Nuove Indicazioni nazionali. I programmi saranno imperniati sulla storia dell’Occidente, vanno rimarcando le fonti ministeriali e i principali interpreti dell’auspicato cambiamento. Lo si dice per sottolineare la necessità di comunicare ai giovani un’identità politico-valoriale da assimilare e da cui dipendere.

L’Occidente siamo noi, gli euro-atlantici, e occidentali sono i nostri valori (libertà, democrazia, tolleranza), così come tipico di questa parte del mondo è il background religioso ebraico-cristiano (sintetizzato nella Bibbia) che ci caratterizza rispetto ad altri contesti (l’Oriente asiatico), che tali princìpi non hanno generato, non sempre possiedono e talvolta neppure condividono.

Una storia nazionale identitaria dovrebbe essere la condizione di ogni forma di educazione alla cittadinanza e soprattutto di integrazione delle nuove leve di figli di immigrati nel nostro Paese, che, per sentirsi ed essere italiani, sono tenuti a condividere teoricamente e praticamente la genesi della civiltà nella quale si trovano a vivere.

La transizione da una semplice istruzione statale a un’educazione nazionale solleva non pochi problemi che meriterebbero un più ampio dibattito, il quale, sgombrato il campo dalle considerazioni di carattere politico, si potrebbe o dovrebbe restringere a motivazioni prettamente educative.

Queste ultime presentano, a loro volta, uno spettro molto ampio, che si può tradurre in una serie di domande: come conciliare una proposta didattica con il retroterra familiare, che avrebbe bisogno anch’esso di modificarsi insieme alla crescita culturale dell’alunno? Come integrare la storia nel complesso delle altre discipline? La persona dell’alunno che si intende parte del processo educativo è tale perché ha svolto un itinerario conoscitivo o perché, nell’incontro con un docente, si è immedesimata nei suoi criteri di giudizio? Se veri entrambi, i due corni dell’ultima questione come possono stare insieme?

Tornando alla storia dell’Occidente, inoltre, occorre precisare che, se buone sono le intenzioni che presiedono all’operazione di riscatto della sua tradizione, in pratica, dato che l’Occidente è un’idea piuttosto che un luogo, inevitabilmente una storia occidentale, dovendo agganciarsi da qualche parte, finisce per essere euro-atlantica, se non eurocentrica. Cioè incentrata sulle conquiste culturali, politiche e tecnologiche che hanno caratterizzato l’allargamento della sfera europea al resto del mondo. Non che questo non sia plausibile, ma non è sufficiente a giustificare il nucleo fondante della storia.

La premessa fondamentale di ogni tipo di interesse per la storia, infatti, è la sua duplice natura: storia come successione di fatti contingenti e storia come luogo dell’espressione umana della speranza di un cambiamento delle presenti condizioni di vita, allo scopo di renderle migliori e più confacenti alle fondamentali esigenze umane.

Se ci si limita al primo piano, quello dei fatti e delle loro intrinseche connessioni (politiche, economiche, sociali), la storia appare come dominata quasi esclusivamente dalle logiche del potere, dalle ragioni dei vincitori, dall’annullamento del valore delle singole personalità nel mare nullificante del determinismo storico (storicismo).

Occorre che la storia e la sua interpretazione si aprano anche al piano della ricerca, da parte dell’uomo, di una vita più degna di essere vissuta su questa terra, per la quale, generazione dopo generazione, gli uomini hanno lottato, hanno combattuto, si sono uniti e scontrati in un anelito insopprimibile che deriva dalla loro natura e che trova proprio nella storia un ambito di massima esplicitazione.

Pur essendo strettamente intrecciate, perché lo storico si deve pur basare su fatti realmente accaduti e non su intenzioni, le due dimensioni devono essere salvaguardate nella loro specificità. Saranno i fatti a dimostrare quanto e come la ricerca della felicità (non solo economica, ma anche morale e spirituale) abbia promosso la messa a punto di condizioni e situazioni che si avvicinano al fine previsto; nello stesso tempo, saranno i fatti a ergersi come giudici inappellabili di successi o drammatici fallimenti di progetti che si ritenevano elevati e che invece hanno compromesso, nel loro svolgimento, la premessa iniziale, magari buona e degna di essere presa in considerazione.

La storia non fa sconti e l’intersecarsi delle due dimensioni, il dato presente e l’aspettativa del futuro, falsamente rappresentate da una certa storiografia come se l’una, il dato materiale, fosse più importante dell’altra, l’anelito ideale, mostra quanto sia importante calibrare anche le interpretazioni, in modo che risultino evidenti i passaggi e le dinamiche che hanno coinvolto persone, popoli, intere società.

Occorre riproporre e riordinare una narrazione storica in cui si mostri che l’agitarsi dei popoli e delle società non è mai fine a se stesso, né prodotto dal rovesciarsi continuo della storia su se stessa, come in un eterno moto perpetuo, ma è spesso condizionato da forti aspettative riguardanti il tempo della costruzione o ricostruzione di ambiti di vita comunitaria, in cui sempre più le persone siano riconosciute per quello che sono: un valore non solo economico, ma antropologico, culturale, spirituale.

Il fallimento o la decadenza di costruzioni politiche e assetti che si ritenevano unici e uniformanti sono spesso opera di cause impreviste: la rottura di certi schemi, l’emergere improvviso di personalità non allineate, l’esplosione di contraddizioni nel perseguimento dei fini, per cui si è coniata l’espressione “eterogenesi dei fini”, per indicare proprio la resa delle ideologie deterministiche e dei loro autori rispetto al verificarsi del contrario di ciò che era previsto sulla carta.

La ricerca della felicità ha bisogno di interpreti che siano all’altezza dei desideri umani. Nella storia è invece accaduto che le più grandi aspettative di miglioramento della condizione umana, anziché aprire una domanda sulla natura del desiderio di cambiamento, abbiano subìto un processo di annichilimento, rendendosi funzionali all’affermazione di entità autonome, autosufficienti, amorali: lo Stato e il Partito Rivoluzionario.

È infatti accaduto che l’assalto al Cielo delle filosofie esistenziali e politiche dell’Ottocento, eredità del pensiero rivoluzionario francese, abbia prodotto, in parte, l’assorbimento o l’annullamento della dimensione dell’Imprevisto entro la sfera dell’azione umana, progressiva e distruttiva degli assetti precedenti. Abbia cioè determinato, per alcuni tratti del percorso umano, la gestione della totalità della vita umana da parte dello Stato o del Partito Rivoluzionario.

Nello sviluppo della storia generale dell’Otto-Novecento si coglie molto bene questo tipo di rovesciamento, per cui le aspettative umane sono concentrate non più sullo sforzo di comprendere quale compito abbia affidato all’uomo il fattore della Creazione, dalla quale egli dipende in ultima istanza, ma sul tentativo di reperire nell’azione stessa del cambiamento o della costruzione di uno Stato onnicomprensivo le ragioni di una totale indipendenza rispetto al dato originario, al dato di partenza.

Dal punto di vista politico, la storia contemporanea è storia dell’affermarsi quasi universale dello Stato-nazione che sostituisce le monarchie universali. La fiducia nei confronti di questa entità, che unisce un popolo a un territorio fornendo gli strumenti organizzativi, è pressoché generale. Solo alcune inascoltate “autorità” e, fra queste, la Chiesa ammoniscono le coscienze relativamente all’eccesso di potere attribuito allo Stato. Il naufragio dei progetti porta alle guerre, ai contrasti tra popoli e Stati, alle rivoluzioni.

Ne esce, a metà del Novecento, un mondo che sembra credere meno nei valori onnicomprensivi dello Stato e del Partito unico-rivoluzionario e molto più nella democrazia parlamentare-costituzionale. La progressiva deresponsabilizzazione dei popoli rispetto alla sfera pubblica ha comportato, oggi, problemi di sfiducia nei confronti della democrazia.

Questo breve percorso dimostra che insegnare storia ha anche un peso educativo. Non si tratta di fare una storia moralistica, ma, al contempo, non è possibile inaridire la storia insegnata privandola del valore esemplificativo. Da tutto questo deriva che nella scuola ci sia bisogno di una storia narrativa, dinamica, generale e non troppo appiattita sull’eurocentrismo, capace di intercettare le più profonde domande dei giovani, aperta alla speranza e non ridotta a schemi, che non presentano, a ben vedere, altra grammatica che quella del ritorno del sempre uguale e del sempre identico.

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