di Salvatore Abbruzzese, il Sussidiario, 9.1.2026.
Studenti impreparati all’università, oltre il “tutti promossi” c’è un baratro causato da 3 ragioni. Le matricole sono come “libri aperti” nei quali si possono leggere le cause della loro impreparazione. Che dipende dalla scuola e dalle famiglie
La scuola italiana sta attraversando un momento di verifica tanto necessario quanto inevitabile. Il tentativo di selezionare le domande di iscrizione alle facoltà di medicina non più attraverso il superamento di test delegati a services esterni, bensì tramite esami interni concentrati nel primo quadrimestre, ha reso visibile ciò che già da diversi anni era stato apertamente segnalato: la caduta verticale dei saperi e delle conoscenze acquisite.
In pratica e detto brutalmente, da molti anni le nostre scuole secondarie formano poco e verificano ancora meno. Accanto a studenti molto bravi e in qualche caso francamente eccezionali, queste diplomano anche allievi molto meno capaci, fino a promuovere delle manifeste insufficienze.
I risultati sono imbarazzanti, in quanto è l’intero sistema scolastico nel suo insieme a suscitare perplessità e le reazioni non mancano di affiorare. Alla crescente sfiducia del mondo del lavoro verso i neo-diplomati si somma lo smarrimento nelle famiglie che vedono i propri figli persi nelle nebbie di conoscenze approssimative e corrono ai ripari cercando competenze aggiuntive, stages di qualificazione, lauree triennali immediatamente professionalizzanti.
A questo si aggiunge la frustrazione degli studenti stessi, che si vedono culturalmente svalutati, e l’umiliazione degli insegnanti, accusati di colpevole sprovvedutezza, quando non addirittura di manifesta irresponsabilità nell’avere nascosto sotto il tappeto del diploma dato a tutti le insufficienze manifeste dei propri allievi (si veda a tal proposito l’articolo di Carlo Bellieni).
Un tale scenario non è facilmente modificabile: la semplificazione dei percorsi di apprendimento e la rinuncia alla selezione non sono solo il risultato di un “libera tutti”, sottoscritto con colpevole entusiasmo da studenti e genitori, bensì l’esito di lungo periodo di declino caratterizzato da almeno tre elementi contestuali che precedono la scuola e l’hanno travolta spegnendone l’anima: il desiderio di conoscenza che dovrebbe caratterizzarla.
1) Il primo elemento contestuale è dato dall’affermarsi di una società mestamente utilitaria, nella quale il processo di ottimizzazione dei tempi e dei risultati è alla base dello sviluppo di una comunicazione puramente visuale, volta alla semplificazione dei contenuti che, disabituando alla lettura, ha reso i libri degli strumenti sempre più obsoleti e sempre meno utilizzati.
Più in generale l’ottimizzazione dei tempi e dei risultati premia la superficialità e rende superfluo ogni approfondimento. Una tale “riduzione all’essenziale” ha portato a non premiare adeguatamente l’accuratezza e la precisione, a non assicurare una sufficiente distanza nei confronti di preparazioni affrettate o delle semplici ripetizioni nozionistiche, incrinando così ogni meritocrazia e ponendo le premesse per il disimpegno latente di molti.
2) Il secondo elemento contestuale è dato dalla diminuzione fisiologica degli iscritti dovuta al calo della natalità. La necessità di mantenere aperte singole sezioni altrimenti destinate alla chiusura con il conseguente mancato rinnovo degli incarichi per i docenti a contratto, pone le inevitabili premesse per l’attitudine a promuovere piuttosto che a respingere, a fare affidamento ai recuperi futuri piuttosto che a intercettare e sanzionare le insufficienze già presenti. Ciò ha portato inevitabilmente ad un alleggerimento dei doveri e ad una semplificazione dei compiti.
3) Il terzo elemento di contesto è costituito dal mutamento avvenuto intorno al lavoro dello studio. La costante presenza di alternative in termini di svago, la sollecitazione costante della curiosità attraverso lo smartphone, le mille incursioni dei nuovi contenuti immessi sui social rendono le ore di studio in casa sempre più insidiate da distrazioni di ogni genere. In assenza di biblioteche di facile accesso o della possibilità di utilizzare le aule scolastiche nelle ore di non lezione, lo studio realizzato tra le sole pareti domestiche si rivela sempre meno efficiente.
L’interazione tra questi elementi di contesto costituisce la base per ogni disimpegno scolastico fino al punto da rendere, tanto lo studio quanto l’insegnamento, delle iniziative controcorrente: altrettanti slanci di encomiabile vitalità in un universo presidiato dall’indifferenza e dall’omologazione al ribasso di ogni sincero entusiasmo per la conoscenza.
In estrema sintesi, semplificazione dei percorsi formativi, diminuzione degli iscritti a causa della crisi della natalità ed espansione illimitata e incontrollabile dell’industria dello svago e dell’intrattenimento minano alle basi ogni percorso formativo e qualunque tentativo di recuperare un maggiore rigore in quest’ultimo giungendo a giudizi più realistici (o se si preferisce, più severi) circa la valutazione delle conoscenze acquisite è destinato a fare i conti con tutti e tre questi elementi in interazione tra loro.
Qualsiasi rincorsa alla rigidità dei giudizi nei confronti di una società approdata al disincanto della “razionalità strumentale” e all’industria dei passatempi di massa costituisce un’arma spuntata. Serve certamente “motivazione e umanità” come suggerisce Bellieni, ma per combattere una “scuola fasulla” occorrono modifiche radicali tanto sul piano della qualificazione dei docenti, liberandola dalle funzioni indecenti di serbatoio occupazionale alle quali è stata confinata, quanto su quella degli studenti, da riparametrare nel loro desiderio di capire il reale, più che in quello di semplici “utenti” di un servizio formativo.
Qualsiasi ritorno all’impegno nello studio nelle scuole secondarie non può infatti essere preteso senza un recupero della centralità delle conoscenze. E ciò non può realizzarsi nelle aule se non si afferma anche tra le cattedre: la centralità dello studio transita necessariamente per il riconoscimento della competenza di chi insegna e del desiderio di conoscenza di chi ascolta. Qualsiasi diminuzione nell’importanza dell’uno come dell’altro costituiscono importanti segnali di allarme.
Ma anche queste centralità non possono imporsi per decreto legge. A tutte le lodevoli iniziative volte a recuperare efficacia pedagogica, riconoscimento delle competenze, incremento delle motivazioni e sviluppo della persona, devono fare da premessa delle “ragioni forti” per motivare di nuovo l’impegno allo studio dopo decenni di costante dequalificazione.
Queste ragioni forti non possono essere cercate sul solo piano della utilità strumentale, ma rendono necessario un radicale riposizionamento della scuola nella gerarchia degli interessi della società intesa come collettività politica.
Prima di essere uno strumento di formazione ai fini dell’inserimento nel mondo del lavoro e quindi di mobilità sociale, la scuola infatti risponde innanzitutto al desiderio di conoscenza presente nell’uomo ed alla volontà di integrazione nell’ambiente morale al quale si sente di appartenere. Ed è su questa ragione prima, decisamente la più importante, che ogni investimento sulla scuola diventa decisivo per lo sviluppo della società e la migliore assicurazione per il futuro di quest’ultima.
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