Sulla formazione degli insegnanti

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di Maurizio Tiriticco,  ScuolaOggi Sabato, 14.12.2015.   

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E’ noto il modello che Harold Lasswell adottò nel lontano 1948: “Who says What inWhich channel to Whom with What effect?”, ovvero “Chi dice cosa attraverso quale canale, a chi e con quale effetto?”. E che costituisce la regola di ogni buon giornalista, ovvero, a mio parere, oggi, di chiunque voglia dire e scrivere qualcosa… nonché – e non è cosa strana – insegnare.

Si apriva così quella grande stagione dei mass media che nel 1964 Marshall McLuhan suggellò con quell’Understanding Media: The Extensions of Man, che ha rivoluzionato i modi dello scrivere – e del pensare e del comunicare – in un’epoca che mandava in soffitta i caratteri mobili di Gutemberg. E oggi il Pc e le Tic hanno fatto il resto… e continuano, e con maggiore insistenza, per giunta!

La ricerca scientifica e tecnologica procede sempre più spedita e in misura sempre più geometrica. Gli stessi saperi si arricchiscono sempre più. Nascono discipline sempre nuove, perché si moltiplicano i modi stessi e le forme del reale con cui ci misuriamo giorno dopo giorno. Ebbene, in questo scenario così mobile e sempre cangiante, la nostra scuola o meglio il nostro “Sistema nazionale di istruzione e formazione” – è l’epigrafe della legge 107/2015 – non solo stenta a diventare Sistema, ma rischia anche di non essere più neanche Scuola. Il Pasticciaccio brutto si è trasferito da Via Merulana a Viale Trastevere! E la cosiddetta Buona scuola, così come delineata in 212 commi di un unico articolo 1, sfugge davanti ai nostri occhi come quella cometa che in questi giorni Gaspare, Melchiorre e Baldassarre stanno inseguendo per raggiungere la grotta del Salvatore. E non è un caso che oggi editori su editori stanno facendo a gara per presentare vulgate della legge per renderla accessibile non dico ai più, ma agli stessi uomini e donne che la scuola la fanno giorno dopo giorno… e forse anche agli anonimi che l’hanno scritta.

Il fatto è che la legge non affronta per nulla il necessario riordino di quei gradi e di quegli ordini di scuola che da sempre spezzettano in verticale e in orizzontale percorsi di studio e discipline che, invece, dovrebbero essere ricondotti ad una vision unitaria e a finalità omogenee, pur nella differenziazione di quelle COMPETENZE – le maiuscole sono d’obbligo – di cui tanto si parla, ma che nessuno sa bene che cosa siano e come debbano essere CERTIFICATE. E’ una legge che, invece di andare verso una direzione da sempre attesa e necessaria, va da tutt’altra parte, a impasticciare ulteriormente una macchina organizzativa che invece necessiterebbe di coraggiosi alleggerimenti.

Comunque, a prescindere da ogni valutazione di merito, mi piace ricordare che la FCS, la Formazione Continua in Servizio degli insegnanti, viene formalmente sancita come obbligatoria in due commi della citata legge, il 121 e il 124. In quest’ultimo leggiamo testualmente: “Nell’ambito degli adempimenti connessi alla funzione docente, la formazione in servizio dei docenti di ruolo è obbligatoria, permanente e strutturale. Le attività di formazione sono definite dalle singole istituzioni scolastiche in coerenza con il piano triennale dell’offerta formativa e con i risultati emersi dai piani di miglioramento delle istituzioni scolastiche previsti dal regolamento di cui al dpr 80/2013, sulla base delle priorità nazionali indicate nel Piano nazionale di formazione, adottato ogni tre anni con decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, sentite le organizzazioni sindacali rappresentative di categoria”.

Indubbiamente è positivo il fatto che venga sancito l’obbligo di una formazione che, oggi e sempre più domani, deve durare per tutta la vita, e non tanto per legge, quanto per necessità. Come si suol dire, la zappa ha resistito millenni, ma il cellulare cambia giorno dopo giorno. Il problema si pone oggi per qualsiasi operatore, dal dentista al chirurgo, dall’impiegato mezze maniche al meccanico che da tempo ha cessato di essere “vile”, e financo all’insegnante. Anzi, soprattutto all’insegnante, che non ha che fare con oggetti o con carte da riempire – anche se, purtroppo ne deve riempire sempre di più – ma con cervelli sempre più “informatizzati” e con personalità in sviluppo/crescita/apprendimento sempre più complesse. La società oggi non ci “regala” più solo Gianni e Pierini – per dirla con Don Lorenzo – ma una casistica di alunni che portano con sé bisogni sempre più articolati, dai disagi famigliari alle culture e alle lingue sempre più diverse. Forse la stessa ricerca pedagogica oggi non è in grado di fornire strumenti adeguati. Bruner e Morin forse volano troppo alto. Anche il buon Piaget e i suoi 4 stadi sembrano aver fatto il loro tempo; e la polemica con Vygotskij sembra roba da preistoria, se è lecito scherzare con i santi!. In uno scenario così ricco, la stessa differenza tra formazione iniziale e formazione continua sembra superata: ormai la formazione è continua, comunque, da sempre e per sempre. E non è obbligatoria per legge, ma obbligatoria di fatto.

I nodi fondanti della formazione docente, oggi, iniziale o continua che sia, a mio giudizio sono molti, ma… E’ doveroso ricordare in premessa che in qualsiasi interazione umana il campo della comunicazione e i ruoli sociali condizionano fortemente lo scambio delle informazioni. Un contesto famigliare e il ruolo di un padre, come un contesto lavorativo e il ruolo di un capo, come un contesto scolastico e il ruolo di un insegnante sono sempre variabili da considerare. E le stesse “distanze interpersonali”, di cui alla prossemica di Edward Hall, non sono affatto indifferenti. Per non dire poi della cronemica [1]. Fatto sta che una informazione ex cathedra resa alle 9 del mattinonon ha lo stesso valore o peso della stessa informazione scambiata in pizzeria alle 9 di sera.

Contesti e ruoli sono, quindi, le prime variabili di cui l’insegnante di una vera Buona scuola deve tener conto. In altri scritti ho sempre accennato ai tradizionali condizionamenti delle tre C, la Cattedra, la Classe e la Campanella. La cattedra rende prigioniera una disciplina; la classe imprigiona le età e crea, di fatto e di diritto, promozioni e bocciature; la campanella veicola tempi eguali per tutti indipendentemente dalle reali necessità di apprendere. Il fatto è che, dopo l’Unità, i governi savoiardi si son dati un gran da fare per rendere obbligatori la scuola e il servizio militare, e hanno costruito caserme e scuole con analoghi criteri. Oggi, a tanti anni di distanza le caserme le abbiamo dismesse, ma le scuole resistono, e come, anche se spesso, sotto il profilo edilizio, cadono a pezzi. E la legge 107, purtroppo, eroga fondi per l’edilizia scolastica, ma lascia inalterati gli ordinamenti di sempre.

In tale contesto sostanzialmente immutato sotto il profilo ordinamentale e organizzativo non sarà facile avviare attività di formazione insegnanti che incidano come si dovrebbe su abitudini inveterate e che solo contesti “altri” e “diversi” metterebbero in seria discussione. Già riuscire a rendere chiare ed evidenti le tre W di Lasswell sarebbe un ottimo avvio. Ma lo spazio è tiranno e l’hardcore del mio pensiero e una concreta proposta operativa, li rinvio, come si suol dire, a una prossima puntata.



[1] Si veda quel bel volume di Bruno Zucchermaglio, Dalla cronemica all’aptica, la percezione del tempo e dello spazio per una didattica interculturale, Booksprint Edizioni, Salerno, 2012.

Sulla formazione degli insegnanti ultima modifica: 2015-12-16T05:15:31+01:00 da Gilda Venezia
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