To open or not to open? This is the question…

di Antonio Antonazzo, Professione Docente, Numero I, anno XXXI,  gennaio 2021.

Le indicazioni dell’Unicef sulle scuole necessitano sia di una solida capacità organizzativa che di cospicui finanziamenti iniziali oltre che una fondamentale attività di raccolta ed analisi dati in tempi reali in modo da garantire rapidamente un corretto intervento in corso d’opera.

Gilda Venezia

Dall’inizio della pandemia legata al COVID 19, l’UNICEF ha periodicamente monitorato la situazione scolastica nel mondo mediante la pubblicazione di interessanti report riassuntivi, l’ultimo dei quali è stato pubblicato il 29 ottobre.

Da questo report si evidenzia in maniera chiara e lampante quanto quest’emergenza sanitaria stia accentuando sempre più le distanze tra i paesi a medio e basso reddito rispetto a quelli a reddito superiore, con evidenti ripercussioni a livello globale che potrebbero vanificare in futuro anni e anni di sforzi per la scolarizzazione dei paesi in via di sviluppo.

Secondo i dati forniti dall’UNICEF, sono circa 1 miliardo e mezzo gli alunni nel mondo che son dovuti rimanere a casa a causa della chiusura delle scuole e sono quasi 500 milioni gli studenti che non hanno potuto usufruire in nessun modo della didattica a distanza. Seppur in maniera ridotta, queste differenze si riscontrano anche nei paesi ad alto reddito. In Italia, ad esempio, solo il 6,1% delle famiglie dispone di un computer per ogni componente.

E ancora oggi, a quasi un anno dall’inizio dell’emergenza sanitaria, soltanto i 2/3 degli stati hanno riaperto, almeno parzialmente, le scuole mentre per il rimanente terzo di stati, concentrati in particolar modo nell’America latina, ciò non è ancora avvenuto, da cui la preoccupazione dei dirigenti dell’UNICEF che, di fronte alla devastazione che la pandemia sta provocando all’istruzione, chiedono a gran voce ai Governi di dare la massima priorità alla riaperture delle scuole e fornire le indispensabili opportunità di recupero per le attività didattiche non svolte.

Ovviamente, questa priorità deve essere accompagnata da tutte le misure necessarie a garantire un rientro a scuola in sicurezza senza rischi eccessivi di ulteriore diffusione dei contagi. Per contribuire a questo obiettivo, l’UNICEF ha presentato delle linee guida molto det- tagliate e puntuali che vanno ben al di là del semplice dibattito tra mascherina si o mascherina no o all’acquisizione di banchi singoli a rotelle. Nella stesura delle linee guida elaborate, l’UNICEF distingue nettamente tre momenti: prima della ria- pertura, processi di riapertura, dopo l’apertura. Di seguito riportiamo in sintesi alcune di queste indicazioni:

Gilda Venezia

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Molte delle nazioni europee e mondiali hanno provveduto a predisporre delle procedure molto simili tra di loro. In Francia si è previsto l’obbligo delle mascherine per il personale, ma non per gli studenti, ad eccezione di quelle attività che avvengono a meno di un metro di distanza; in Spagna invece le mascherine sono obbligatorie per tutti, si è attuato un calendario di rientro scaglionato e si è cercato di ridurre il numero di alunni per classe; in Germania, ogni Länder ha deciso in autonomia ma per lo più tutti hanno deciso per l’uso obbligatorio delle mascherine e per rigide misure di distanziamento prevedendo, inoltre, il controllo massiccio del monitoraggio del contagio tramite test virologici periodici per gli alunni. In Gran Bretagna, oltre alle disposizioni sul distanziamento sociale, il Governo ha invitato tutti gli alunni a recarsi a scuola in bici o in auto accompagnati dai genitori. In Cina, dopo un lungo periodo di chiusura, il rientro è avvenuto con l’uso obbligatorio di mascherine, con distanziamento e sociale e con l’istituzione di classi più piccole. In molti Stati, si è previsto di aumentare gli organici. In altri, quali la Svezia, non ci sono restrizioni ufficiali, ma solo indicazioni di massima e appelli al senso civico.

Non sembra quindi che, banchi a rotelle a parte, le misure adottate in Italia siano particolarmente difformi da quelle elencate per gli altri Stati. C’è da chiedersi però il perché queste misure funzionano in alcuni casi e sono lacunose in altri.

La risposta a tale domanda può essere dedotta da una lettura più attenta delle indicazioni prodotte dall’UNICEF dalle quali si nota subito che, per essere efficaci, esse necessitano sia di una solida capacità organizzativa che di cospicui finanziamenti iniziali oltre che una fonda- mentale attività di raccolta ed analisi dati in tempi reali in modo da garantire rapidamente un corretto intervento in corso d’opera.

Non è un caso che lo Stato che ha ottenuto i migliori risultati per la riapertura delle scuole sia stato il Giappone che, grazie alla sua efficienza organizzativa è stato in grado di garantire ai suoi alunni un rientro per lo più regolare mediante il metodo delle 3 T (testa-traccia-tratta).

La situazione che viviamo in questi giorni in Italia dove assistiamo ad un dibattito tra chi vorrebbe tenere aperte le scuole a tutti i costi e chi, invece, ritiene che non ci siano le condizioni per effettuare tale scelta, nasce probabilmente da una cattiva gestione di tutti i pre – requisiti necessari a coniugare sicurezza sul posto di lavoro e diritto ad una didattica in presenza. Provvedimenti quali l’assunzione di personale ag- giuntivo COVID o l’istituzione di un referente COVID in ogni scuola si sono dimostrati non privi di problematiche e disagi. Il personale aggiuntivo assunto a settembre, deve ancora percepire il primo stipendio a causa di un mancato adegua- mento tra gli strumenti informatici del MEF e quelli del Ministero dell’Istruzione, mentre i referenti COVID si trovano del tutto impreparati oltre che inadeguati a gestire una situazione drammatica quale quella attuale.

Il collegamento con le ASL è stato spesso difficoltoso con il risultato che la gestione delle quarantene o del tracciamento del contagio è andato in tilt da subito.

Il sistema dei trasporti è stato a lungo dibattuto tra Governo e Regioni con il raggiungimento di un compromesso dagli aspetti più di equilibrismo politico tra poteri piuttosto che di reale ricerca di soluzioni adeguate.

Nessuno è a conoscenza dei reali dati relativi alla diffusione del contagio a scuola, dati fondamentali per qualsivoglia decisione si debba prendere in relazione alla sicurezza sul posto di lavoro.

Non ci sono stati adeguati finanziamenti per la formazione del personale con il risultato di un fai da te spesso deleterio e frammentario. Le indicazioni riguardo la gestione del personale in quarantena o contagiato sono state poco chiare e spesso hanno subito modi- fiche temporali anche a causa di interventi differenziati a livello locale con interpretazioni difformi da un’ASL all’altra…

L’elenco potrebbe ancora continuare a lungo, ma il tutto si riduce al fatto che la gestione della riapertura scolastica è stata caratterizzata da una sterile e poco proficua discussione mediatica sui vari social a discapito di una seria e puntuale programmazione del rientro scolastico in sicurezza.

Il continuo dibattito shakespeariano a distanza tra scuole aperte sì o scuole aperte no, senza le necessarie misure organizzative e finanziarie previste dalle linee guida dell’UNICEF, si prefigura come il voler riempire d’acqua un secchio bucato alla base, buono solo ad alimentare il fiume di parole che quotidianamente si riversano nell’oceano dei media senza intaccare minimamente il nocciolo della questione.

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To open or not to open? This is the question… ultima modifica: 2021-01-03T04:03:19+01:00 da Gilda Venezia
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