Un miliardo e mezzo di studenti a casa. Fino a quando?

Il Corriere della sera, 16.4.2020

Facciamo “zoom” sulla scuola al tempo del coronavirus, dall’Italia al Tagikistan, ma soprattutto in America e in Cina, perché questo Speciale nasce come idea di Michele Farina per la newsletter “America-Cina” del Corriere della Sera . Dall’asilo all’università, un miliardo e mezzo di bambini, ragazzi e giovani in tutto il mondo sono a casa: è il 91 per cento della popolazione studentesca. La didattica a distanza non è uguale per tutti: allontana e penalizza gli studenti più deboli. Quanto durerà? C’è chi sta già riaprendo e chi invece rimanda a luglio gli esami, e a settembre il ritorno sui banchi. Tutti, soprattutto, si domandano se i problemi siano destinati a ripresentarsi in autunno.


Didattica a distanza, così troppi bambini diventano invisibili

di Orsola Riva

Il colpo d’occhio è impressionante. Di tutto il planisfero solo 4 Stati sono in azzurro: Bielorussia, Tagikistan, Turkmenistan e Nicaragua. Azzurri vuol dire che hanno le scuole aperte. Poi ci sono tre macroaree rosa (chiusure localizzate): Nordamerica e Groenlandia, Russia e Australia. Tutto il resto del mondo è in lilla: lilla uguale a scuole e università sbarrate . E’ questa la cartina aggiornata del mondo della scuola bombardato dal Covid-19. La trovate sul sito dell’Unesco che dall’inizio dell’emergenza monitora quotidianamente i dati.

Dall’asilo all’università, parliamo di un miliardo e mezzo di bambini, ragazzi e giovani a casa: il 91 per cento della popolazione studentesca. Noi, intesi come l’Europa, siamo un’unica area violetta fra il rosa dell’America di Trump e quello della Russia di Putin (con l’eccezione della Danimarca che per prima mercoledì 15 aprile ha riaperto nidi, materne ed elementari). Basta ingrandire la cartina e puntare il mouse su ciascuno Stato per leggere i numeri: 10, 8 milioni di studenti a casa in Italia, 15,4 in Francia, 15,3 in Germania, 9,7 in Spagna e così via. Ovunque le scuole e le università sono chiuse, anche se almeno noi europei abbiamo attivato la cosiddetta didattica a distanza che naturalmente non può supplire alla scuola ma almeno impedisce ai nostri ragazzi di perdere il conto dei giorni tutti uguali come succede a chi viene sequestrato a lungo.

Ma c’è un ma. Le lezioni digitali non raggiungono tutti allo stesso modo. Anche in Italia un milione e mezzo di studenti su otto è rimasto tagliato fuori. Il governo – è vero – ha stanziato 70 milioni per assicurare a tutti dispositivi adeguati e collegamenti decenti. Ma è chiaro che per quanto efficiente (soprattutto coi più grandicelli, diciamo dalle medie in su), la didattica da remoto non può che amplificare le diseguaglianze di partenza. Lo dice l’Unesco, con sguardo globale, dall’Asia all’Africa al Sudamerica, ma è un allarme sollevato anche dalle cancellerie europee. In Germania il governo ha accolto il consiglio degli esperti dell’Accademia leopoldina delle Scienze che raccomandavano la riapertura delle scuole il prima possibile: d’accordo con i vari laender, si è deciso di riaprire gradualmente a partire dal 4 maggio, cominciando con gli studenti degli ultimi anni delle superiori e delle elementari. In Francia Emmanuel Macron ha annunciato alla nazione la riapertura delle scuole dall’11 maggio. E il suo ministro dell’Istruzione Michel Blanquer ha precisato che si darà la precedenza agli alunni che vivono nelle zone più in difficoltà.

E da noi chi sono gli studenti più a rischio? Sono quelli che già alla fine della terza media hanno accumulato un ritardo difficilmente recuperabile. Quelli che finiscono sulle prime pagine dei giornali quando l’Invalsi pubblica il suo rapporto annuale a luglio e poi ce li si dimentica. Quanti sono quelli che non raggiungono la sufficienza nei test standardizzati ? Uno su tre su base nazionale, ma in alcune regioni del Sud sono addirittura la metà: la metà dei quattordicenni calabresi e campani non sa leggere né scrivere né far di conto.

Sarebbe bello che si approfittasse di quest’emergenza sanitaria per attuare un ambizioso piano di rilancio della scuola pubblica. Magari, come ha suggerito nei giorni scorsi il pedagogista Daniele Novara, mettendo in piedi una commissione, sul modello della task force Colao, fatta di esperti dell’educazione (pedagogisti, psicologi, esperti di didattica). La ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina ieri ha risposto all’appello annunciando via Facebook l’istituzione di un ambizioso tavolo di lavoro che dovrebbe non solo traghettare le scuole verso la riapertura ma addirittura costruire una nuova idea di scuola. Si darà, per una volta, la precedenza a chi ha più bisogno?


America: i fortunati e gli assenti

di Viviana Mazza

Il coronavirus sta colpendo con particolare violenza i più poveri in America, in molti modi. Uno di questi è l’istruzione dei loro figli. In alcune scuole secondarie, meno della metà degli studenti partecipa regolarmente alle lezioni a distanza via web.

L’assenteismo scolastico è un fenomeno già diffuso (e non solo negli Usa), ma con questa crisi si sta verificando in numeri mai visti prima tra le famiglie meno abbienti, che spesso non hanno il computer a casa, l’accesso a internet, dove manca la supervisione di un adulto e gli adolescenti devono badare ai fratelli più piccoli mentre i genitori continuano a lavorare fuori casa in settori «essenziali».

Lo raccontano i primi dati pubblicati dalle scuole secondarie, e le interviste fatte dall’esperta di istruzione del New York Times Dana Goldstein, autrice del saggio «The Teacher Wars», insieme a Nikole Hannah-Jones, giornalista specializzata in disuguaglianze razziali. Il problema riguarda piccoli e grandi distretti, da Mindford, Ohio, tra i boschi dove internet non arriva, fino a Los Angeles, dove le scuole hanno fornito computer e accesso a internet a decine di migliaia di studenti delle superiori, eppure un terzo (40.000) non sono in contatto quotidiano con gli insegnanti e 15.000 sono del tutto irraggiungibili da metà marzo.

A Cleveland, Ohio, città con uno dei tassi di povertà infantile più alti in America, molti genitori continuano a lavorare fuori casa nei servizi alimentari e sanitari. Alcune scuole inviano ai ragazzi pasti quotidiani oltre a materiale stampato. In alcuni casi l’unico modo per raggiungerli è per telefono, chiamandoli uno per uno, e facendosi aiutare da un interprete se i genitori parlano swahili o spagnolo.

«Achievement gap». E’ lampante la differenza tra queste realtà e i distretti scolastici più agiati, dove gli studenti sono presenti al 100% nel «distance learning». La conseguenza: un crescente divario nei risultati scolastici tra ricchi e poveri.

Gli educatori sono preoccupati per il lavoro enorme che li aspetta per aiutare chi è rimasto indietro. Potranno fare lezione in estate o anticiparle in autunno, portandoli a scuola in piccoli gruppi per mantenere le distanze?

Quanti studenti dovranno ripetere l’anno? E’ giusto bocciarli se questa situazione non è colpa loro? Non ci sono precedenti: disastri come l’uragano Katrina o gli incendi in California hanno colpito solo alcune zone della nazione e per periodi di tempo limitati.


Università: la rivolta delle rette

di Massimo Gaggi

Il disorientamento delle prime settimane è diventato malessere: gli studenti delle costosissime università americane si sono rassegnati a lasciare i loro dormitori nei campus sotto la minaccia del coronavirus e hanno accettato di passare all’insegnamento in remoto: lezioni via YouTube e discussioni su Zoom. Ma ora, mentre i docenti più tecnologicamente attrezzati avvertono che questo sarà il new normal e affinano gli strumenti non solo per insegnare ma anche per condurre gli esami usando nuove tecniche (come le telecamere che riprendono a 360 gradi) per verificare che lo studente non copi durante i test, monta un vento di protesta che può sfociare addirittura in rivolta.

Tuition strike, lo sciopero delle rette dovute da molti studenti a fine aprile. Alla University of Chicago, accademia privata che costa 58 mila dollari l’anno (senza vitto e alloggio), 800 studenti, organizzati dal gruppo Fair Tuition, non vogliono pagare quella rata. Per loro le lezioni online sono un ripiego: materiale didattico riciclato dagli anni precedenti. Vale molto meno dell’insegnamento impartito nel campus e, quindi, deve costare meno. Quello di Chicago non è un caso isolato.

Protestano, ad esempio, gli studenti dei costosissime business school, da Stanford alla Wharton della University of Pennsylvania che fa pagare 160 mila dollari per un master biennale: 900 allievi hanno firmato una petizione per chiedere un rimborso almeno parziale. Situazione analoga nelle altre scuole per manager. I ragazzi pagavano molto per la qualità dell’insegnamento, ora degradato dal filtro di YouTube, ma anche perché una laurea prestigiosa garantiva un impiego ben retribuito.

Oggi, con un’economia che farà molta fatica a rimettersi in piedi, probabilmente non è più così. Generalmente gli atenei hanno accettato di limitare le tariffe residenziali, rimborsando – totalmente o in parte – le rate per l’affittodegli alloggi nei campus, ormai vuoti da un mese. Ma sulle rette tengono duro. Sostengono che i loro costi sono addirittura aumentati (inalterati quelli fissi, per il personale e per le borse di studio concesse, con in più gli oneri di disinfestazione e insegnamento digitale).

Un problema destinato a riproporsi in autunno: riaprire i campus o no? Le università devono prepararsi ai due scenari e dicono che spenderanno molto di più. Ma se si continuerà con le lezioni via computer, gli studenti non accetteranno di pagare di nuovo rette stellari.


Studenti cinesi bloccati all’estero

di Guido Santevecchi

Ci sono 350 mila ragazzi cinesi iscritti a college e università negli Stati Uniti. In Australia sono 200 mila. E altri 120 mila in Gran Bretagna. Per anni sono stati una risorsa di conoscenza per la Cina e una fonte vitale di finanziamento per istituti più o meno prestigiosi del sistema anglosassone (in sole rette i collegiali cinesi hanno versato nelle casse britanniche 1,5 miliardi di sterline l’anno scorso).

L’epidemia partita a Wuhan e diventata pandemia ha trasformato i 350 mila studenti cinesi negli Usa in ostaggi della paura, del risentimento e del pregiudizio. Quando a gennaio il Covid-19 sembrava ancora una faccenda cinese, lontana, gli studenti cinesi che indossavano la maschera nei campus universitari d’America venivano visti con sospetto, possibili portatori di virus. Poi sono stati bloccati i voli dagli Usa verso la Cina. E quando la situazione è migliorata nello Hubei e nel resto del loro Paese, è stata Pechino a ridurre drasticamente i collegamenti aerei, per timore dei contagi di ritorno. Decine di migliaia di ragazzi sono rimasti bloccati, tra corsi di studio saltati e ostilità intorno a loro.


Lo spauracchio del Gaokao

di Paolo Salom

Alcuni (in una decina di province di «frontiera») sono già tornati dietro ai banchi: quelli veri, non quelli virtuali dei pc. Ma i più, a Pechino, Shanghai, Canton, dovranno aspettare almeno fino a maggio la fine del coprifuoco per coronavirus. E tuttavia tutti – e quest’anno sono dieci milioni – i giovani cinesi che dovranno affrontare il gaokao, l’esame di ammissione alle università, hanno già da tempo cominciato a tremare. Non certo per timore della malattia.

Il gaokao, che si affronta una sola volta al termine delle superiori, è la porta di ingresso per una vita (professionalmente parlando) migliore. E’ difficilissimo, implacabile e definitivo: avere una votazione alta dopo due giorni di nove ore consecutive di test da risolvere (lingua, matematica, fisica, geografia, politica, storia ecc.) si trasforma nel privilegio di entrare negli atenei più importanti.

Non superarlo invece equivale alla prima, definitiva bocciatura della vita. Non sorprende dunque il tasso di ansia e nervosismo che spinge gli studenti cinesi a studiare senza sosta dall’alba al tramonto, aggiungendo lezioni private al curriculum (comunque pesante) scolastico «normale». Con l’aggravante, quest’anno, della sospensione per un mese e più delle lezioni in aula e, la novità, il rinvio di un mese dell’esame: da giugno al 7-8 luglio.

Una decisione nata certamente per consentire agli studenti di recuperare il tempo perduto ma che li costringerà a sudare nella canicola estiva cinese, oltre che a dover resistere per trenta giorni aggiuntivi allo stress pre esame.

Ricapitolando: il coronavirus ha falsato grandemente il normale corso dell’anno scolastico (come in gran parte del mondo, peraltro). E tuttavia, l’unica mossa per facilitare gli studenti è stata quella di rinviare l’appuntamento. Un paragone con la nostra maturità (si farà, non si farà, solo orale, online, tutti promossi, vedremo a settembre) è impietoso. Ma per tutto c’è una ragione.

In Cina la ragione si chiama Rivoluzione Culturale. Ovvero quei terribili dieci anni – dal 1966 al 1976, anno della morte di Mao Zedong – durante i quali la Repubblica Popolare si abbandonò ai proclami del Grande Timoniere che trasformarono (visto da Occidente) il Paese in un formidabile laboratorio politico, terra della «rivoluzione permanente» e della realizzazione dell’utopia comunista; mentre (visto dai protagonisti in Oriente) nella realtà la Cina precipitò in una anarchia violenta, con bande (di guardie rosse) l’una contro l’altra armate, processi sommari, epurazioni, omicidi e, soprattutto, l’abbandono degli studi per una intera generazione.

Milioni di studenti inviati, entusiasti, nelle remote campagne a «imparare dai contadini». Cosa? Essenzialmente a sopravvivere del nulla che le aree più povere di un Paese comunque in ginocchio avevano da offrire: fame, freddo, malattie, promiscuità e, per abbecedario universale, soltanto il Libretto Rosso con la summa delle citazioni di Mao.

E’ stato proprio questo choc nazionale a convincere i dirigenti post maoisti che l’istruzione doveva tornare a essere il fulcro della vita della nazione. E così è stato: senza laurea, in un Paese di un miliardo e 400 milioni di abitanti, si resta necessariamente ai margini, vincolati ai lavori più umili, agli stipendi più bassi. Le opportunità migliori sono riservate agli happy few, ai pochi (milioni) che ogni anno concludono i migliori cicli di studi all’Università di Pechino (Beida); Shanghai (Fudanda); Nanchino (Nanda) e così via. Questa è oggi la Cina: il coronavirus o altre tragedie (vedi la rivolta di piazza Tienanmen) non la fermeranno.


Didattica a distanza, così troppi bambini diventano invisibili

di Valentina Santarpia

Sei bambini collegati nella classe virtuale su diciotto. È successo a La Spezia, alla scuola primaria De Amicis, dove insegna Sara Marchetti, 41 anni: «Che avvilimento. Altro che didattica a distanza per tutti. La nostra è una scuola di frontiera, frequentata da tantissimi immigrati. Stiamo provando a raggiungerli in tutti i modi, anche per consegnare computer e tablet a chi non ce l’ha, ma è proprio difficile riuscire a volte a parlare con le famiglie. Alcune le abbiamo contattate per conoscenze, e abbiamo dovuto parlarci a voce, per far capire loro l’importanza di collegarsi e continuare le lezioni. È complicato». Sara racconta la punta dell’iceberg del rischio della didattica a distanza: che migliaia di bambini e ragazzi «spariscano» nel buco della non raggiungibilità. Per motivi di connessione, di mancanza di strumenti, semplicemente per difficoltà culturali e sociali che impediscono alle famiglie di comprendere che anche se le scuole sono chiuse, resta la necessità di educare e apprendere. Per l’Istat, la percentuale di famiglie senza computer supera il 41% nel Mezzogiorno, con Calabria e Sicilia in testa, ed è circa il 30% nelle altre aree del Paese. Ma esistono «sacche» di inadeguatezza di mezzi sparpagliate in tutta Italia. Non a caso il ministero dell’Istruzione ha stanziato ben 70 milioni, degli 85 totali, proprio per fornire agli studenti meno abbienti dispositivi digitali per la fruizione della didattica a distanza. Si tratta di computer e tablet che verranno dati in comodato d’uso gratuito, per poi essere restituiti alle scuole alla fine dell’emergenza. È possibile anche acquistare chiavette o Sim per la continuità e darle in comodato agli studenti: intestate alla scuola, ritorneranno anch’esse all’istituto alla fine dell’epidemia. Ma non sempre è facile. Tanto per cominciare, esiste un problema di consegna dei portatili: se gli studenti di scuole superiori li reclamano e si organizzano, quelli di scuole primarie, senza il supporto dei genitori, non sono in grado di attivarsi.

I tablet a casa

«Abbiamo consegnato subito 45 computer, grazie all’aiuto della Municipale, che avevamo a disposizione a scuola ai ragazzi che ne avevano bisogno, dando priorità a quelli delle quinte- racconta Patrizia Marini, preside dell’istituto Sereni di Roma – E cerchiamo di tenerci in contatto con chi ha telefonini di vecchia generazione anche con le chiamate giornaliere. Ma ci sono famiglie che non vogliono essere contattate. Come si fa? Forse ci vorrebbero mediatori culturali». Una proposta interessante, considerato che ci sono anche tanti progetti per bambini che erano già in difficoltà, e che ora rischiano di fermarsi: «Bambini con Dsa, figli di immigrati: rischiano d i rimanere indietro», conferma Marzia Calvano, dirigente dell’istituto Sassuolo 4° nord ovest. «Abbiamo provato a contattare alcune famiglie per proseguire il progetto di integrazione ma alcune non parlano neanche italiano. Per i device, ci siamo attivati subito: abbiamo consegnato 55 computer, non c’è stato alcun bisogno di fare graduatoria perché ne avevamo a sufficienza per chi lo ha richiesto, e ci siamo basati in questo momento non sull’Isee, ma sulla buona fede. Un altro problema però è la connettività: è complicato, devo intestare la Sim alla scuola, ma alcune compagnie obbligano a un contratto di due anni, che la scuola quindi continuerebbe a pagare anche finita l’emergenza». Alfonso D’Ambrosio, istituto comprensivo di Lozzo Atestino-Vo’Euganeo, ha risolto consegnando chiavette per la connessione da 5 e 10 giga, aiutato anche dalle banche locali e dai Comuni. Carlo Braga, preside dell’istituto Salvemini di Casalecchio sul Reno (Bologna) ha organizzato a scuola la consegna di una ventina di computer, e ha puntato sull’hot spot dei cellulari dei ragazzi per la connessione. Ludovico Arte, Marco Polo di Firenze, non sapeva come far arrivare i tablet ai ragazzi che non riuscivano a seguire la didattica a distanza: allora ha contattato la vicesindaca, che ha creato un ponte con la Protezione civile, e ha fatto consegnare i device casa per casa, dopo che erano stati preparati dai tecnici della scuola. «A chi ha difficoltà di connessione (ed economiche) rimborseremo il costo di acquisto della sim e del piano telefonico mensile: un altro piccolo segno di una comunità civile e solidale verso famiglie in difficoltà».

I rischi

Segnali di speranza e di partecipazione, ma che non cancellano quelle sacche di minoranza che nonostante gli sforzi della scuola di raggiungerli non riescono ad essere incluse: «Il piano nazionale per la scuola digitale prevedeva risorse per dotare le scuole di tecnologia, non gli studenti. E ora il problema emerge tutto nella sua drammaticità: ed è reale soprattutto per i piccoli, che non hanno capacità autonoma di mantenere il contatto con la scuola», rileva Dianora Bardi, presidente di ImparaDigitale. «E poi consegnare computer e tablet va bene, ma purché sia accompagnata da un’adeguata formazione, perché è proprio dove c’è il disagio che c’è il rischio maggiore che si verifichino gli effetti collaterali della tecnologia», aggiunge Marco Gui, coordinatore del centro di ricerca Benessere digitale dell’università Bicocca di Milano. «Si potrebbe fare a costo praticamente zero: noi ad esempio stiamo lavorando, proprio grazie a fondi stanziati da un bando Miur, all’educazione ai media. Basterebbe portare i risultati dei nostri progetti alle famiglie, ai docenti, nelle chat di classe, per migliorare il livello generale di utilizzo dei mezzi digitali». Il rischio? Che per alcune centinaia di bambini la scuola sia finita il 5 marzo. E non riprenda finché non si torna in aula.

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Un miliardo e mezzo di studenti a casa. Fino a quando? ultima modifica: 2020-04-17T05:32:45+02:00 da
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