Università telematiche: le critiche della Gabanelli e il supermarket dei crediti per insegnare

roars_logoRoars, 26.8.2020.

Gilda Venezia

Al tempo in cui il Covid costringe l’intero sistema universitario italiano a impartire la didattica a distanza e molti futuri studenti s’interrogano con i loro genitori sulle scelte da compiere per intraprendere il prossimo anno accademico, Milena Gabanelli (con Adele Grossi) ha riacceso i riflettori sul mondo delle Università telematiche italiane, tema che Roars ha seguito fin dai suoi primi anni di attività. Sulla Data Roomospitata sul sito del Corriere della Sera il 28 luglio scorso, è disponibile un intervento ampiamente documentato.

Cosa emerge dall’analisi della ex conduttrice di Report? Questi i dati salienti del mondo universitario voluto dal Governo Berlusconi durante il dicastero di Letizia Moratti nel 2003.

Le Università telematiche accreditate in Italia sono 11.

Esse contano (nel 2019) 110.000 immatricolati a fronte dei 1.690.000 e rotti delle Università tradizionali (nel 2018).

Per legge, esse possono impartire corsi di laurea in tutte le discipline, eccetto Medicina e chirurgia, Veterinaria, Odontoiatria. Il tentativo dell’ex ministro Fioramonti di estendere tale preclusione anche a Scienze dell’Educazione e della Formazione, Psicologia, Servizio Sociale, Scienze Pedagogiche è approdato a un buco nell’acqua, perché la Corte dei Conti ha riscontrato nel decreto alcune irregolarità formali, e il decreto (evidentemente poco gradito da qualcuno) non è stato reiterato.

Dopo le problematiche evidenziate nel rapporto di studio del dismesso CNSVU del 2010, le Telematiche sono state oggetto di analisi da parte di una commissione di studio istituita dalla Ministra Carrozza nel 2013. Gli esiti di quella indagine portavano ad evidenziare le seguenti criticità:

  • assenza di criteri determinati e chiari per la valutazione qualitativa dell’offerta formativa (specie con riferimento agli sbocchi professionali) e mancata previsione dell’espressione del parere da parte del Comitato regionale al fine dell’accreditamento di nuovi corsi;
  • assenza di regolamentazione rigida in merito all’attivazione dei corsi di laurea;
  • assenza di regolamentazione in materia di istituzione di Scuole di Dottorato e di modalità di svolgimento dell’attività di ricerca da parte dei docenti incardinati;
  • mancanza assoluta di definizione di parametri per la valutazione dell’attività di ricerca;
  • assenza di vincoli previsti per il reclutamento di docenti e ricercatori universitari, in particolare in merito all’assunzione per chiamata diretta (e relativo eventuale passaggio nelle Università statali);
  • assenza di programmazioni di attività che le Università telematiche possono realizzare consorziandosi con altre Università non telematiche, statali e non statali;
  • la previsione dell’obbligo per le Università statali e non statali che intendano istituire un corso di studi a distanza di sottoporre il progetto all’esame della competente Commissione regionale prima di procedere alla richiesta di parere al Consiglio Universitario Nazionale, a fronte dell’assoluta assenza di questo vincolo per le Università Telematiche;
  • la possibilità per le Università Telematiche di iniziare l’anno accademico in ogni periodo dell’anno, a fronte di vincoli temporali ben definiti ai quali sono soggette le Università che erogano corsi “in presenza”.

Anche nei successivi rapporti ANVUR di accreditamento periodico le telematiche paiono non aver brillato. In una scala così congegnata

PUNTEGGIO FINALE  LIVELLO GIUDIZIO ESITO
 Pfin≥7,5 Atel Molto positivo Accreditamento periodico di validità quinquennale
 6,5≤Pfin<7,5 Btel Pienamente soddisfacente Accreditamento periodico di validità quinquennale
 5,5≤Pfin<6,5 Ctel Soddisfacente Accreditamento periodico di validità quinquennale
 4≤Pfin<5,5 Dtel Condizionato Accreditamento temporalmente vincolato alla risoluzione delle criticità riscontrate
 Pfin<4 Etel Insoddisfacente Soppressione della sede.

le telematiche ottengono una sola Btel, 3 Ctel e 6 Dtel, mentre una di esse non è mai stata oggetto di valutazione.

La Gabanelli passa poi in rassegna i finanziamenti ricevuti dalle telematiche, mettendo in luce come, in alcuni casi, essi vengano erogati sebbene i destinatari presentino gravi problematiche non risolte. Sono anche analizzati i costi di immatricolazione, evidenziando come gli stessi offrano un quadro tutt’altro che omogeneo.
Il punto finale dell’analisi mette all’indice il vero problema, mai risolto, relativo al rapporto fra università tradizionali e università telematiche, un problema che oggi, in tempi nei quali anche le “tradizionali” devono erogare didattica in via telematica, appare farsi davvero critico, nella sua ormai patente ingiustificabilità: la diversità delle regole che disciplinano l’accreditamento di Università che rilasciano un diploma di laurea che la legge rende in tutto e per tutto equipollente a quello rilasciato dalle Università tradizionali. Come scrivono le autrici, terminando con un interrogativo che ci sentiamo di condividere e che oggi resta inevaso:
le regole che le università telematiche devono osservare sono molto meno rigide di quelle imposte alle università tradizionali. A cominciare dal corpo docente: al 2017 nelle università telematiche i docenti di ruolo sono complessivamente 211, a fronte dei 47.130 impiegati nelle università tradizionali. Significa che c’è un docente di ruolo per più d’ogni 521 iscritti, contro 1 ogni 36 delle tradizionali dove, per un corso di laurea, il decreto ministeriale 6/2019 ha imposto 9 docenti di cui 5 di ruolo. Per un corso a distanza ne bastano complessivamente 7 di cui 3 di ruolo. Tutte queste lauree, ai fini concorsuali, valgono esattamente quanto quelle conseguita in qualsiasi altro ateneo. È giusto?

All’analisi della Gabanelli va aggiunta una postilla. Che getta luce su un altro aspetto apparentemente sfuggito ai radar dei più. Negli ultimi tempi, infatti, si è silenziosamente fatto strada un fenomeno a dir poco singolare, innescato dalla necessità di acquisire crediti formativi per l’insegnamento nella scuola secondaria.

Grazie al fatto che la tabella ministeriale, che definisce le classi di concorso per l’insegnamento e i requisiti necessari, permette di acquisire, da parte di coloro che non li possiedono, i crediti necessari per insegnare certe discipline per le quali non si è conseguita la laurea specificamente prevista, si è assistito alla corsa all’“acquisto” di questi crediti, prontamente e generosamente messi in vendita dalle telematiche.

Ciò significa che chi ha una laurea X e vuole insegnare nella classe di concorso Y e ha bisogno, ad es., di 24 CFU nelle discipline A, B, C, D (o ha bisogno di integrare i crediti già acquisiti nel corso del normale suo curriculum universitario) può rivolgersi a una telematica, la quale, attraverso un corso telematico e un colloquio finale, concede questi crediti a costi variabili in base al numero dei crediti richiesti. Per esempio, ecco il tariffario di una Università telematica, regolarmente e positivamente passata per il vaglio di ANVUR.

 

Il rischio di questo meccanismo, nel quale le telematiche hanno subito intravisto una fonte di profitto, è che si abbiano docenti che, pur sapendo poco o nulla di una data disciplina, perché mai o poco studiata nel corso regolamentare dei propri studi, vadano ugualmente a insegnarla nelle scuole, scavalcando quanti con quella materia si sono dovuti confrontare con un corso di laurea specifico impartito in modalità tradizionale.

Ovviamente questi crediti possono essere acquisiti rivolgendosi anche alle Università statali (di solito una disciplina costa circa 130/150 €), ma poi chi frequenta questi corsi sarebbe costretto a seguire le lezioni e a seguire la disciplina degli esami come un normale studente, rispettando i programmi ordinari, i tempi delle sessioni, ecc. Tutto ciò non vale per le telematiche, che possono saltare tutti questi passaggi e possono funzionare a sportello, dal produttore al consumatore. Ciò non toglie che, in una corsa al ribasso, anche le Università statali, avendo messo a fuoco l’opportunità, possano essere tentate di ingegnarsi con l’organizzazione di appositi master, dove i già laureati possono acquisire i crediti necessari. Master dove possa essere informalmente raccomandato ai docenti del master – essendo verosimilmente gli studenti già impegnati in varie attività lavorative e anche per essere “concorrenziali” con l’offerta delle telematiche – di approntare apposite dispense semplificate, magari sotto forma di slides, in modo da facilitare la trattazione della disciplina e ridurre i tempi di studio.

È naturale chiedersi, a questo punto, che tipo di insegnante sarà mai colui il quale si è laureato in XYZ e poi va insegnare le discipline AB, verso le quali mai ha provato interesse, che mai ha coltivato, ma delle quali ha «acquistato» tardivamente i crediti al sol scopo di tentare il concorso per l’insegnamento e così sperare di trovare un’occupazione. E cosa dovrebbero dire i laureati che hanno scelto certe discipline perché ad esse interessati, delle quali hanno acquisito centinaia di crediti, i quali possono vedersi scavalcare nelle graduatorie e possibilmente nei concorsi da chi su di esse ha avuto una preparazione, diciamo così, «estemporanea», facendosi scudo dell’oggettività assicurata dal formale rispetto del «credito» acquisito, reso moneta scambiabile dal sistema?

Se non si parte dall’assunto per il quale una scuola di qualità presuppone innanzi tutto insegnanti di qualità, che abbiano passione per il proprio mestiere e amino le discipline che insegnino, non si potrà arrestare il declino della formazione secondaria italiana. E non sono sufficienti un po’ di didattica e massicce dosi di test Invalsi, per supplire alla mancanza di competenza e conoscenza del corpo insegnante.

Sono questi gli strumenti – si badi, tutti rigorosamente a norma di legge – con i quali oggi ci si propone di formare un corpo docente di «elevata» qualificazione nelle scuole italiane. Quando si dice che si è voluto distruggere la scuola, non si ricorre a un’iperbole, ma si descrive la realtà dei fatti: tutto ciò è frutto di norme che qualcuno ha voluto approvare e i cui consequenziali provvedimenti qualcuno ha firmato, così come dietro il grande business delle telematiche potrebbero celarsi anche consistenti interessi politici, e non solo.

Chi potrà mai smantellare questo sistema, ora che esso ha trovato modo di consolidarsi, muovendo interessi, capitali e personale che di esso vive e che è pronto a far di tutto affinché non solo esso venga mantenuto, ma sia consolidato e radicato ancor più? Chi mai è interessato, ormai, all’interesse pubblico, alla formazione e all’elevazione culturale e civile dei cittadini italiani, e chi mai affronterebbe i costi politici necessari per sfidare i consolidati interessi di settore, per imprimere al sistema una salvifica marcia indietro?

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Università telematiche: le critiche della Gabanelli e il supermarket dei crediti per insegnare ultima modifica: 2020-08-29T08:13:38+02:00 da Gilda Venezia
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