Usare la scuola per fare politica e avere consensi, è ora di finirla

di Alessandro Giuliani, La Tecnica della scuola, 18.5.2019 

– Fuori la politica dalla scuola. Su questo siamo tutti d’accordo. I motivi sono logici, almeno per chi ha delle basi di pedagogia e di didattica. Anche se basterebbe un po’ di buon senso: la formazione critica degli studenti non si plasma in base alle posizioni e alle convinzioni personali di chi insegna o di chi invia messaggi sulla scuola approfittando della sua posizione di opinion leader, ma si realizza giorno per giorno, fornendo loro, con obiettività massima, contenuti, conoscenze e strumenti.

Spetta ai docenti, certamente, stimolare questo delicato processo, finalizzato alla realizzazione di un libero pensiero, fatto di opinioni personali, mai però di parte, indotte ed eterodirette, che possono pure confliggere con quello dominante.

La prof di Palermo sanzionata e l’indignazione generale

Negli ultimi giorni, però, le cose sono andate diversamente. Ha scatenato un’indignazione di massa, la vicenda del dirigente responsabile dell’Ust di Bari di sanzionare con 15 giorni di sospensione la professoressa di Palermo per “omesso controllo” su una ricerca svolta dai suoi studenti che hanno messo a confronto le leggi razziali con il “decreto sicurezza” di Salvini: il dirigente, che fino a qualche anno fa avremmo chiamato ‘provveditore’, dice di “avere la coscienza a posto”.

Sulla sua decisione, tuttavia, hanno avuto da ridire moltissimi insegnanti, che si dicono indignati per avere sanzionato con la prof anche la libertà d’insegnamento.

La petizione on line: un successo

Il coro di no alla sanzione disciplinare è confermato dal successo della petizione su change.org lanciata dal sindacato Usb Scuola per esprimere “solidarietà alla docente di Palermo sanzionata per reato di insegnamento”: in poche ore ha già raccolto circa 135 mila adesioni.

“Sanzionare un docente per aver semplicemente fatto l’insegnante e aver stimolato i propri studenti alla riflessione critica, senza voler limitare il loro libero esercizio del pensiero attraverso un lavoro sulle fonti, significa creare una scuola di regime, asservita al potere e al pensiero unico dominante, anticamera di una società sempre più indirizzata alla barbarie”, ha scritto Luigi Del Prete, dell’esecutivo nazionale Usb Scuola.

Il no del mondo politico

Ben presto, il caso si è trasformato in una condanna generalizzata. Ad opporsi alla disposizione è stato anche il mondo politico, con in testa il M5S. E addirittura lo stesso vicepremier leghista Matteo Salvini, che ha detto di volere incontrare la docente a Palermola prossima settimana, augurandosi anche che ritorni il prima possibile e prendere il suo posto dietro la cattedra.

Mentre l’impressione è che si vada verso una revoca del provvedimento, anche se le norme non sono di facile attuazione per percorrere una strada del genere, si moltiplicano i comunicati a sostegno della docente, spesso farciti, anche questi, di riferimenti politici.

E pure questo “no” generalizzato, a pochi giorni dalle elezioni europee, sembra avere implicazioni politiche, hanno fatto notare diversi nostri lettori commentando le dichiarazioni dei rappresentanti dei partiti di Governo.

La preside scrive ai genitori: mi candido a consigliere…

Intento, è sempre delle ultime ore la notizia della diffusione da parte di una dirigente scolastica di Bari di una lettera inviata ai genitori dei suoi alunni per la sua “candidatura alla carica di consigliere per il Comune di Bari nella lista “Sud al Centro” a sostegno del sindaco Antonio Decaro. Non chiedo necessariamente il vostro voto ma chiedo con convinzione – scrive la preside alle famiglie – un aiuto per realizzare questo obiettivo e lavorare nell’interesse di tutti”.

Anche in questo caso è scattata subito l’indignazione dei lavoratori. In redazione sono arrivate diverse lettere prodotte dalle scuole, tutte indirizzate contro la sanzione dell’Ust del capoluogo pugliese.

Come il documento della scuola media ‘Amedeo d’Aosta di Bari, che condanna “l’operazione di propaganda elettorale che è stata fatta nella scuola, luogo di formazione ed educazione alla pluralità e al rispetto. Luogo che nessuno può e deve utilizzare per fini diversi da quelli istituzionali”.

Critiche da M5S e Forza Italia

Ma anche in questo caso non sono mancate reazioni avverse di matrice politica (ancora!), spostando l’attenzione non tanto sulla gravità del gesto, ma soprattutto sul “casacca” di appartenenza politica della preside: “È inaccettabile che una preside usi il suo ruolo per fare campagna elettorale a scuola. Stiamo preparando un’interrogazione al Miur che sarà depositata lunedì”, hanno annunciato i deputati baresi del MoVimento 5 Stelle, Giuseppe Brescia e Paolo Lattanzio.

Le prese di posizione contraria sono bipartisan: “Oggi abbiamo un nuovo tipo di voto nelle scuole: il voto elettorale”, ha detto l’onorevole Francesco Paolo Sisto, commissario di Forza Italia per l’area metropolitana di Bari.

È meglio cambiare mestiere

Ma qui sta il punto: nella scuola non devono entrare questo genere di discorsi. Non è possibile pensare di farsi strada, in politica o nella vita professionale, “usando” gli alunni e le loro famiglie. Si tratta di un’operazione ignobile. Per la quale debbono scattare sanzioni e pene severe.

Altro che 15 giorni di sospensione dal servizio, con stipendio dimezzato: chi fa entrare la politica a scuola o usa la scuola per fini elettorali – pensando di spostare teste e coscienze a destra o sinistra – è meglio che cambi mestiere.

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Usare la scuola per fare politica e avere consensi, è ora di finirla ultima modifica: 2019-05-18T21:45:55+02:00 da Gilda Venezia

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