Violenza sui prof: ma la scuola torni a insegnare a diventare uomini

di , Bergamo news, 24.2.2018

– Diceva Socrate che la conoscenza è la condizione essenziale per fare il bene: di fronte alla barbarie della società, la scuola ritorni ad essere il luogo dove i giovani possano apprendere quella conoscenza che li guidi ad essere uomini, cittadini, lavoratori. Vicepreside aggredito da un genitore a Foggia, professoressa sfregiata con un coltello da un diciassettenne nel casertano, più casi di professoresse prese a pugni da studenti: si assiste ad una vera e propria aggressione alla scuola, nelle persone che più la rappresentano, gli insegnanti, e nella funzione che le è propria, l’educazione.

Non si tratta solo del fatto che maestri e professori, le componenti più impegnate nel processo di educazione, abbiano perduto quell’auctoritas che connotava la loro figura fino a pochi anni fa: in realtà questo aspetto potrebbe addirittura essere considerato positivamente, se portasse con sé una professionalizzazione della figura del docente, privandolo dell’arbitrio e della autoreferenzialità che lo hanno negativamente connotato a contraltare di quella autorità.

Il punto cruciale è un altro: in un mondo in cui in pochi anni si sono verificati epocali cambiamenti, la scuola non ha saputo offrire risposte educative e formative adeguate. Sicché accade che chi dovrebbe trovare in essa una risposta ai propri bisogni di definizione personale, sociale e professionale si ritrovi piuttosto intrappolato in una rete di stimoli, informazioni, (dis)valori senza una bussola per la navigazione (oppure sperduto in una selva oscura senza un duca in grado di condurlo: scelga il lettore tra le due immagini a seconda delle proprie coordinate culturali di riferimento).

Certo, in un mondo in cui si caricano e si scaricano informazioni a velocità sempre più elevate è davvero difficile che una struttura complessa e pesante come la scuola (pubblica e privata, senza distinzione alcuna) possa tenere il passo. Dovrebbe tuttavia essere in grado di offrire strumenti di conoscenza, aggiornandoli, affinché l’alunno prima e lo studente poi possano, se non dominare, almeno controllare e selezionare quegli stimoli, informazioni e (dis)valori.

La scuola ha scelto cioè di corrispondere alla molteplicità delle informazioni (si badi, spesso solo informazioni e non saperi) che gli strumenti tecnologici permettono di diffondere con velocità non altrimenti raggiungibili, mentre dovrebbe fornire strumenti che orientano l’uomo, il cittadino ed il lavoratore ad individuare autonomamente e criticamente possibili oggetti di conoscenza e studiare i modi in cui è essa è acquisibile, accertandone la validità. Questo significa che le discipline di base, l’italiano, la matematica, le scienze, la storia, per non parlare della geografia quasi del tutto scomparsa dagli atlanti della conoscenza dei nostri studenti, continuano ad essere ridotte per fare largo all’introduzione di una miriade di informazioni polverizzate che spesso vanno sotto i nomi di educazione a qualcosa. E parallemente si assiste all’erogazione di non indifferenti quantità di fondi che, invece di essere canalizzati in un unico alveo finalizzato a dotare le scuole dell’essenziale, sono fatti defluire in migliaia di rivoli dispersivi. Due piccoli esempi? Il Ministero dell’istruzione ha stanziato 550000 euro per la realizzazione di attività finalizzate ad educare studentesse e studenti a riconoscere e smascherare false notizie in rete, (cd. fake news) e ad individuare le fonti d’informazione attendibili. E ancora, ampia parte dei tre miliardi di fondi PON disponibili nel settennio 2014-2020 va a finanziare migliaia di progetti spesso svolti in orario curricolare; il che significa che in qualche classe di scuola primaria si farà meno matematica per insegnare il tchoukball.

Sia chiaro, l’intento è di per sé lodevole, ma questa offerta formativa produce solo brandelli di informazione, che difficilmente possono a loro volta produrre quelle competenze di cittadinanza globale che dovrebbero indurre lo studente a giudicare l’aggressione ad un insegnante semplicemente come “male”.
Ma è davvero la competenza quella che dovrebbe indurre uno studente a scegliere un comportamento appropriato? Sembrerebbe di sì, visto che per competenza oggi si intende “la comprovata capacità di usare conoscenze, abilità e capacità personali, sociali e/o metodologiche, in situazioni di lavoro o di studio e nello sviluppo professionale e/o personale”. Ma, come si legge chiaramente, a monte della competenza ci sono le conoscenze, ovvero quei saperi essenziali e irrinunciabili che la scuola deve essere capace di offrire a tutti in modo che ciascuno possa portarle a sintesi in una cultura, quella cultura che Gramsci definì “organizzazione, disciplina del proprio io interiore, presa di possesso della propria personalità, conquista di coscienza superiore per la quale si riesce a comprendere il proprio valore storico, la propria funzione nella vita, i propri diritti e i propri doveri”.

La scuola deve dunque rivendicare e svolgere il suo primario ruolo di educare e insegnare, a condizione che questo insegnamento sia attuato attraverso un delicato e mirato intreccio di contenuti e metodi: contenuti tradizionali ma in costante aggiornamento, capaci di sostenere un giovane che si fa uomo, cittadino e lavoratore, e metodi didattici innovativi, che tengano conto dei nuovi approcci alla conoscenza generati dalle nuove tecnologie.

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Violenza sui prof: ma la scuola torni a insegnare a diventare uomini ultima modifica: 2018-02-24T07:35:51+00:00 da Gilda Venezia

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