Vivalascuola. Bianchi libera tutti senza tamponi e senza

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di Giorgio Morale, Vivalascuola, La poesia e lo spirito, 18.2.2021.

Il 23 aprile 2020 apprendevamo che la commissione del ministero all’Istruzione, guidata dall’economista ex assessore alla scuola in Emilia Romagna Patrizio Bianchi, si era insediata. “In carica sino al 31 luglio, lavorerà al ritmo di due incontri al giorno vista l’urgenza” . Tanto lavoro per nulla? No, un risultato c’è stato: Bianchi ha sostituito Azzolina al vertice del MIUR. Non rimpiangeremo l’una e sul neo-ministro abbiamo, per ora, più di un dubbio ma ci limitiamo ad un solo appunto: la scuola, a nostro avviso, non è affare da economisti. Chi non comprende che il problema della scuola italiana non sta nel discettare di “territorio educante” o di’ “autonomia” o di “metodologie innovative” ma consiste nel ridare un senso profondo al processo delicato dell’insegnamento e dell’apprendimento sarà pure un buon economista ma non sta dalla parte di chi spera che la scuola serva per trasmettere conoscenza al fine di costruire, passo dopo passo, una società di eguali.

Gilda Venezia

La lezione della pandemia, il virus rimosso e la “questione scolastica”

di Giovanna Lo Presti

…Tutti fra sé confederati estima
Gli uomini, e tutti abbraccia
Con vero amor, porgendo
Valida e pronta ed aspettando aita
Negli alterni perigli e nelle angosce
Della guerra comune.

Il 9 aprile 2020 in Italia si contavano 610 morti e 4.200 nuovi casi di contagio da Coronavirus. La situazione veniva considerata così grave da non mettere in discussione né l’allentamento delle severe misure restrittive né la riapertura delle scuole. Qualche mese dopo, quando la “seconda ondata”, evocata da politici e scienziati in primavera e poi accolta con strano stupore ad ottobre, faceva sentire tutta la sua virulenza, l’atteggiamento di chi decide per la popolazione era completamente mutato. L’ 8 gennaio 2021 i contagi erano 17.533 contagi (questi spiegabili con un numero di tamponi decisamente più alto rispetto all’aprile scorso) e i morti 620 (del tutto paragonabili, purtroppo, ai morti di aprile). C’era, però, rispetto alla “prima ondata” una grossa novità: l’opinione che fosse meglio chiudere le scuole sembrava ormai appartenere a pochi. Fervida e loquace sostenitrice della riapertura di tutte le scuole dopo le vacanze natalizie era proprio la maggiore responsabile delle inadempienze e di tutto ciò che non si è fatto tra marzo ed ottobre per rendere scuole e trasporto a scuola sicuri: la ministra Azzolina. Sua questa dichiarazione:

“Decideranno le Regioni quando riaprire: io come governo ho messo in essere tutto quello che era necessario per far ripartire la scuola, abbiamo lavorato su mezzi pubblici, igienizzanti, mascherine”.

E l’adeguamento dei locali? E il tracciamento? E lo screening? E il numero di studenti per classe? E la riduzione oraria per consentire lo sdoppiamento delle classi ed i doppi turni? E la nomina di un organico adeguato alle necessità eccezionali? Su tutti questi argomenti ci possiamo pronunciare con la certezza di affermare il vero: non è stato fatto quasi nulla.

Guardiamo al concreto, guardiamo agli investimenti: dal MIUR apprendiamo che il 15 luglio 2020 l’ edilizia scolastica “leggera” poteva avviarsi. In quella data veniva pubblicato “l’elenco del secondo avviso del complessivo investimento con il quale sono stati messi a disposizione 330 milioni di euro per interventi di adeguamento e di adattamento funzionale degli spazi e delle aule didattiche a seguito dell’emergenza sanitaria”. Il MIUR chiariva che gli stanziamenti rientravano nel PON “Per la scuola, competenze e ambienti per l’apprendimento” 2014-2020 e che gli Enti locali avevano presentato domanda per il 98% delle risorse disponibili. Ne dobbiamo dedurre che il 15 luglio deve considerarsi un punto di partenza – e soltanto per “l’edilizia leggera” che si deve intendere come adeguamento degli spazi ed acquisto di arredi (è qui che ha inizio la barzelletta dei banchi mobili e magici, perché da questi, sempre per bocca della ministra, doveva scaturire una nuova didattica).

Insomma, riassumendo: i Fondi PON (330 milioni diviso per 40.000 edifici scolastici) sono stati investiti prevalentemente negli arredi. I molti fondi del “decreto rilancio” non hanno ancora trovato la loro destinazione o, se in parte l’hanno trovata, non ha a che fare con i necessari, indispensabili interventi per l’adeguamento della nostra edilizia scolastica. Quale migliore momento della chiusura delle scuole, invece, per intervenire celermente e dare sicurezza e dignità ai locali che devono ospitare i nostri figli? Perché questa occasione (sei mesi di chiusura delle scuole, da marzo ad agosto) non è stata sfruttata e, nel frattempo, si sono soltanto fatti pasticci burocratici, come quello, memorabile, delle Graduatorie provinciali per i supplenti? Non ci stancheremo mai di sottolineare l’incoerenza che ha guidato il Governo e la ministra a chiudere le scuole in primavera e a riaprirle, brutte ed insicure come prima, a metà settembre.

Quante sono le scuole aperte da settembre in Italia?
In Italia le sedi scolastiche “che compongono le istituzioni sono 40.658, il 69% delle quali è dedicato all’istruzione primaria e dell’infanzia”. Facciamo riferimento ai dati di una recente pubblicazione del MIUR. Primo fatto da mettere in rilievo: il 69% delle sedi scolastiche è aperto. L’appello patetico a riaprire le scuole, che oggi sono diventate, nell’immaginario collettivo di un nutrito gruppo di studenti ed adulti, indispensabili luoghi di socializzazione (mentre basta scorrere i quotidiani dell’ultimo triennio per notare come qualche problema di socializzazione ci fosse, nelle nostre aule) non tiene conto delle moltissime scuole dell’infanzia e primarie aperte. A queste sono da aggiungere le prime classi della secondaria di secondo grado che, nel loro complesso, costituiscono il 17,8% delle scuole italiane.

Le tante parole che hanno dato origine alla “questione scolastica” ci sembra siano l’effetto di una doppia rimozione e cioè della rimozione dello stato di fatto (moltissime istituzioni scolastiche sono aperte dal 15 settembre scorso) e di una parallela rimozione del contesto pandemico. La rimozione, in senso freudiano, è qualcosa che si muove nel senso contrario rispetto alla presa di coscienza; ha una sua utilità funzionale, in quanto, per mezzo della rimozione l’apparato psichico allontana un contenuto che non tollera. Oggi, il rimosso è il contagio: prevale uno stato d’animo che si esprime sulla bocca di molti con la frase “non si può andare avanti così”. Ed è a partire dalla rimozione del pericolo del contagio che si possono ignorare i pur pochi studi attendibili fatti sulla diffusione del Coronavirus nelle scuole (1), studi tutt’altro che rassicuranti e che mettono in rilievo come il problema esista.

Difficile dire, in generale, vista la precarietà estrema della raccolta dati e del tracciamento, quanto realmente incida il contagio nelle scuole. Gli studi internazionali più citati sono in parte discordanti, in parte fonte, per noi che leggiamo, di grande perplessità: tra i più importanti, quello apparso sulla rivista Lancet (2) e tradotto parzialmente su Medical Fatcs, il sito fondato dal virologo Roberto Burioni. I ricercatori dell’Università di Edimburgo hanno analizzato l’impatto dei diversi provvedimenti sui contagi dopo avere studiato quanto accaduto in 131 Paesi. Le conclusioni sono le seguenti:

la chiusura delle scuole da sola potrebbe ridurre la trasmissione del 15% dopo 28 giorni e la riapertura delle scuole potrebbe aumentare la trasmissione del 24% dopo 28 giorni“.

Alle stesse conclusioni arriva il rapporto di Education at a glance (3) dedicato al Covid: la chiusura delle scuole ridurrebbe “soltanto del 15% i contagi”. Si tratta di una percentuale discutibile e rivedibile, visto che si dichiara che è modellata in analogia con altre fasi epidemiche. Ma comunque, una riduzione del contagio del 15% a noi appare tutt’altro che irrilevante e farla precedere da un “soltanto” non è opportuno. Il ricercatore Dyani Lewis, in un articolo su Nature (4), significativamente intitolato Perché le scuole probabilmente non sono hotspot COVID (significativo, per noi, il “probabilmente”), arriva a conclusioni in parte diverse. A un mese dalla riapertura negli oltre 65mila istituti scolastici italiani si contavano 1.212 focolai, il 93% dei quali con un solo caso di infezione. Tuttavia, “non è chiaro quanto spesso i focolai che hanno origine nelle scuole contribuiscano alla trasmissione del virus nella comunità”. L’articolo di Nature ipotizza che i focolai nelle scuole siano in numero contenuto perché i bambini, specialmente quelli di età inferiore ai 12-14 anni, “sono meno suscettibili alle infezioni rispetto agli adulti”. Inoltre, una volta infettati, i bambini piccoli, compresi quelli di età tra 0 e 5 anni, hanno meno probabilità di trasmettere il virus ad altri. Detto ciò, nell’articolo viene sottolineato il fatto che nelle scuole “il rischio di infezione è basso soprattutto quando la trasmissione nella comunità è bassa”. Il truismo trionfa! Raccolta dati approssimativa ed incompleta, opinioni più che evidenze scientifiche, ci sembra caratterizzino anche l’ultimo Rapporto dell’Istituto Superiore di Sanità (5), che così conclude:

“Per un ritorno a scuola in presenza, dopo le misure restrittive adottate in seguito alla seconda ondata dell’epidemia di COVID-19, è necessario bilanciare le esigenze della didattica con quelle della sicurezza. Le scuole devono far parte di un sistema efficace e tempestivo di test, tracciamento dei contatti, isolamento e supporto con misure di minimizzazione del rischio di trasmissione del virus, compresi i dispositivi di protezione individuale e un’adeguata ventilazione dei locali”.

Ed è proprio il sistema “efficace e tempestivo di test e il tracciamento dei contatti” che è mancato e che manca.

I danni all’istruzione: “utilitarismo” scolastico
L’11 gennaio 2021 Il Sole24ore intitolava un suo articolo La generazione perduta del Covid: buchi di apprendimento del 30-50% (6). “Ad accendere una spia rossa, che purtroppo non sta trovando eco nel dibattito pubblico di questi giorni, sono i risultati di primi studi internazionali sulle competenze degli alunni costretti a lockdown più o meno prolungati e al ricorso alle lezioni on line a causa del Covid-19”. Su Education at a glance (7) due ricercatori, Hanushek e Woessman affermano:

“Anche se le perdite di apprendimento non sono ancora note con precisione, la ricerca esistente suggerisce che gli studenti delle classi 1-12 colpiti dalle chiusure potrebbero aspettarsi un reddito inferiore di circa il 3% per l’intera vita. Per le nazioni, la minore crescita a lungo termine correlata a tali perdite potrebbe produrre una media del PIL annuo inferiore dell’1,5% per il resto del secolo. Queste perdite economiche aumenterebbero se le scuole non fossero in grado di ricominciare rapidamente”.

Andrea Gavosto, direttore della Fondazione Agnelli, sta sulla stesa linea: convinto della grave perdita in competenze subita dagli studenti, arriva addirittura a sospettare che la pandemia sia stata una scusa per eliminare le prove Invalsi. Ecco qui, per i lettori increduli:

“Le prove Invalsi di primavera sono state infatti cancellate: la pandemia è stata una scusa per eliminare un passaggio scolastico particolarmente inviso a molti insegnanti e a una parte della politica, anche nella maggioranza […] Si può, però, dare un ordine di grandezza della perdita massima di capitale umano, ovvero del valore delle conoscenze e delle competenze riconosciuto dal mercato del lavoro. Con la stessa metodologia della Banca mondiale, insieme a Barbara Romano abbiamo calcolato che i mesi di assenza da scuola possono costare lungo l’arco della vita lavorativa fino a 21 mila euro per studente…”.

E i calcoli di Gavosto non si fermano qui:

“I futuri guadagni, le prospettive di lavoro, la salute e la qualità della vita sono una funzione del capitale umano. George Psacharopoulos e Harry Patrinos stimano che il tasso medio di rendimento nell’istruzione sia pari circa al 10 per cento del reddito futuro per ogni anno aggiuntivo di scolarizzazione: considerando una chiusura delle scuole di 14 settimane, la perdita di guadagni futuri è pari al 3,5 per cento all’anno durante l’intero arco della vita lavorativa di uno studente. Seguendo le ipotesi di George Psacharopoulos, Harry Patrinos, Victoria Collis ed Emiliana Vegas, possiamo stimare un minor rendimento annuo del capitale umano pari a 879 euro (ovvero il 3,5 per cento di un salario medio annuo, che è pari a 25.110 euro). Ipotizzando una vita lavorativa di 40 anni e applicando un tasso di sconto del 3 per cento, si ottiene un valore attuale dei mancati guadagni di 21.197 euro (84 per cento di un salario medio annuo). A livello individuale si tratta di un costo significativo: una volta esteso a 8,4 milioni di studenti italiani, la cifra diventa approssimativamente di 178 miliardi di euro, ovvero circa il 10 per cento del Pil 2019. Va sottolineato che l’esercizio presuppone, in maniera inverosimile, che l’insegnamento a distanza non abbia avuto alcun effetto sull’apprendimento”.

Così abbiamo la misura proprio precisa di quanto perda il “capitale umano” a causa della pandemia. Quando l’ottica economicista ed utilitarista prende la mano genera conclusioni aberranti, calcoli la cui ridicolaggine è palese, nati da una concezione astratta degli eventi. A Gavosto e a quelli come lui la Storia non insegna nulla e non basta il coronavirus a far comprendere che l’imponderabile consiglia di non ragionare come se tutto dovesse procedere linearmente e, soprattutto, come se ogni evento fosse traducibile in moneta sonante.

Superare la visione economicista ed utilitarista dell’educazione e dell’apprendimento
Sia ben chiaro: a chi scrive non è mai passato per la mente che sostituire uno schermo all’insegnante sia una buona soluzione. Deprechiamo, però, la messa tra parentesi del contesto pandemico ed abbiamo insistito sulla riduzione a perdita economica dei mesi di chiusura della scuola soltanto per dimostrare che i fautori delle “scuole aperte, subito” non sempre sono buoni compagni di strada.

Naturalmente, gli studenti che in questi giorni protestano per tornare in classe, non hanno coscienza delle posizioni dei molti Gavosto in circolazione, né riescono a vedere i limiti (ingenui e in buona fede o scaltri e in malafede) degli adulti che sostengono le loro rivendicazioni. Nel coro di tanti “esperti” dell’educazione, che altro non fanno che sottolineare la perdita irreparabile che i nostri bambini e ragazzi starebbero subendo suona dissonante e – a nostro avviso – molto più ragionevole la voce (quasi unica!) dello psicoanalista Massimo Recalcati, che mette in evidenza come ogni percorso di formazione si faccia

“con quello che c’è e non con quello che dovrebbe idealmente esserci, si fa con il reale e non con l’ideale. Nel tempo del Covid noi tutti ci siamo confrontati traumaticamente col reale. Ogni formazione avviene attraverso i colpi impietosi del reale. Non c’è mai programmazione ideale, non c’è mai cammino rettilineo, non c’è mai semplice progressione”.

Recalcati individua nel modello di scuola prevalente oggi una

“Scuola che esalta il narcisismo dei figli, che riflette a sua volta quello dei loro genitori: competizione, performance, gara cognitiva. È una rappresentazione tecnocratica della Scuola come Azienda. Ma la Scuola Narciso ha anche un’altra faccia. Quella della Scuola come asilo sociale, luogo di intrattenimento o di parcheggio dei nostri figli. Allora si abbassa l’asticella della prova, si riduce la domanda di sapere, ci si adatta all’apatia frivola dei nostri figli che fanno sempre più fatica ad impegnarsi con rigore e che, nonostante questo, vengono difesi strenuamente dai loro genitori. La Scuola Azienda e la Scuola asilo sociale sono le due facce predominanti della Scuola Narciso che è egemone nella nostra epoca”.

È questa la scuola che vogliamo tenere aperta durante la pandemia? Dobbiamo continuare a strillare, come tanti adulti incoscienti, che bambini e ragazzi stanno “perdendo” un anno della propria vita? Dobbiamo insegnare loro che la vita è un processo lineare, senza ostacoli e che ogni ostacolo va demonizzato e rimosso (ecco, di nuovo, l’idea di rimozione dalla quale siamo partiti)? Dobbiamo ridurre, come si fa tutti i giorni nei media principali, la scuola a luogo di socializzazione, di acquisizione di capacità relazionali e comportamentali e cioè luogo di acquisizione di soft skill e, parallelamente, di competenze (non di conoscenza, ma di competenze spendibili nel mondo del lavoro)? Chiunque veda nella scuola un luogo di emancipazione individuale e sociale non può accettare supinamente la visione di questi “aperturisti”, mettendo da parte il fatto che le scuole sono luoghi di contagio.

Chi ci governa non ha fatto quel che doveva: garantire la massima sicurezza dei locali scolastici e, nel contempo, indirizzare la didattica a distanza verso strade molto meno burocratiche e più attente alla formazione, garantendo parallelamente ai genitori di bambini dagli 0 ai 13 anni congrui sussidi per poter rimanere a casa dal lavoro e badare ai loro piccoli. Perché, diciamolo pure, con il contagio fuori controllo, le scuole dovrebbero essere chiuse, tutte. I fatti parlano: abbiamo quasi 500 morti al giorno e il tracciamento è saltato da mesi. Voler tornare alla normalità in questo momento è dissennato – ma se generazioni di bambini, ragazzi, giovani, adulti e vecchi hanno superato le guerre mondiali anche noi dovremmo avere la speranza di superare la pandemia e dovremmo rassicurare i più giovani, sostenendoli, incoraggiandoli a fare quel che possono fare senza pericolo per loro e per la collettività.

Dovremmo dire che questa anomalia fa parte del processo di formazione e che crescere, come vivere, non può escludere esperienze traumatiche, che dobbiamo trovare la forza di superare. Che la pandemia costituisca non soltanto una tragedia ma un imponente rallentamento non auspicabile e provochi una frattura non c’è dubbio. Qual è la cura che si propone, rispetto alla scuola? Ignorarla e ripartire subito, accelerare per recuperare il tempo “perso”. Questa è la cattiva lezione che troppi adulti comunicano alle giovani generazioni, questa è la lezione che i più giovani stanno riproponendo, per non “perdere” il tempo della loro giovinezza. Gli uni e gli altri rivelano una concezione economicista del tempo – tempo che va messo a profitto, come qualsiasi altro bene.

La modernità come trionfo dell’accelerazione
Paradossalmente, mai come adesso il tempo diviene un bene di lusso: un bene raro a partire dalla più tenera età. Chi fra noi ha esperienza di insegnamento avrà sentito dire a bambini e ragazzi che “non hanno tempo”, presi come sono tra mille attività scolastiche ed extrascolastiche. Ora, la drammatica frattura imposta dagli eventi recenti, purtroppo non ha dato voce udibile a chi abbia a cuore il processo formativo non come percorso ad ostacoli finalizzato ad un lavoro futuro (e ben sappiamo a che futuro lavorativo sono destinati la gran parte dei giovani, se le cose non cambiano) non come itinerario in cui si accumuli un “saper fare” ma, giustappunto, come percorso di formazione dell’individuo. Contro l’idea che la scuola sia, come tutto ciò che dà profitto, luogo dell’estrazione di valore non resta che adottare una visione ampia.

Una visione ampia, anche per la scuola
Concludo con le parole di Luciano Gallino: “Nell’idea di partecipazione individuale a scelte collettive che hanno poi ricadute su tutti e su ciascuno è insita la speranza di un movimento tangibile, una innovazione della società e del mondo che renda un po’ più liberi, più padroni del proprio destino, che avvii verso qualche forma di emancipazione”. Gallino definisce “una perdita enorme” la scomparsa di “un frammento di verità essenziale” che consiste nell’idea che si possa essere un po’ più eguali e che la società, nel suo complesso, possa essere un po’ più giusta.

La scuola, così com’era prima di febbraio 2020, non si muoveva in questa prospettiva o almeno non riusciva ad attenuare la diseguaglianza socio-economica. Non basteranno molti miliardi investiti nella digitalizzazione (forma tipica e discutibile dell’ “ammodernamento”) per fare della scuola un luogo di emancipazione. Quando la pandemia passerà, ci vorranno le intelligenze congiunte di molti adulti che sappiano parlare alle giovani generazioni, in un presente fecondo e nutrito di cultura, passione e memoria. Questi adulti avranno il compito prezioso di accrescere in loro la consapevolezza dei gravi limiti del mondo attuale, e, nel contempo, di allontanare dai più giovani l’ansia per un futuro minaccioso: nello stesso tempo, avviarsi verso l’età adulta con la coscienza degli errori contemporanei non deve escludere la conoscenza delle tante cose buone e belle che le generazioni precedenti hanno lasciato in eredità a tutti e non soltanto ai figli delle classi abbienti. La scuola dovrà diventare il luogo dove questa importante redistribuzione – importante quanto la redistribuzione della ricchezza sociale – potrà avvenire; soltanto a queste condizioni possiamo pensare, di nuovo, ad un cammino volto verso l’emancipazione delle masse popolari.

Note

1. Ricordiamo l’importante studio del fisico Alessandro Ferretti sui contagi nelle scuole piemontesi, da cui si deduce che nelle scuole dell’infanzia e primarie i contagi sono di gran lunga superiori al resto della popolazione: più di tre volte e mezzo superiori nella scuola dell’infanzia!
https://alessandroferrettiblog.wordpress.com/2020/12/07/cade-il-velo-sui-contagi-nelle-scuole-piemontesi-il-personale-da-due-a-quattro-volte-piu-esposto-della-media-la-situazione-nelle-materne-e-drammatica-solo-le-superiori-si-salvano-grazie-alla-dad/
2. https://www.thelancet.com/journals/laninf/article/PIIS1473-3099(20)30785-4/fulltext
3. https://www.oecd.org/education/the-impact-of-covid-19-on-education-insights-education-at-a-glance-2020.pdf
4. https://www.nature.com/articles/d41586-020-02973-3
5. https://www.iss.it/documents/20126/0/Rapporto+ISS+COVID-19+n.+63_2020.pdf/7b3d3626-3982-f7a1-86ef-1ede83e170a4?t=1609758939391
6. https://www.ilsole24ore.com/art/la-generazione-perduta-covid-buchi-apprendimento-30-50percento-ADKibZCB
7. https://www.oecd-ilibrary.org/education/the-economic-impacts-of-learning-losses_21908d74-en
While the precise learning losses are not yet known, existing research suggests that the students in grades 1-12 affected by the closures might expect some 3 percent lower income over their entire lifetimes. For nations, the lower long-term growth related to such losses might yield an average of 1.5 percent lower annual GDP for the remainder of the century. These economic losses would grow if schools are unable to re-start quickly.

Vivalascuola. Bianchi libera tutti senza tamponi e senza ultima modifica: 2021-02-19T22:02:34+01:00 da Gilda Venezia
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