Inclusione

Fannulloni e finta inclusione

Profano, il Gessetto, 21.6.2026.
L’inclusione è diventata la parola più usata, e forse più abusata, della scuola italiana. Ma cosa succede quando un principio giusto viene trasformato in alibi? Questo articolo prova a smascherare una delle forme più diffuse di ipocrisia educativa.

C’è una figura sempre più diffusa nella scuola italiana. Non alza mai la voce. Non assegna troppi compiti. Non pretende molto. Non corregge quasi nulla. Non studia, non approfondisce, non si aggiorna, non prepara lezioni particolarmente curate. Però ha sempre pronta la parola magica: inclusione. È il docente che ha trasformato un principio sacrosanto in un lasciapassare universale per la mediocrità. L’inclusione autentica è infatti un valore importante, che va conquistato prima ancora che difeso. Nessuna persona seria potrebbe negarlo. Il problema nasce quando smette di essere un obiettivo educativo e diventa un alibi professionale oltre che una maschera morale.

«Non si può essere troppo esigenti.»
«Bisogna tenere conto delle fragilità.»
«Non possiamo mettere in difficoltà gli studenti.»
«L’importante è farli sentire accolti.»

Frasi apparentemente nobili che, in alcuni casi, nascondono una verità molto meno edificante: “non ho voglia di lavorare abbastanza per insegnare davvero“. Perché insegnare sul serio richiede tempo, energie, studio, preparazione, correzioni, confronto, rigore. È molto più semplice abbassare l’asticella e chiamare questa rinuncia “didattica inclusiva”.

Nella scuola di oggi, quella che si autodefinisce inclusiva e “delle competenze”, si diffonde una forma di pigrizia particolarmente insidiosa: quella che si traveste da virtù. Il docente apertamente svogliato è almeno riconoscibile. Quello che si ammanta di buoni principi è molto più difficile da smascherare. Si presenta come comprensivo, empatico, accogliente. In realtà confonde sistematicamente inclusione con semplificazione indiscriminata, comprensione con indulgenza, rispetto con assenza di richieste, sostegno con deresponsabilizzazione, valutazione formativa con promozione automatica.

Il risultato è una scuola in cui si chiede sempre meno e questo abbassamento viene celebrato come progresso pedagogico. Il vantaggio di questo approccio è evidente: consente di sottrarsi a qualsiasi critica. Se fai notare che uno studente non sa scrivere, sei “selettivo”. Se sottolinei che non conosce i contenuti essenziali, sei “non inclusivo”.
Se pretendi impegno e responsabilità, diventi rigido, antiquato, insensibile. Così l’inclusione diventa insieme uno scudo per proteggere l’inerzia e una clava per colpire chi lavora con serietà.

Ma l’inclusione autentica non consiste nel fingere che tutti abbiano raggiunto gli obiettivi. Consiste nel mettere ogni studente nelle condizioni di crescere davvero. E per farlo servono competenza disciplinare, preparazione didattica, tempo, pazienza, rigore, coraggio. Serve, soprattutto, la volontà di non mentire agli studenti. Perché dire a un ragazzo che “va tutto bene” quando non possiede né le conoscenze né le competenze necessarie non è inclusione. È abbandono mascherato da gentilezza.

Diciamolo chiaramente: il vero inclusivo è il docente che insegna, non quello che promuove senza insegnare. La scuola italiana, invece, è sempre più piena di adulti che, per sentirsi buoni, rinunciano a essere onesti. Promuovono senza basi, semplificano all’infinito, evitano il conflitto e poi si autoproclamano campioni dell’inclusione. Ma il prezzo lo pagano gli studenti, soprattutto i più fragili. Perché chi parte svantaggiato ha ancora più bisogno di docenti preparati, esigenti e seri. Non di adulti che, per quieto vivere, scambiano la compassione con l’assenza di insegnamento. La loro non è compassione. È crudeltà travestita da buonismo.

Dietro certi discorsi zuccherosi non c’è una pedagogia innovativa. C’è qualcosa di molto più ordinario: la fatica evitata. L’inclusione, ridotta a slogan, diventa così il modo più elegante per dire:“Non pretendo molto da te, perché non pretendo molto nemmeno da me.”

La vera inclusione non consiste nell’eliminare gli ostacoli fino a cancellare il percorso.
Consiste nell’accompagnare ciascuno a superarli. Richiede più lavoro, non meno.
Più professionalità, non meno. Più responsabilità, non meno
. Tutto il resto è retorica.
E spesso, una retorica molto comoda. Perché non c’è niente di più facile che sembrare buoni quando si è semplicemente poco disposti a fare bene e seriamente il proprio mestiere.

Fabio

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