di Fabrizio Reberschegg, Gilda degli insegnanti di Venezia, 20.8.2026.
In Italia non esiste una Legge che normi chiaramente la questione: si rischia di scaricare sulle scuole il problema e i probabili contenziosi.
Approfittando del periodo ferragostano il Ministro Valditara si è sbizzarrito in una serie di dichiarazioni che aprono alcuni temi che saranno cardini della propaganda elettorale da qui alla prossima primavera.
Quella che è stata ripresa da quasi tutta la stampa prefigurerebbe un intervento nelle scuole contro la copertura del viso delle ragazze da parte di alcune minoranze islamiche più tradizionaliste. Come è noto tra i metodi più radicali previsti per la copertura delle donne islamiche e frutto di discutibili interpretazioni del Corano ci sono il Niqab, un velo che copre il viso per intero, lasciando aperta solo una fessura per gli occhi, presente soprattutto in Arabia e nello Yemen, e il Burqa che è un abito che copre tutto il corpo e il viso, dotato di una retina o griglia di tessuto all’altezza degli occhi per permettere di vedere che viene usato in Afganistan e Pakistan.
Come è risaputo il problema della tolleranza o meno di tali abiti di costrizione delle donne previsto da cultura islamiche molto intransigenti è stato affrontato in diversi paesi con divieti per il loro uso in luoghi pubblici (Francia, Belgio, Danimarca, Austria, ecc.).
In Italia non esiste una normativa specifica. Solo la Legge 155/2005 (che aggiorna la legge antiterrorismo del 1975) vieta l’uso di caschi o di qualunque mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona in luogo pubblico senza giustificato motivo.
Il problema è che alcuni giudici e il Consiglio di Stato hanno spesso ritenuto che convinzioni religiose possano costituire un “giustificato motivo” per non applicare sanzioni penali, a meno che non si rifiuti l’identificazione da parte delle autorità. Alcuni singoli comuni o regioni hanno approvato restrizioni locali nei propri uffici.
Quindi in Italia a tutt’oggi non esiste una Legge che normi chiaramente la questione. Questo appare paradossale visto che da quattro anni c’è un governo di centro-destra che su tale tema tace oppure si limita a proclami per mezzo stampa. Comprendiamo che Valditara (Lega) si trovi in difficoltà rispetto alle proposte di Legge su questi temi di Fratelli d’Italia che giacciono in Parlamento e che probabilmente saranno tirate fuori in vista delle elezioni, ma le esternazioni del Ministro appaiono confuse, lacunose e propagandistiche.
In mancanza di una Legge Valditara vorrebbe forse scaricare sulle scuole (regolamenti di Istituto) il problema e i probabili contenziosi? Troppo comodo per un Ministro di un governo che continua a suon di decreti sulla sicurezza a vietare tutto. Che ci fa Valditara in Consiglio dei Ministri?
Siamo d’accordo, come la quasi totalità dei cittadini italiani, che nelle scuole sia vietato l’uso del niqab e del burqa. Si faccia la Legge!! Quello che non si comprende dalle interviste del Ministro è la proposta di fare corsi di italiano ai genitori delle allieve e degli allievi che non parlano italiano. Il problema esiste e molti docenti non riescono correttamente ad avere rapporti con le famiglie degli immigrati regolari per mancanza di competenze minime di comunicazione nella lingua italiana. Poco possono fare i mediatori culturali laddove, soprattutto nella cultura islamica, è la madre che deve farsi carico della gestione della famiglia e troppo spesso le donne immigrate sono prive di competenze linguistiche adeguate.
Anche qui un governo di centro-destra serio avrebbe potuto intervenire non solo sulla questione scolastica ma sulla questione della cittadinanza e dei permessi di soggiorno lunghi obbligando tutti i richiedenti (maschi e femmine) ad ottenere una certificazione almeno A2 in lingua italiana in analogia con altri paesi UE.
La competenza linguistica, lungi dalle paure di Valditara che non si usi l’italiano in famiglia, è base per una corretta e piena integrazione, per dare a tutte e tutti gli strumenti per una cittadinanza consapevole dei propri diritti e dei propri doveri.
Tutti i nostri allievi e tutte le nostre allieve sono soprattutto cittadine e cittadini, non schiavi della famiglia e delle sue tradizioni. Questo vale per tutte e tutti.
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