Il Paese che non ama

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Il problema di questo paese sono i genitori. E basta un WhatsApp per dimostrarlo

di Mauro Munafò,  l’Espresso  24.6.2015.

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Una delle pagine più divertenti che seguo su Facebook è “Mamme che scrivono messaggi su WhatsApp“. Si tratta di uno spazio, gestito con grande ironia e intelligenza, che prende in giro mamme, papà e nonni alle prese con il servizio di instant messaging.

E’ uno spaccato davvero divertente del paese e dei rapporti che cambiano(ma neanche troppo) tra genitori e figli. Almeno una volta al giorno vado a leggere cosa postano e non sono mai rimasto deluso. Anzi, mi risolleva spesso il morale e mi ha fatto venire voglia di mandare più messaggi alla mia mamma.

Stamattina sulla pagina è stato postato uno screen piuttosto particolare. E’ quello sotto, che all’inizio del post ho dovuto editare un po’ per ragioni di spazio. Ci troviamo un “Papi” che durante l’esame di maturità della figlia le invia dei suggerimenti su come affrontare la traccia. Cioè su come copiare.

screenDi più, visto che la figlia aveva staccato il cellulare (forse lo ha lasciato all’ingresso come previsto), la prende pure in giro e la definisce “fifona” perché non sta ricevendo l’aiuto dal pubblico da casa.

Questo spaccato di paese reale, paese in cui tutti (ma proprio TUTTI) si lamentano sempre che “gli altri” non rispettano le regole e fanno i furbi, lo trovo meraviglioso.

Come fantastici sono i commenti al post, in cui chiunque osi dire che non è educativo per un padre dire alla figlia come barare (di questo si tratta) viene definito “moralista” o “buonista” e cortesemente invitato a farsi una risata o andare… a farsi un giro.

Ora, io la maturità l’ho affrontata esattamente 10 anni fa, quindi ricordo con quanta ansia ci si avvicini all’evento e quanto in certi momenti ogni aiuto sia assai gradito. Inutile anche fare i santarellini: la notte prima la ho passata a cercare su internet le leggendarie tracce “che in Australia le hanno già date”.

Quello che però stona in questo messaggio è l’assist del genitore alla figlia per barare. Il tentativo di copiare è infatti un rito di passaggio per gli studenti, quasi un istinto di sopravvivenza. E aiuta a creare complicità con i compagni, con la propria generazione: è un modo per dire “fanculo vecchi, noi giovani siamo più furbi e vi freghiamo così”. E’ un sacrosanto atto di ribellione.

Ma il sistema deve rispettare una condizione: che dall’altra parte ci sia qualcuno che, se ti becca, ti infligga una qualche punizione. Questo qualcuno sono gli insegnanti che se esageri ti mettono 2, e i genitori che ti fanno una testa così e ti spiegano che le regole sono importanti, che i voti non sono tutto, che devi arrivarci con la tua testa ecc ecc.

Magari ai loro tempi sono stati i più clamorosi copiatori, ma il loro ruolo oggi gli impone di essere quelli responsabili e “cattivi” con i figli.

E quando invece sono loro che ti dicono come barare, pensando così di fare i simpatici e i “moderni” (brrrr) fanno un danno a tutta la società. Perché crescono persone abituate a non confrontarsi con l’autorità (che è anzi loro complice) e a non rispondere dei propri errori.

Che sono esattamente i problemi principali di questo Paese…

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