“Aprire sì, no, come”: l’ultima vera sperimentazione da non perdere

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di Luisa Ribolzi, il Sussidiario, 1.5.2020

Dall’aiuto alle famiglie e alle fasce più deboli alla possibilità di sperimentare modelli diversi: ecco come e perché si possono riaprire gradualmente le scuole.

Caro direttore,
mi rifaccio viva per chiedere ospitalità alle vostre pagine (dubbio atroce: un quotidiano online ha delle pagine?) perché ho ricevuto un numero insolitamente elevato di commenti al mio articolo sulla scuola in tempi di Covid-19. A parte i complimenti, per cui ringrazio perché in questi tempi cupi un massaggio dell’ego fa sempre piacere, alcune osservazioni esprimono opinioni diffuse, e quindi meritano una risposta.

Prima vorrei dire che io non sto sostenendo che tutte le scuole vadano immediatamente riaperte a tutti i costi, ma che forse sarebbe preferibile una riflessione più approfondita. Premesso che non ho competenze mediche (ma a quanto leggo le certezze su questo tema sono ben poche), muovo da quattro considerazioni, non necessariamente in ordine di importanza.

La ripresa passa necessariamente dalla possibilità di garantire alle famiglie un sostegno per la cura dei figli, visto che i nonni sono solo parzialmente recuperabili. Il bonus baby sitter non pare una soluzione adeguata: a parte la difficoltà di trovarne un numero sufficiente in tempi brevi, resta il problema di garantire non solo un minimo di capacità educativa, ma anche la sicurezza che non siano portatrici di contagio. La scuola – o comunque una struttura istituzionale – offre maggiori garanzie su entrambi i versanti.

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La situazione di chiusura delle scuole, che a questo punto si protrarrebbe per sei mesi, sta creando stati di ansia e deprivazione relazionale sia nei piccoli che nei grandi, ma dal punto di vista didattico danneggia soprattutto le fasce deboli, quei ragazzi e bambini che non possono fruire dell’insegnamento a distanza, che non sono aiutati dai genitori, che vivono in condizioni difficili anche dal punto di vista degli spazi. Consentire la riapertura graduale e parziale delle scuole (e, con l’estate, anche di altri luoghi deputati) darebbe la possibilità di non aggravare il rischio di marginalità di questi ragazzi.

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Prendere delle decisioni non è certo facile, ma mi chiedo se si debba necessariamente ricorrere al modello centralistico del tutti insieme, tutti nello stesso tempo, tutti la stessa cosa, che ha già mostrato i suoi limiti. L’emergenza può permettere la sperimentazione di un modello diverso, in cui lo Stato fissa le linee di indirizzo, e le scuole autonome decidono in base alle condizioni di contesto, sapendo che alla fine saranno valutate. Su questo punto, Norberto Bottani – uno degli esperti i cui pareri la scuola italiana ha spesso chiesto e quasi mai ascoltato – mi esprime la sua perplessità, dal momento che la scuola italiana, come quella francese, tenta di far convivere flessibilità locale e quadro rigido, e di realizzare il decentramento in un’organizzazione che resta centralistica. Non posso che condividere questo timore, dal momento che in vent’anni non si è riusciti a realizzare un equilibrio positivo fra centro e periferia, ma mi pare che questa situazione potrebbe consentire qualche maggiore audacia.

Un timore analogo esprime Paolo Viana, che in base a un giustificabile pessimismo teme che si finirebbe con il procedere in ordine sparso, o senza ordine alcuno, in una situazione di anarchia che rischia di protrarsi nel tempo. È un timore condivisibile, ma da un lato lo Stato dovrebbe dare delle linee chiare (e lì, se penso alle esperienze di questi giorni, una certa sfiducia è più che giustificabile), e dall’altro si tratterebbe di una sperimentazione limitata nel tempo, destinata sia a rispondere alle emergenze di cui parlavo prima, sia a fornire indicazioni per il futuro. Viana è anche contrario alla volontarietà della partecipazione, e non ha tutti i torti: forse, si potrebbe pensare a introdurla per i periodi che in tempi normali sono di vacanza.

Sul tema del raccordo con le famiglie, Chiara Iannarelli mi fa notare che potrebbe essere un’occasione da non perdere per studiare insieme soluzioni di lungo periodo di collaborazione fra scuola e famiglia. Anche qui, come non essere d’accordo? Purtroppo sono almeno trent’anni che si parla di riformare gli organi collegiali, che hanno livelli di partecipazione da prefisso telefonico, come direbbe ironicamente qualcuno, e siamo sempre al punto di partenza: ma può darsi che una condizione di emergenza come quella attuale consenta di promuovere una partecipazione reale nell’individuare problemi e proporre soluzioni.

Un ultimo problema, che anche Bottani riprende, è quello delle condizioni climatiche: molte scuole, soprattutto al Sud, non sono attrezzate per far fronte al caldo estivo. È vero, ma a parte il fatto che, come dice lui stesso, in Italia i miracoli sono sempre possibili, mi chiedo se in molti casi la scuola, per scalcinata che sia, non sia comunque preferibile a molte delle case, delle strade, dei cortili in cui molti bambini e ragazzi passerebbero il loro tempo libero.

Il problema “riaprire sì, riaprire no, riaprire come” è evidentemente molto attuale, e mi farebbe piacere che Il Sussidiario aprisse un dibattito in merito. Grazie!

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“Aprire sì, no, come”: l’ultima vera sperimentazione da non perdere ultima modifica: 2020-05-01T08:59:52+02:00 da Gilda Venezia
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