Buone vacanze, professori…”. L’ironia acida ai tempi del coronavirus

di Alessandra Angelucci, Huffington Post, 5.3.2020

– Lalla Romano lo definirebbe “un caso di coscienza”. Ed è il perimetro entro cui tutti dovremmo tornare a riporre ogni moto d’animo e considerazione, ogni invettiva e pensiero tracotante rivolti alla classe docente nelle ultime ore.

Nessuna apologia, non c’è bisogno di scomodare i filosofi per capire che la professione insegnante è bersaglio di continui processi mediatici, “pasticciacci” e vilipendi. Piace a molti rimestare dentro il cappello delle offese e tirar fuori paroloni da scoccare come frecce velenose sul bersaglio. È molto facile, quando non si conosce la quotidianità di chi fa questo lavoro o la friabilità di un sistema sfiancato dalle continue riforme economiche.

Se la scuola esiste ancora, lo dobbiamo soprattutto alla dignità dei docenti, ai precari in modo particolare. Professionisti che hanno scelto di studiare, formarsi, specializzarsi come molti altri in un costante clima di incertezza, ma che subiscono ciclicamente la più vergognosa lapidazione tramite social. Un fenomeno che potrebbe essere considerato anticostituzionale.

Così il Covid-19 arriva nel nostro paese, si decide di chiudere le scuole in via precauzionale, e subito i bottoni saltano dalle giacche di chi si colloca di diritto nella categoria dei “veri lavoratori”: “Buone vacanze, professori! – Se rinasco, voglio fare il prof! – Ma sì, allunghiamo le ferie direttamente fino a Pasqua!”.

Si accomodino, pure. In molti sarebbero costretti ad abbandonare gli abiti da sàtrapi, perché le scuole sono vere trincee e i docenti si misurano con armi ben diverse, per vincere lotte che hanno al centro soltanto gli studenti.

Chi entra in aula ogni giorno lo sa che non è dagli alunni che bisogna difendersi, ma dall’ignoranza imperante e da un conformismo che paralizza il libero e onesto pensiero critico. Considerazioni, quelle lette sui social nelle ultime 24 ore, degne della più bassa retorica e figlie di un immaginario collettivo viziato. Luoghi comuni in cui la figura dell’insegnante ne esce sempre a brandelli: scansafatiche, fannullone, gaglioffo e ladro di stipendi.

Ora basta.

Nessuno è stato preparato in questi giorni ad affrontare un’emergenza di tale portata, e pochissimi, all’interno degli istituti, hanno potuto attivare sin da subito un piano di formazione che rispondesse alle più alte aspirazioni di una scuola digitale. Con mezzi efficaci, siamo certi che i docenti fornirebbero ovunque soluzioni per una didattica a distanza. Forse è questa la vera riflessione da sollevare.

Maestri, professori, assistenti educativi hanno continuato a fare il loro dovere – senza lamentela alcuna – e hanno cercato di tamponare il più possibile un diffuso malcontento, generato da una confusa e generalizzata informazione. Malpagati, saranno a casa per un unico obiettivo condiviso: prevenire.

Quanta fragilità culturale, in questo nostro paese. E quanta tristezza, se pensiamo davvero che i docenti debbano continuare a difendersi da un simile pensiero comune.

Chissà, potrebbero far ricorso a un manuale di pronto impiego, come quello che anni fa scrisse Marcello Sensini, intitolandolo “Ingiurie & insulti”. Un piccolo gioiello che il linguista dedicò proprio ai suoi colleghi. “Abominevole” è il primo termine cui si dà spiegazione. Fermiamoci lì, e poi facciamo un bel respiro. Eugenio Borgna lo ha scritto invocando il silenzio: “La parola che tace è talora più importante della parola che parla”.

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Buone vacanze, professori…”. L’ironia acida ai tempi del coronavirus ultima modifica: 2020-03-07T10:05:34+01:00 da Gilda Venezia

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