Come sarà triste la scuola senza il compagno di banco

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di Ferdinando Camon, Avvenire,  19.8.2020Gilda Venezia

Sto guardando, allucinato, sui giornali le foto dei nuovi banchi singoli per le nostre scuole: da settembre, quando si riapriranno le scuole, è lì che andranno a sedersi i nostri figli, è da lì che ascolteranno le lezioni, è da lì che risponderanno a quelle domande brevi e numerose del professore che si chiamano ‘interrogazioni dal posto’, che non hanno lo stesso peso delle ‘interrogazioni alla cattedra’ però contano comunque. Di banchi come questi che vediamo in foto sui giornali ne dovranno arrivare due milioni e mezzo. E perché mi lasciano allucinato?

Perché mi fan nascere una domanda spontanea e insopprimibile, e questa domanda contiene quella che a me pare la vera novità, importantissima e per me deleteria, della nuova scuola anti-Covid: che fine fa il compagno di banco? Sparisce, non c’è più. Evidentemente la sparizione del compagno di banco è necessaria, le norme sul distanziamento lo impongono. Qui voglio soltanto dire che la nuova scuola senza il compagno di banco è completamente diversa dalla vecchia scuola col compagno di banco. Il compagno di banco è una figura fondante della nostra esperienza di studenti. Dico ‘di studenti’, cioè della scuola pre-universitaria.

All’università le cose cambiano. Gli studenti diventano studiosi, e si siedono dove vogliono, in quelle panche lunghe quanto l’aula, e ogni giorno cambiano posto. Il compagno di banco è quello col quale cresciamo. La nostra maturazione avviene in parallelo con la sua. Maturazione umana, letteraria, filosofica, politica, religiosa. Se ci ammaliamo e stiamo assenti tre giorni, il compagno di banco viene a trovarci. Se abbiamo un debole per Leopardi e non andiamo pazzi per Foscolo, il nostro professore può non saperlo, ma il nostro compagno di banco lo sa senz’altro.

Se il concetto di Nietzsche che ‘Dio è morto’ ci sembra il trucco di un colpevole che toglie di mezzo il testimone, col compagno di banco è inevitabile parlarne magari a battute, mangiando il panino nell’intervallo, col professore non si può. «Sarebbe mai possibile! – esclamò Zarathustra –, questo vecchio santo nella sua foresta non ha saputo ancora che Dio è morto?»: noi commentavamo che se c’era, c’era per sempre, che sia morto è inconcepibile. Nietzsche fu il grande intralcio nel nostro cammino studentesco. Non l’abbiamo mai assorbito. Neanche adesso.

Rimanemmo stupiti quando ci fu detto, dall’insegnante di filosofia, che al loro primo incontro Hitler portò in regalo a Mussolini le opere di Nietzsche rilegate in pelle con titoli in oro. Ma i dittatori tra loro ne parlavano come noi tra compagni di banco? Dubito molto. E questa fu la loro rovina. Quando noi compravamo un libro, era sottinteso che l’avremmo prestato al compagno di banco. Spartivamo tutto con lui. Essere compagni di banco era un po’ come essere uniti in matrimonio.

Se una traduzione dal greco era difficile, a casa lasciavamo il quaderno aperto sul tavolo perché il compagno di banco potesse venire a copiarsela. Nelle traduzioni in classe, veniva spontaneo lasciare scoperto il foglio protocollo, perché il compagno potesse sbirciare e copiare le frasi più insidiose. Finché giungemmo alla Maturità, e con nostra sorpresa per le traduzioni avevano portato i banchi fuori dall’aula e li avevano disposti lungo i corridoi, con un solo studente per banco. Impossibile aiutarsi. Così saranno le aule da settembre, con i banchi singoli. Non c’è più il compagno di banco. Ognun per sé. Sparisce la figura centrale nella nostra esperienza scolastica. Sarà una scuola meno amicale, più ostile, meno ricca di ricordi.

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Come sarà triste la scuola senza il compagno di banco ultima modifica: 2020-08-19T10:06:16+02:00 da Gilda Venezia
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