Gli insegnanti anziani fanno meglio di quelli giovani?/2. Quanto conta l’esperienza in Italia?

tuttoscuola_logo14TuttoscuolaNews, n. 768 del  13.6.2016 

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– I tre principali consigli che gli esperti americani della GLC offrono ai decisori politico-amministrativi si possono così riassumere:

– incrementare e incentivare la stabilità dei docenti;

– favorire un clima di collaborazione tra i docenti;

– inviare gli insegnanti più esperti nelle classi più difficili non solo per ragioni pedagogiche ed economiche, ma anche perché rispondenti a un principio di equità.

Sarebbe questa una ricetta esportabile nel nostro Paese?

Difficile  rispondere alla domanda perché in Italia, per varie ragioni, non si dispone di una massa di dati nemmeno lontanamente paragonabile a quella su cui hanno lavorato i ricercatori americani negli ultimi 15 anni. I vari test PISA, IEA e Invalsi offrono qualche indicazione di carattere quantitativo sui risultati ottenuti dagli studenti, non correlabili però alle caratteristiche dei loro docenti (età, anzianità di servizio, permanenza nella sede, stile di lavoro più o meno collaborativo, formazione in servizio…).

Qualche dato si potrebbe ricavare, per la verità, dai questionari insegnanti utilizzati dall’Invalsi in diverse occasioni se essi non fossero protetti dall’anonimato, dalle norme italiane sulla privacy e dall’esplicita ostilità dei sindacati e di molti docenti verso qualunque ipotesi di correlazione tra i risultati raggiunti dagli studenti nei test standardizzati e la prestazione di lavoro dei loro insegnanti.

Certo, il problema si porrà presto (si sta già ponendo) quando i Comitati di valutazione dovranno definire i criteri per l’assegnazione del bonus per il merito ai docenti e i dirigenti scolastici saranno chiamati ad applicarli, sia pure non meccanicamente: la soluzione ‘americana’, almeno quella consigliata dal think tank GLC, spingerebbe a privilegiare l’anzianità di servizio e a penalizzare i giovani, ma apparirebbe antimeritocratica e un po’ in controtendenza rispetto allo spazio che la 107 (comma 129) assegna ai risultati e ai ruoli organizzativi innovativi a prescindere dall’età o dall’esperienza dei docenti. Una bella gatta da pelare per tutti: sindacati, ministero/ministro in sede di implementazione della norma e dirigenti scolastici, che rischiano di trovarsi con il cerino in mano.

Tutti temi che meritano una ampia e pubblica discussione, cui Tuttoscuola si impegna a dare la massima visibilità.

 

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3. Gli insegnanti anziani fanno meglio di quelli giovani?/3. Dite la vostra

 

La ricerca americana “L’esperienza di insegnamento aumenta l’efficacia dell’insegnante?” riapre in Italia un antico dibattito sull’incidenza dell’anzianità dei docenti sulla qualità professionale.

La struttura stipendiale degli insegnanti italiani, caratterizzata dai gradoni, ha da sempre premiato l’anzianità come riconoscimento professionale. Eppure il ringiovanimento della classe docente attraverso il nuovo concorso sembra essere considerato – Miur in testa – sinonimo di qualità professionale e di riqualificazione del sistema. Anche nella scuola, si fa largo la logica della rottamazione?

Non vi è dubbio che la prolungata assenza di concorsi che ha colpito la scuola italiana, in mancanza di ricambio generazionale, ha contribuito, complice anche la riforma pensionistica, ad invecchiare la classe docente, la cui età media ormai sfiora i 52 anni.

Ma l’anzianità nella scuola è sempre una ricchezza che va valorizzata e, anzi, deve servire a trascinare le nuove generazioni verso un diffuso incremento qualitativo dell’offerta formativa. Certo un insegnante esperto che abbia costruito la propria carriera sulla motivazione e sull’aggiornamento professionale può dare un apporto ben diverso da chi ha vivacchiato sulla base di quanto studiato venti, trenta o più anni fa.

Più che parlare di ricambio generazionale crediamo sia logico e auspicabile parlare di incontro generazionale, un mix che può aiutare a coniugare esperienza con nuove competenze.

Non è ozioso un dibattito su questa questione. L’esperienza professionale connessa con l’età è una risorsa per la scuola? O è un ostacolo nel rapporto con gli studenti “millennials”?

Questi interrogativi valgono in tutti gli ordini di scuola dall’infanzia alle superiori?

Chiediamo a voi, in particolare ai genitori, ai dirigenti scolastici e agli stessi docenti di esprimere la vostra valutazione. Scrivete a tuttoscuola@tuttoscuola.com o sulla nostra pagina Facebook https://www.facebook.com/tuttoscuola .

Gli insegnanti anziani fanno meglio di quelli giovani?/2. Quanto conta l’esperienza in Italia? ultima modifica: 2016-06-13T05:04:07+02:00 da Gilda Venezia
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